Dal 14 al 16 ottobre il Consorzio del Parmigiano Reggiano sarà a TTG Travel Experience, alla Fiera di Rimini, per raccontare una nuova idea di turismo: quella che porta il visitatore nei luoghi in cui nasce una delle eccellenze più conosciute del Made in Italy.
Non solo degustare, ma entrare nei luoghi della produzione, incontrare i casari, conoscere il territorio e vivere in prima persona la storia che si nasconde dietro ogni forma.
È questa la filosofia con cui il Consorzio del Parmigiano Reggiano parteciperà a TTG Travel Experience 2026, manifestazione dedicata all’industria del turismo, dove sarà presente al Padiglione A2, Stand 121, insieme a dieci Caseifici turistici rappresentativi dell’intera zona di origine della DOP.
Parma, Reggio Emilia, Modena, la provincia di Bologna alla sinistra del Reno e Mantova alla destra del Po: un territorio ampio e ricco di identità, nel quale il Parmigiano Reggiano nasce e prende forma.
La visita a un Caseificio turistico può diventare molto più di una semplice esperienza gastronomica.
Si può assistere alla produzione del Parmigiano Reggiano, osservare il lavoro dei casari, entrare nei magazzini di stagionatura e concludere il percorso con una degustazione. In alcune realtà l’esperienza si arricchisce anche della possibilità di acquistare direttamente dal produttore o di assaggiare il Parmigiano Reggiano attraverso preparazioni gastronomiche.
Un modo diverso di conoscere una DOP: partendo dal prodotto per arrivare alla scoperta del territorio.
È proprio questo il cuore di “Vivi Parmigiano Reggiano”, il progetto con cui il Consorzio punta a trasformare la zona d’origine della DOP in una destinazione turistica da vivere durante tutto l’anno.
Il territorio conta già circa 4 milioni di visitatori ogni anno, mentre l’obiettivo del progetto è portare a 300.000 i visitatori diretti nei caseifici entro il 2029.
Dieci caseifici, tante espressioni di una stessa DOP
A Rimini saranno protagonisti dieci Caseifici turistici, pronti a raccontare agli operatori del turismo la varietà del Parmigiano Reggiano attraverso degustazioni di diverse stagionature e produzioni provenienti dalla pianura e dalla montagna.
Perché anche una forma di Parmigiano Reggiano può raccontare un luogo.
Il latte, il territorio, il clima, il lavoro dell’uomo, la tradizione e il tempo della stagionatura contribuiscono a creare sfumature differenti, che diventano parte di un patrimonio gastronomico strettamente legato alla zona d’origine.
Il cibo, quindi, come chiave per scoprire un territorio. E la vera novità di questa strategia è forse proprio qui: il Parmigiano Reggiano non viene più raccontato soltanto come prodotto, ma come porta d’accesso ad un territorio.
Visitare un caseificio significa infatti poter proseguire il viaggio tra gastronomia, borghi, città d’arte, paesaggi, Appennino, cammini, ristorazione e ospitalità.
Un turismo esperienziale nel quale il cibo diventa il punto di partenza per poi conoscere persone, tradizioni e luoghi.
E, in fondo, è proprio questa una delle grandi forze dell’enogastronomia italiana: un prodotto può diventare una storia, una storia può diventare un viaggio e un viaggio può trasformarsi in un ricordo.
A TTG Travel Experience il Parmigiano Reggiano porterà quindi a Rimini non soltanto le sue forme, ma l’intero territorio che quelle forme raccontano.
Alcuni libri raccontano un mestiere. Altri libri, invece, partendo da un mestiere, finiscono per parlare della vita.
È il caso di “Liberi di diventare. Caffè, cucina e salute tra tradizione e innovazione”, scritto da Mauro Cipolla e Igles Corelli, con il contributo speciale del dottor Mauro Mario Mariani, edito da Big Mama Editions e curato da Casimiro Lieto.
Copertina del libro
Tre esperienze professionali diverse – il caffè, la cucina e la medicina e salute – che si incontrano in queste pagine e diventano tre punti di osservazione attraverso cui riflettere su una domanda che riguarda tutti: come si costruisce il proprio futuro senza perdere ciò che ci ha portato fin qui?
Il libro non sembra avere l’ambizione di indicare una strada unica. Al contrario, invita a cercare la propria. E lo fa parlando di lavoro, di errori, di sacrifici, di clienti, di qualità, di impresa, ma soprattutto di tempo.
“Non avere fretta. Impara un mestiere, fai errori, fai gavetta … il successo costruito lentamente dura di più” … afferma Mauro Cipolla.
Mauro Cipolla – Imprenditore
Perché il successo, nelle pagine di “Liberi di diventare”, non è quello immediato, costruito sull’apparenza. È piuttosto quello che nasce lentamente, attraverso esperienza e consapevolezza.
Ed è proprio il tempo, insieme alla curiosità, a diventare uno degli strumenti fondamentali per crescere.
Tradizione e innovazione: non sono due mondi opposti. Uno dei concetti più interessanti è quello di“TradInnovation”, elaborato da Mauro Cipolla: la tradizione non come qualcosa da conservare immobile, ma come una base dalla quale partire per innovare.
È una prospettiva particolarmente significativa quando si parla di caffè e cucina, mondi nei quali il patrimonio della conoscenza artigianale deve necessariamente dialogare con ricerca, tecnologia e cambiamento.
