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Ci sono marchi che riescono ad attraversare il tempo senza perdere la propria identità, diventando parte della memoria collettiva e dell’immaginario di intere generazioni. Fabbri è uno di questi: un nome che richiama immediatamente il profumo delle amarene, il celebre vaso bianco e blu e una storia tutta italiana fatta di gusto, famiglia e tradizione.

Incontrare Carlotta Fabbri significa entrare in un racconto che unisce passato e futuro. Da oltre un secolo, infatti, l’azienda nata a Bologna continua a evolversi, rimanendo fedele alle proprie radici e allo stesso tempo capace di dialogare con i linguaggi contemporanei, con nuovi mercati e con un pubblico sempre più internazionale.

Carlotta Fabbri rappresenta la quinta generazione alla guida dell’azienda di famiglia e incarna una nuova visione dell’imprenditoria italiana: una leadership che coniuga solide radici storiche con uno sguardo aperto all’innovazione. Dopo un percorso professionale nel mondo della comunicazione e del giornalismo, è entrata in Fabbri 1905 portando con sé un approccio trasversale e una particolare attenzione al racconto del brand, alla relazione con il pubblico e all’evoluzione dei linguaggi.

Carlotta Fabbri

Oggi contribuisce a guidare l’azienda in una fase di grande trasformazione, tra mercati internazionali, nuove modalità di consumo e progetti che guardano al futuro, senza mai perdere di vista l’identità che da oltre cent’anni rende Fabbri un simbolo riconosciuto del gusto italiano nel mondo.

Negli anni il suo ruolo all’interno dell’Azienda Fabbri è cambiato ed evoluto. In che modo è cresciuta professionalmente e quale apporto innovativo ritiene di aver portato, soprattutto in termini di visione e comunicazione. 

“Mi piace sempre raccontare che entrare a lavorare in Fabbri 1905 non è scontato per nessuno dei membri della famiglia. È necessario, prima di accedere a ruoli manageriali, conseguire la laurea e poi cominciare dal basso, ricoprendo diverse mansioni in tutti i reparti che coinvolgono l’azienda, dal marketing alle vendite e, molto spesso, trascorriamo dei periodi anche nelle sedi estere per essere sicuri di conoscere esattamente il funzionamento di una macchina complessa e delicata come Fabbri 1905. Anch’io, dunque, ho avuto l’opportunità di fare questo percorso, in cui ho imparato tanto: tanti i progetti a cui mi sono appassionata fino al punto di svilupparne alcuni, uno tra tutti quello che riguarda il Fabbri shop in centro a Bologna, in cui credo fortemente e al quale dò un contributo concreto per farlo crescere ed evolvere al meglio delle sue possibilità”.

Fabbri è un marchio iconico della tradizione italiana. Come si riesce oggi a mantenere intatta l’identità storica dell’azienda, continuando però a innovare linguaggi, prodotti e mercati?

“La risposta sta nella natura stessa dell’azienda: un corpo vivo. Fabbri 1905 affonda le sue radici nella tradizione, custodendo saperi, ricette e valori che fanno parte del patrimonio culturale italiano. Allo stesso tempo, però, non ha mai smesso di evolversi. Perché la tradizione, per restare autentica, non può essere immobile. Oggi mantenere intatta l’identità significa saper leggere il presente senza tradire la propria storia. Vuol dire ascoltare consumatori sempre più attenti, consapevoli e alla ricerca di esperienze nuove; interpretare un mercato attraversato da oscillazioni continue; confrontarsi con tecnologie che stanno vivendo una delle fasi evolutive più rapide della storia recente. In questo scenario, innovare linguaggi, prodotti e mercati non rappresenta una rottura con il passato, ma una sua naturale prosecuzione. L’innovazione diventa lo strumento attraverso cui la tradizione si rinnova: nuovi formati, nuove modalità di comunicazione, nuove occasioni di consumo dialogano con un’eredità costruita in oltre un secolo di storia”.

Il punto vendita sotto le Due Torri di Bologna compie due anni. Che bilancio può fare di questa esperienza? È diventato solo uno spazio commerciale o anche un luogo di racconto e relazione con il pubblico?