Igles Corelli porta nel libro la sua lunga esperienza nella cucina italiana e un’idea di gastronomia nella quale la tecnica non può prescindere dalla materia prima, dalla conoscenza e dalle persone.
“Non si può cucinare ciò che non si conosce”, afferma Corelli.
Igles Corelli – Chef
Una frase semplice, ma che va ben oltre la cucina: conoscere la materia significa rispettarla, comprenderla e trasformarla senza cancellarne l’identità.
La qualità che passa dalle persone. È forse questo uno degli aspetti più belli del libro: la qualità non viene mai presentata soltanto come caratteristica di un prodotto.
È qualcosa che coinvolge chi quel prodotto lo pensa, lo realizza, lo racconta e lo offre agli altri.
“La qualità non è solo tecnica o prodotto, è il riflesso della cura e del talento di chi lavora al tuo fianco”, osserva Corelli.
E anche il rapporto con il cliente assume un significato diverso. Non si tratta semplicemente di vendere, ma di costruire fiducia.
“Non è solo servire un piatto, è accoglierli”, si legge nelle sue parole.
Un concetto che attraversa il libro e che lega il mondo della cucina a quello del caffè e dell’impresa: la professionalità, alla fine, si misura anche nella capacità di prendersi cura delle persone.
“Liberi di diventare” non racconta soltanto il successo. Racconta anche la fatica.
E qui entra un’altra distinzione interessante: quella tra resistenza e resilienza.
Mauro Mario Mariani – Angiologo e Nutrizionista
Resistere significa sopportare. Essere resilienti significa riuscire a trasformare una difficoltà in una possibilità nuova.
Ma anche la resistenza ha un limite.
“Fermarsi non è una resa, ma un atto di lucidità necessario per cambiare rotta”, si legge nel libro.
È un passaggio importante perché restituisce al lavoro una dimensione profondamente umana. Non tutto deve essere conquistato a qualsiasi costo. A volte cambiare strada significa semplicemente avere compreso meglio chi siamo.
E arriviamo così al cuore del libro: il dialogo con le nuove generazioni.
Il capitolo finale, significativamente intitolato “Ai giovani. Il nostro lascito”, non offre ricette per il successo. Offre piuttosto domande. Da dove partire? Cosa evitare? Quando vale la pena resistere? Quando è giusto fermarsi? Quanto conta la curiosità? Quanto il coraggio?
E soprattutto: che cosa significa lasciare qualcosa a chi viene dopo di noi?
La risposta sembra essere nella trasmissione del sapere, ma anche nell’esempio.
“Alla fine di tutto non restano le parole. Restano le persone”, scrivono gli autori.
È forse questa la frase che più di tutte sintetizza il senso del libro.
Perché “Liberi di diventare” parla di caffè, cucina, salute, impresa, artigianato e innovazione, ma sotto la superficie parla di qualcosa di molto più universale: la costruzione della propria identità attraverso il lavoro e la responsabilità di trasformare l’esperienza in eredità.
Il titolo diventa allora una promessa e insieme un invito.
Essere liberi di diventare non significa dimenticare da dove veniamo. Significa avere abbastanza conoscenza, curiosità e coraggio per partire proprio da lì e andare oltre.
E forse il messaggio più bello che questo libro consegna ai giovani è racchiuso in poche parole: “Non avere mai fretta.”
Perché alcune cose, per diventare davvero nostre, hanno bisogno di tempo.
E perché, come ricordano queste pagine, la qualità si costruisce. La fiducia si conquista. La maestria si raggiunge. E il futuro, prima di tutto, si impara a diventare.
Un calice di Apollo Cerasuolo d’Abruzzo 2024 di Ausonia accompagna la pizza con costine, aglio e menta da Acqua&Farina. Un incontro tra territori, materie prime e culture gastronomiche che porta un pezzo d’Abruzzo nel percorso di ricerca del pizzaiolo salernitanoRosario Giannattasio.
A Vicenza, l’Abruzzo arriva al tavolo nel calice di Apollo Cerasuolo d’Abruzzo 2024 di Ausonia, prodotto sulle colline teramane e scelto dall’Head Sommelier Loris Spagnolo per accompagnare una delle proposte del percorso degustazione di Acqua&Farina, la pizzeria di Rosario Giannattasio. Un abbinamento che mette in dialogo una pizza di ricerca con un vino espressione del territorio abruzzese.
Rosario Giannattasio
Un incontro apparentemente lontano, quello tra il Veneto, le radici campane del pizzaiolo e il territorio abruzzese. Eppure, proprio la pizza diventa il punto di incontro tra culture gastronomiche diverse, attraverso una cucina che guarda alla tradizione ma senza rinunciare alla ricerca.
A Vicenza, Giannattasio, originario del Salernitano, ha costruito negli anni un progetto nel quale la pizza napoletana diventa materia di studio, di sperimentazione e di racconto. Acqua&Farina nasce nel 2014 e nel marzo 2025 si trasferisce nella sede di viale Francesco Crispi, in uno spazio più ampio nel quale alla pizza si affianca una significativa ricerca sul vino. La carta conta oggi oltre 350 etichette e comprende bollicine, bianchi, rossi, vini naturali e diverse espressioni territoriali.
Il nome stesso del locale racchiude la filosofia di Giannattasio.
Acqua e farina sono due elementi semplici, alla base della pizza. Ma proprio dalla semplicità si possono fare grandi cose
È una semplicità che non significa banalità. Al contrario, rappresenta il punto di partenza di un lavoro fatto di impasti, maturazioni, cotture e materie prime. La tradizione napoletana rimane il riferimento, ma viene interpretata attraverso un percorso personale che porta la pizza verso una dimensione sempre più gastronomica.
L’impasto diventa così il primo elemento del racconto, mentre gli ingredienti vengono trattati non semplicemente come un condimento, ma come componenti capaci di modificare consistenze, profumi, temperature e percezioni.
È una filosofia che trova spazio anche nei percorsi degustazione, pensati per proporre la pizza in una sequenza di assaggi nei quali cambiano ingredienti, consistenze e abbinamenti.
È proprio all’interno di questo percorso che arriva l’Abruzzo.
Tra le pizze proposte, quella con costine, aglio e menta incontra l’Apollo Cerasuolo d’Abruzzo 2024 di Ausonia, un vino ottenuto da Montepulciano d’Abruzzo, da agricoltura biologica e biodinamica. L’azienda lo descrive come un Cerasuolo dai profumi floreali e dalle note di frutti rossi e ciliegia, fresco e di media struttura, indicandolo anche per pizza e carni bianche.
Pizza costine, aglio e menta
Qui, però, l’abbinamento assume una lettura particolarmente interessante. La pizza porta nel piatto la succulenza e la componente grassa della costina, accompagnate dalla marcata aromaticità dell’aglio. La menta introduce invece una nota balsamica e fresca, capace di alleggerire la percezione della carne e di rendere il boccone più dinamico.
Il Cerasuolo entra in questo equilibrio senza sovrapporsi. La sua freschezza sostiene quella della menta, mentre la componente fruttata accompagna la carne e contribuisce a ripulire il palato.
Pizza costine, aglio e menta e Cerasuolo Ausonia Nocelle di Atri (TE)
Il risultato? Un abbinamento costruito non soltanto sulla concordanza, ma anche sul contrasto e sull’equilibrio: la struttura della costina, la persistenza dell’aglio, la freschezza della menta e il carattere del Cerasuolo procedono insieme, in una sequenza che rende il boccone progressivamente diverso.
Il vino abruzzese, così, non è un semplice accompagnamento, ma è parte del racconto gastronomico.
La presenza dell’Apollo in questo percorso racconta anche la capacità del Cerasuolo d’Abruzzo di uscire dai confini regionali e di confrontarsi con una cucina contemporanea e trasversale. Il vino simbolo della tradizione rosata abruzzese nasce dal Montepulciano, ma nella versione Cerasuolo assume una fisionomia diversa da quella del rosso più strutturato: colore, freschezza, frutto e versatilità ne fanno un vino particolarmente adatto alla tavola.
E la pizza, proprio per la sua struttura composita, rappresenta un terreno interessante per sperimentarne le possibilità.
La proposta di Acqua&Farina parte dalla pizza napoletana, ma guarda alla gastronomia nel suo complesso. Margherita, porcini, tartare e maionese ai porcini, costine, aglio e menta, fino ad altre preparazioni più elaborate, diventano tappe di un percorso nel quale la materia prima viene osservata e reinterpretata.
La stessa attenzione riservata al cibo si ritrova anche nella carta dei vini, curata in sala dai sommelier e costruita per accompagnare le diverse espressioni della pizza. Il vino non arriva semplicemente accanto alla pizza, ma entra nel ragionamento che precede l’assaggio.
Acqua&Farina racconta, in fondo, una storia fatta di contaminazioni; identità diverse che non vengono messe in competizione, ma vengono fatte dialogare. E così, a Vicenza, tra acqua, farina, impasti e ricerca, può capitare di incontrare un sorso d’Abruzzo.
Quello di un Cerasuolo che accompagna una costina con aglio e menta e dimostra, ancora una volta, come la cucina sappia creare ponti là dove la geografia traccia distanze.
La Famiglia Goppion, dal 1948, seleziona, acquista e tosta caffè provenineti dalle migliori aree produttrici del mondo. Un percorso complesso, fatto di viaggi, di numerosi assaggi, di ricerca e … ancora di assaggi, e focalizzato a trasformare ogni espresso in un piccolo racconto di territori e di persone.
Preparare il caffè, per noi italiani, rappresenta un gesto quotidiano; a volte, lo facciamo senza rifletterci più di tanto. La mattina a colazione, dopo pranzo, al bar in compagnia di un amico, o durante una pausa di lavoro. Ma cosa c’è in realtà dietro quel semplice gesto?
Per la Famiglia Goppion, dietro una tazzina di caffè, si nasconde un lungo viaggio che attraversa continenti, un continuo lavoro di ricerca e di assaggi, ma, soprattutto, una storia di famiglia che, nel tempo ha mantenuto saldo un elemento fondamentale: il rapporto diretto con la materia prima.
Un pò di storia …
Nel 1859 Luigi Goppion gestiva a Lughignano, sulle rive del Sile, un piccolo bar-trattoria con vendita di alimentari e aveva già iniziato a tostare caffè artigianalmente. Nel 1948 Angelo e Giovani Goppion acquistano una piccola torrefazione nel centro di Treviso e danno vita a quella che poi diventerà l’azienda conosciuta oggi, a Preganziol (TV).
Generazione dopo generazione l’azienda ha mantenuto negli anni gli stessi valori di un tempo: oggi il Presidente è Sergio Goppion che, assieme alla figlia Silvia si occupa dell’acquisto del caffè; Paola Goppion, invece, è Amministratore delegato e direttrice marketing, attiva anche nei consorzi di tutela del settore, e poi c’è Mario.
Ma dietro la perfetta tazzina firmata Goppion Caffè c’è anche l’esperienza e l’entusiasmo di Denis Dzekulic. Nei panni di Barista Trainer e Coffee Specialist aziendale, Denis – originario di Sarajevo, con premi e certificazioni a livello mondiale – non solo cura la formazione tecnica dei professionisti del settore, ma sperimenta e condivide l’arte dell’estrazione — dall’espresso ai metodi alternativi — portando l’eccellenza della torrefazione in giro per il mondo.
Denis Dzekulic e Paola Goppion
Nel 2021 Goppion Caffè è stata iscritta nel Registro dei Marchi Storici di interesse nazionale, un riconoscimento che racconta il valore di una storia imprenditoriale (e di famiglia) profondamente legata al territorio italiano.
I chicchi utilizzati dall’azienda Goppion provengono soprattutto dal Brasile e dall’India, le fasce del pianeta nelle quali si concentrano le principali aree vocate alla coltivazione del caffè. E ogni origine porta con sè caratteristiche diverse, come accade per l’uva e per il vino. Altitudine, clima, terreno, varietà botanica, metodi di raccolta e lavorazione, contribuiscono a determinare il profilo aromatico del chicco di caffè.
Ma lo sapete che i chicchi di caffè coltivati ad altitudini elevate contengono generalmente meno caffeina? Un fenomeno legato sia a fattori biologici della pianta e sia alla selezione naturale delle diverse varietà.
E proprio per questo, “la selezione, rappresenta uno dei momenti più importanti del lavoro di una torrefazione. L’azienda Goppion effettua un primo assaggio prima dell’acquisto ed un secondo quando il caffè arriva in Italia; a ancora, prima dell’immissione in mercato, la miscela viene nuovamente valutata”, riferisce Silvia Goppion.
Silvia Goppion
Ma il chicco di caffè, in origine di colore verde, cambia volto durante la tostatura e da lì inizia a sprigionare quella complessità aromatica che si associa proprio al caffè. Ma non tutti i caffè possono essere trattati allo stesso modo: il tradizionale processo di tostatura viene adattato alle caratteristiche delle songole origini e delle diverse specie, con l’obiettivo di esaltarne le peculiarità.
E poi … la degustazione … quella professionale, lontana dal nostro “mi piace?”
Si osserva, si annusa, si assaggia e si cerca di riconoscere le sensazioni che il caffè produce e riesce a trasmettere: profumi e aromi, corpo, dolcezza, acidità, amarezza, persistenza: il mondo del caffè racchiude in sè un vero e prorpio vocabolario sensoriale. “Una tazzina – continua Silvia Goppion – può raccontare note che ricordano la frutta, i fori, il cacao, le spezie … può essere più o meno dolce o più o meno acido, morbido o rotondo, intenso e persistente”.
Nel percorso di Goppion trovano inoltre spazio certificazioni e progetti legati alla qualità, al biologico e al commercio equo e solidale. Tra gli esempi c’è Nativo, miscela 100% Arabica proveniente da coltivazioni biologiche del Centro e Sud America e certificata Fairtrade. Nel 2025 Goppion ha presentato il primo Bilancio di Sostenibilità relativo al periodo 2021-2024, rendicontando gli aspetti economici, ambientali e sociali della propria attività.
Bevilo Buono …
Due parole, molto semplici ed elementari, ma che insieme riesco a trasmettere un messaggio potente e significativo. Bevilo Buono è lo slogan che accompagna ormai da anni (slogan registrato nel 2021) tutte le campagne pubblicitarie dell’Azienda Goppion e che invita a fidarsi di chi, come i Goppion, ormai da quasi 80 anni, prestano attenzione al chicco e, soprattutto, al benessere della propria clientela.
Dalla colazione al cocktail di fine serata, sette “indirizzi” milanesi per raccontare il tè come ingrediente, cultura e nuova frontiera dell’ospitalità.
Una giornata interamente dedicata a guardare il tè da prospettive diverse. Non soltanto come bevanda da sorseggiare, ma come ingrediente capace di entrare nella cucina, nella pasticceria, nel mondo del benessere e nella miscelazione.
È questa l’idea che ha guidato il Milano Tea Day, organizzato il 17 settembre 2026 da Accademia Ferri, in collaborazione con Italia a Tavola, e che ha visto anche la partecipazione dei partnerGeminiano Cozzi Venezia 1765, Costa Group, Casa Bugatti, Infinito Design e Materia. Un percorso itinerante attraverso sette location della città, pensato per mostrare agli operatori dell’ospitalità quante possibilità possano nascere attorno ad una tazza di tè o ad un’infusione.
Un viaggio cominciato al mattino e terminato dopo cena, attraversando hotel, spa, ristoranti, pasticcerie e cocktail bar.
Screenshot
Ed è forse proprio questa la chiave più interessante del progetto: spostare il tè dal suo ruolo tradizionale e inserirlo dentro l’esperienza contemporanea dell’ospitalità.
Dietro il progetto c’è Ferri dal 1905, azienda con oltre un secolo di esperienza nella selezione di tè, infusi e spezie e oggi impegnata anche nella consulenza e nella costruzione di proposte personalizzate per il mondo Horeca. Da qui nasce Accademia Ferri, uno spazio dedicato alla cultura, alla formazione e alla sperimentazione: degustazioni, corsi, consulenze e appuntamenti nei quali il tè diventa strumento per costruire nuove esperienze di servizio.
Durante il Milano Tea Day la filosofia dell’Azienda è diventata concreta: la giornata è iniziata all’Hotel Gallia con la colazione, è passata attraverso il benessere alla Shiseido SPA, ha incontrato la cucina di Eugenio Boer e la pasticceria di Gianluca Fusto, per arrivare poi all’aperitivo, alla cena e alla mixology.
Un itinerario nel quale ogni tappa ha rappresentato una diversa possibilità di utilizzo del tè e delle infusioni.
La sesta tappa del Milano Tea Day porta a Linfa – Eat Different, in piazza Cavour, per una cena interamente dedicata alla cucina vegetale e senza glutine. Qui il tè cambia ancora una volta ruolo: non arriva semplicemente a tavola come bevanda, ma entra nel percorso gastronomico lasciando al commensale la possibilità di sperimentare.
Il menu propone una rilettura in chiave vegetale di alcuni dei piatti più riconoscibili della cucina giapponese. Si comincia con il Nigiri Melanzana, preparato con melanzana varietà zebrina, Saikyo miso e yuzu kosho, e con il Nigiri Zucchine, nelle varietà Romanesca e Gialla, completato da perle alla soia.
Seguono il Gunkan “Salmone”, con tartare vegetale, fungo spugnola, caviale al tartufo e tartufo nero estivo, e il Gunkan “Tonno”, con tartare vegetale, olio extravergine d’oliva infuso all’erba cipollina, caviale di alghe nere e oro 24 carati.
Il percorso continua con l’Uramaki Avocado & “Salmone”, con avocado Hass, sesamo bianco e nero, maionese leggermente piccante e salsa teriyaki, e con l’Uramaki Mediterraneo, dove il gusto del “tonno” vegetale incontra capperi di Salina, pomodori secchi, olive Taggiasche, shichimi togarashi, pistacchi di Sicilia, “stracciatella” e pesto di rucola.
A chiudere la parte salata arriva il “Vitello” Stonnato & Focaccia, una rilettura vegetale del vitello tonnato accompagnata da una focaccia realizzata con farine innovative senza glutine.
È però nel servizio del tè che l’esperienza assume una prospettiva particolarmente interessante.
A tavola vengono servite contemporaneamente tre proposte della Linea 700 di Materia: 715 Speziato, 710 Tè Verde e 720 Rooibos. Non viene indicato un abbinamento obbligato tra una determinata miscela e un determinato piatto. I tre tè restano a disposizione dei commensali e possono essere provati liberamente lungo il percorso.
È una modalità di degustazione che sposta, almeno in parte, la responsabilità dell’abbinamento dal professionista al cliente. Si può provare una miscela con un nigiri, cambiarla davanti a un uramaki, ritornare sullo stesso tè con il “vitello” vegetale e osservare come profumi e sapori cambino a seconda di ciò che arriva al palato.
Non c’è, dunque, una combinazione unica da individuare, ma la possibilità di costruire una propria esperienza sensoriale. Ed è proprio questa libertà a rendere il tè parte attiva della cena, anziché semplice accompagnamento.
Anche il dessert prosegue il gioco delle reinterpretazioni. Il Passion Rocher unisce mousse e croccante alla nocciola del Piemonte IGP, pan di Spagna al cacao, gelée al frutto della passione e una doppia glassa rocher a base di cioccolato al “latte”. Un dolce nel quale la componente cremosa e quella croccante incontrano l’acidità del frutto della passione.
A concludere la cena non arriva il tradizionale caffè, ma una tisana calda a base alcolica. L’infusione comprende mela, camomilla, rosa canina, verbena, tiglio, fiore di tiglio e fiordaliso: viene prima lasciata in infusione nel rum e poi completata con acqua calda.
Il risultato è un finale caldo e aromatico, nel quale la componente alcolica contribuisce a modificare il profilo dell’infusione e a creare un passaggio tra le note floreali e delicate della tisana e quelle più intense del cioccolato e della nocciola, con la nota acidula del frutto della passione a fare da contrappunto.
A Linfa il tè, quindi, non rimane sullo sfondo. Entra nel racconto della cena e, soprattutto, lascia spazio all’interpretazione di chi è seduto a tavola. Un modo per mostrare come un’infusione possa diventare parte integrante di un percorso gastronomico, fino a trasformarsi essa stessa in un momento dell’esperienza.
La settima e ultima tappa del Milano Tea Day è stata al Marchese Milano, in via dei Bossi 3, dove il tè ha cambiato ancora una volta forma, entrando nel territorio della miscelazione.
Il Marchese, noto per essere il primo Amaro Bar d’Europa e per una carta che raccoglie oltre 600 etichette italiane di amaro, ha fatto della rilettura dei grandi classici e dei twist on classic uno dei tratti distintivi della propria proposta. È in questo contesto che la collaborazione con Ferri dal 1905 ha trovato il terreno ideale per sperimentare un’altra possibilità: utilizzare il tè e le infusioni come veri ingredienti del cocktail.
Ad introdurre la ricerca è stato Fabrizio Valeriani, bar manager del gruppo, che per l’occasione, ha fatto costruire tre drink nei quali le infusioni della linea Materia diventano parte integrante della struttura aromatica.
Il primo è un Long Island Ice Tea Forest & Flowers, twist sul celebre Long Island Iced Tea: Gin, vodka, rum, Grand Marnier e tequila incontrano lime e simple syrup, prima del completamento con soda e infuso Forest & Flowers di Ferri dal 1905.
È un incontro interessante proprio per la capacità dell’infusione di intervenire su un cocktail dalla personalità già complessa, aggiungendo una dimensione aromatica e floreale senza cancellarne l’identità originaria. Il classico, insomma, rimane riconoscibile, ma cambia prospettiva.
Il secondo drink parte da uno dei grandi classici della miscelazione italiana e, in particolare, da una preparazione che appartiene alla storia de Il Marchese: l’Americano.
Nasce così Americano Grapes & Apple, nel quale Campari Bitter e Vermouth rosso vengono accompagnati da soda, una punta di sciroppo d’agave e dall’infuso Grapes & Apple Ferri dal 1905.
Qui il tè entra in un territorio già fortemente caratterizzato dalle note amare e speziate del drink, portando con sé una componente fruttata che amplia il profilo aromatico dell’Americano. Non una sostituzione, quindi, ma una contaminazione: il classico viene mantenuto come punto di partenza e l’infusione diventa lo strumento attraverso il quale costruire una nuova interpretazione.
La terza proposta è Gin Sour Blue Bergamot, che porta l’infusione nel mondo dei sour.
Gin, lime e simple syrup costituiscono la base del drink, arricchita dal Blue Bergamot Ferri dal 1905 e da alcune gocce di Magic Former. Il risultato è una lettura fresca e aromatica di un grande classico, nella quale la componente agrumata del bergamotto dialoga con l’acidità del lime e con la struttura del gin.
Tre cocktail, tre classici di partenza, tre modi differenti di far entrare il tè nella miscelazione.
Ed è proprio qui che il percorso del Milano Tea Day trova la sua conclusione più coerente: dopo aver incontrato la colazione, il benessere, la cucina e il dessert, il tè arriva al bancone del cocktail bar e diventa materia creativa.
La ciambella questa mattina profuma di casa e … di cioccolato!
Dopo la mia Cena “A Casa di Carla” tutta dedicata al CIOCCOLATO non riesco a cucinare altro (ah … intanto devo ringraziare tutte quelle persone che stanno apprezzando la serata … siete veramente tantissimi ☺️ e … vi anticipo subito che più in là ci sarà una replica pazzesca 😉)…
E comunque il cioccolato ora è dappertutto🤣
Questa ciambella è nata così … cacao “super” in dispensa, yogurt greco in frigorifero, farina 00 e tante gocce di cioccolato fondente. E, credetemi …
“Basta una fetta a colazione, una tazza di latte o di caffè e la giornata parte con il sorriso” 😊
Morbidissima con un effetto bicolore: a metà dell’impasto ho aggiunto 2 cucchiai di cacao amaro.
Una ricetta semplice, sofficissima e perfetta da condividere (in famiglia) oppure … da concedersi tutta per sé!
Ricetta
Ingredienti:
4 uova
200 g di zucchero
300 g di yogurt greco
140 ml di olio di semi di girasole
300 g di farina 00
1 bustina di lievito per dolci
120 g di gocce di cioccolato fondente
2 cucchiai di cacao amaro
zucchero a velo o crema di cioccolata per guarnire
Procedimento:
Montate le uova con lo zucchero fino a ottenere un composto chiaro e spumoso. Unite lo yogurt greco e l’olio di semi, continuando a mescolare.
Aggiungete la farina setacciata con il lievito e amalgamate fino a ottenere un impasto liscio. Incorporate le gocce di cioccolato fondente.
Dividete l’impasto in due parti e in una aggiungete i 2 cucchiai di cacao amaro, mescolando bene.
Versate nello stampo da ciambella imburrato e infarinato alternando i due impasti, creando un delicato effetto marmorizzato.
Cuocete in forno statico preriscaldato a 180°C per circa 30-35 minuti (fate sempre la prova stecchino).
Lasciate raffreddare e, se vi piace, completate con una spolverata di zucchero a velo o crema di cioccolata (io le uova di Pasqua in avanzo sciolte al microonde).
Un dress code nei toni del marrone e dell’oro. Una tavola pensata nei minimi dettagli e un menu interamente dedicato al cacao e al cioccolato.
Così è andata la serata di “Chocolat”, l’ultimo appuntamento delle cene A Casa di Carla.
Bollicine, cioccolato fondente e fiocchi di sale Maldon, un liquore al cioccolato, piatti insoliti, tante risate e quella leggerezza che nasce quando ci si ritrova semplicemente per stare bene insieme.
Perché le mie cene sono sempre così: un tema da raccontare, una tavola da condividere e piccoli momenti da custodire.
Grazie a tutte per aver trascorso con me un altro pezzetto di strada. ❤️🍫✨
A Casa di Carla, alla fine, non si porta in tavola soltanto il cibo, ma anche l’amicizia, la bellezza e il piacere di regalarsi del tempo.
Guarda qui la galleria fotografica:
Da sx verso dx: Carla Seconi, Martina Maranella, Daniela D’Antonio, Carla Di Giamberardino, Silvia Di Lorenzo, Carla De Iuliis (io), Alessandra Maranella, Maria Di Domenico, Federica Matteucci, Marcella Venere Il Menu
Non so a voi … ma a me, a volte, viene voglia di “entrare” in una pellicola di un film e, con una sola ricetta, cercare di riuscire a trasformare una semplice cena in un piccolo momento di felicità.
Ieri sera è stato il turno dei 𝐩𝐨𝐦𝐨𝐝𝐨𝐫𝐢 𝐯𝐞𝐫𝐝𝐢 𝐟𝐫𝐢𝐭𝐭𝐢, dorati e croccanti, serviti ancora caldi sulla tavola apparecchiata in terrazza.
Una ricetta semplice, ma che è stata capace di riportarmi immediatamente al 1991, alle atmosfere del film “𝐏𝐨𝐦𝐨𝐝𝐨𝐫𝐢 𝐯𝐞𝐫𝐝𝐢 𝐟𝐫𝐢𝐭𝐭𝐢 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐞𝐫𝐦𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐫𝐞𝐧𝐨”
E com’erano buoni…☺️🎬
Ingredienti (per 4 persone):
2 pomodori verdi
1 uovo
100 g di farina
circa 100 ml di acqua fredda
½ cucchiaino di lievito in polvere
un pizzico di sale
un pizzico di pepe
olio per friggere (io arachidi)
basilico fresco per decorare
Se volete, la glassa di aceto balsamico
Preparazione:
Tagliate i pomodori verdi a fette spesse. In una ciotola preparate una pastella mescolando l’uovo con la farina, l’acqua, il lievito in polvere e un pizzico di sale, fino a ottenere una consistenza liscia e non troppo liquida.
Immergete le fette di pomodoro nella pastella e friggetele in olio caldo fino a quando saranno ben dorate e croccanti. Scolatele su carta assorbente e servitele subito, magari con qualche foglia di basilico fresco.
Croccanti fuori e morbide dentro.
Il sapore?! Fa pensare che, in fondo, la felicità possa essere anche una cena in terrazza… come in un film…
L’alta cucina italiana incontra la solidarietà nel cuore dell’Abruzzo. Il prossimo 6 luglio Piazza Martiri della Libertà, a Teramo, ospiterà “I Bambini che contavano le stelle”, la cena di gala benefica che riunirà alcuni tra i più importanti chef italiani per sostenere la ricerca sull’encefalopatia ipossico-ischemica infantile.
A trasformare per una sera il centro storico in un raffinato ristorante a cielo aperto saranno le proposte gastronomiche firmate a più mani da grandi protagonisti della cucina nazionale. Un percorso di dodici portate ispirate ai sapori e ai ricordi dell’infanzia degli chef, accompagnato da una selezione di vini italiani e internazionali.
Tra i nomi di punta spicca quello di Mauro Uliassi, tre stelle Michelin del ristorante Uliassi di Senigallia. Accanto a lui ci saranno Sabatino Lattanzi, chef di Achille nel Girone dei Golosi di Teramo, Luciano Monosilio di Luciano Cucina Italiana di Roma, Gianfranco Pascucci del ristorante Pascucci al Porticciolo di Fiumicino, Franco Pepe di Pepe in Grani, Christian Torsiello dell’Osteria Arbustico di Paestum, Mattia Trabetti del ristorante Alto di Fiorano Modenese, oltre ad Andrea Bertini, Marco Cozzi, Ada D’Amato, Antonio Di Feo, Stefania Di Pasquo, Alessandra Di Paolo, Sandro Ferretti e Gianluca Ricci.
«La cucina ha il potere straordinario di unire le persone e, quando questo potere viene messo al servizio della ricerca medica, l’eccellenza diventa speranza», spiegano gli organizzatori Achille Valle e Sabatino Lattanzi. «Siamo orgogliosi della risposta entusiasta degli chef che hanno scelto di sposare questa causa, mettendo la loro arte al servizio di un obiettivo così importante».
Per Lattanzi, la partecipazione alla serata rappresenta anche un’occasione per raccontare il territorio. «L’Abruzzo possiede materie prime straordinarie e una cultura gastronomica autentica che merita di essere valorizzata. Nel mio piatto ci sarà certamente un richiamo ai sapori della nostra terra, interpretati con rispetto ma anche con uno sguardo contemporaneo, perché la tradizione deve continuare a vivere ed evolversi».
L’intero ricavato dell’iniziativa sarà devoluto all’Associazione Eu-Brain, fondata dal professor Luca Ramenghi, responsabile dell’Unità operativa di Patologia neonatale dell’Istituto Giannina Gaslini di Genova. I fondi contribuiranno alla ricerca sull’encefalopatia ipossico-ischemica infantile, una grave sofferenza cerebrale del neonato causata dalla mancanza di ossigeno durante il parto e sulla quale si stanno concentrando studi finalizzati allo sviluppo di nuove terapie.
Dietro l’iniziativa c’è l’impegno di Achille Valle, imprenditore della ristorazione teramana, che insieme a Lattanzi ha voluto dare vita a un progetto capace di trasformare la passione per la cucina in un gesto concreto di solidarietà.
La serata prenderà il via alle 19.30 con un aperitivo di benvenuto e sarà scandita da diversi momenti di incontro e spettacolo. In programma il talk con gli chef moderato dall’autore enogastronomico Andrea D’Aloia, l’intervento di Massimo Corvo, tra i più celebri doppiatori italiani e voce ufficiale, tra gli altri, di Sylvester Stallone, Vin Diesel e Laurence Fishburne, e il concerto in versione intima di Filippo Graziani, legato alla città di Teramo da un rapporto speciale ereditato dal padre Ivan.
L’evento, patrocinato dal Comune di Teramo e realizzato grazie alla collaborazione di numerosi partner del territorio, sarà accessibile esclusivamente su prenotazione fino all’esaurimento dei 250 posti disponibili.
Una serata che promette di andare oltre l’esperienza gastronomica, trasformando il talento e la creatività di alcuni dei migliori chef italiani in un messaggio concreto di solidarietà e speranza per tante famiglie.
Ci sono ristoranti che diventano parte della storia di una città. Luoghi che attraversano le generazioni mantenendo viva la propria identità e che, anno dopo anno, continuano a raccontare il territorio attraverso la cucina e l’ospitalità.
È il caso del Ristorante Alla Lanterna di Fano, che ha celebrato i suoi primi cinquant’anni di attività con una grande festa capace di riunire amici, clienti, collaboratori e partner che hanno accompagnato questo straordinario percorso iniziato nel 1976.
Fondato da Flavio Cerioni insieme alla moglie Elide, Alla Lanterna rappresenta oggi una delle realtà più significative della ristorazione marchigiana. Una storia fatta di lavoro, intuizioni e amore per il territorio, costruita giorno dopo giorno attorno a una filosofia gastronomica che ha saputo coniugare mare e campagna, tradizione e innovazione, valorizzando le eccellenze delle Marche.
La serata celebrativa del 7 giugno non è stata una classica cena di gala, ma una vera e propria festa dell’accoglienza, nello stile che da sempre contraddistingue la famiglia Cerioni.
Fin dall’arrivo, gli ospiti sono stati accolti con un dono speciale: un volume celebrativo dedicato ai cinquant’anni del ristorante. Consegnato all’ingresso insieme ai calici destinati alle degustazioni della serata, il libro racconta la storia della famiglia Cerioni e dell’evoluzione di Alla Lanterna attraverso fotografie, ricordi, testimonianze e momenti significativi che hanno segnato mezzo secolo di attività.
Un omaggio particolarmente apprezzato, capace di trasmettere il valore umano e professionale che si cela dietro una delle insegne più amate della ristorazione fanese.
La formula scelta per l’evento ha privilegiato la convivialità e la libertà di movimento. Gli ospiti hanno potuto vivere la serata passeggiando tra diversi punti buffet allestiti negli spazi del ristorante, dove erano proposte specialità rappresentative della filosofia gastronomica di Alla Lanterna.
Ad accompagnare le preparazioni, una selezione di vini particolarmente ricca e prestigiosa, pensata per valorizzare il lavoro delle numerose aziende vitivinicole presenti all’evento. Tra gli invitati figuravano infatti anche sponsor e partner storici del ristorante, provenienti dal mondo agroalimentare e del vino, realtà che negli anni hanno condiviso con la famiglia Cerioni l’impegno nella promozione delle eccellenze del territorio.
L’atmosfera è stata quella delle occasioni importanti: musica, sorrisi, brindisi e tanti incontri tra persone che, in modi diversi, hanno contribuito alla crescita del locale o ne hanno accompagnato la storia come affezionati clienti.
Nel corso della serata è emerso con forza il tema che più di ogni altro caratterizza la storia di Alla Lanterna: la famiglia.
Accanto a Flavio Cerioni, fin dall’inizio di questa avventura, c’è stata la moglie Elide e oggi anche i figli Enrico e Silvia, protagonisti della nuova generazione che continua a portare avanti i valori e la visione che hanno reso il ristorante un punto di riferimento della gastronomia marchigiana.
Una famiglia che ha saputo trasformare il lavoro quotidiano in un progetto di vita, mantenendo sempre al centro l’accoglienza, la qualità e il rapporto umano con i propri ospiti.
A rendere ancora più significativo questo anniversario è stato il riconoscimento conferito da Confcommercio e FIPE Marche Nord a Flavio Cerioni e al Ristorante Alla Lanterna per il contributo offerto in questi cinquant’anni alla valorizzazione della ristorazione e delle produzioni locali.
Un tributo che celebra non soltanto la longevità di un’impresa, ma soprattutto la capacità di innovare senza perdere il legame con le proprie radici.
Ma quando la serata sembrava ormai avviarsi verso la conclusione, gli ospiti hanno potuto assistere a un ultimo momento di grande emozione. A illuminare il cielo sono stati infatti i fuochi d’artificio, pensati per suggellare un traguardo tanto importante quanto raro.
Uno spettacolo accolto dagli applausi dei presenti e che ha rappresentato il simbolico coronamento di una festa vissuta all’insegna della condivisione, della gratitudine e dell’orgoglio per una storia imprenditoriale che da cinquant’anni racconta il meglio dell’ospitalità marchigiana.
Cinquant’anni dopo quel lontano 1976, Alla Lanterna continua a essere molto più di un ristorante: è un luogo di incontro, di memoria e di cultura gastronomica. Una storia che affonda le proprie radici nella famiglia Cerioni e che continua a guardare al futuro con la stessa passione che ne ha segnato l’inizio.
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