“Quello del primo Fabbri Shop è un progetto importante, al quale abbiamo lavorato tanto e siamo contenti di essere riusciti a entrare nella deroga del Decreto Unesco, che ci ha permesso di aprire lo shop nel cuore del centro storico, sotto le due torri di Bologna. Sin dalla sua apertura è diventato un punto di riferimento e un orgoglio per l’intera città: all’interno del negozio, infatti, oltre ai più di 300 prodotti acquistabili, dalle amarene agli sciroppi ai topping, offriamo ampio spazio anche ad alcune opere del Premio Fabbri per l’Arte, vere e proprie pillole di bellezza artistica e culturale, che con orgoglio condividiamo con l’intera città, attirando anche visitatori e appassionati. Non solo: lo shop Fabbri è anche the place to be per assaggiare in anteprima tutte le nostre novità di prodotto”.

Fabbri ha attraversato epoche di comunicazione molto diverse, dal Carosello ai social media. Come è cambiato il modo di raccontare un prodotto iconico e quali sono oggi le sfide più grandi nel dialogo con le nuove generazioni?

“Saper raccontare i prodotti che proponiamo al pubblico è sempre stato nel DNA dell’azienda e durante gli ultimi 120 anni abbiamo sempre cercato di trovare i mezzi comunicativi più adeguati. All’inizio, con le affissioni e le pubblicità su carta stampata, che oggi sono diventate oggetti di culto per gli amanti del vintage e poi, negli anni ‘50 del secolo scorso, cogliendo la possibilità di entrare nelle case di tutti gli italiani grazie a Carosello. E’ così che è nato un personaggio memorabile: “Salomone, il pirata pacioccone”. Negli ultimi anni, invece, abbiamo capito la necessità di adoperare le nuove tecnologie: non a caso, siamo stati tra i primi a realizzare un nostro sito web già nel 1997, quando ancora l’utilizzo di Internet non era così comune, e siamo stati dei pionieri anche nell’utilizzo dei social, risale infatti al 2010 l’apertura della nostra pagina Facebook. Credo che sia importante non solo imparare a padroneggiare gli strumenti di comunicazione che i tempi e la tecnologia ci mettono a disposizione, ma soprattutto capire come adattarli al messaggio che si vuole trasmettere. La prima idea vincente però, a mio parere, è stata proprio quella di “vestire”, oltre 100 anni fa, il nostro prodotto iconico, l’amarena, con il vaso con decori bianchi e blu, riconoscibile ormai in tutto il mondo“.

Oltre all’amarena, quali prodotti Fabbri continuano a mantenere una forte tendenza al consumo? E cosa è cambiato nel gusto e nelle preferenze dei consumatori negli ultimi anni?

“Ovviamente la regina di casa Fabbri rimane lei, l’Amarena Fabbri, la cui ricetta è rimasta invariata sin dalla sua creazione e che, ad oggi, è ancora il prodotto simbolo della nostra azienda. I consumatori richiedono prodotti di altissima qualità, di carattere e ricercati. Ad esempio poniamo particolare attenzione al pistacchio, un ingrediente che già da oltre 60 anni selezioniamo scrupolosamente e seguiamo con particolare sapienza durante tutto il processo di produzione, inclusa la delicata fase di tostatura, per il mercato professionale. Da qualche anno, lo utilizziamo per alcuni dei nostri prodotti destinati al consumatore finale, come la crema spalmabile, i topping o i BomBon Cuor di Pistacchio Fabbri, in cui il cioccolato al latte, racchiuso in un sottile strato di zucchero, avvolge la Crema di Pistacchio Fabbri, dal sapore vellutato e intenso, che si scioglie in bocca”.

Quali sono i progetti futuri dell’azienda? E se dovesse scegliere un solo prodotto Fabbri a cui non potrebbe rinunciare, quale sarebbe e perché?

“La nostra divisione di Ricerca e Sviluppo è sempre all’opera per creare nuovi prodotti che sappiano soddisfare le esigenze e i gusti dei consumatori, in continua evoluzione. Ad esempio, per andare incontro ai nuovi trend di consumo che vedono una crescente attenzione ai sapori provenienti dall’oriente, nel 2020 è nato lo Zenzero Fabbri, che ricalca la ricetta della tradizionale Amarena: una sintesi perfetta dell’equilibrio tra tradizione e innovazione di cui parlavamo prima. Al tempo stesso, cerchiamo di reinterpretare i grandi classici del nostro passato e, in generale, della tradizione dolciaria italiana. E’ così che nascono la Colomba, il Panettone e il Pandoro della linea Cuor di Amarena, i dolci per eccellenza delle tradizioni natalizia e pasquale, arricchiti dal gusto inconfondibile dell’amarena“.

Se dovessi scegliere un solo prodotto irrinunciabile di Fabbri 1905, sarebbe, ovviamente, l’Amarena: il frutto da cui tutto è partito”.

Ricetta

Salmone glassato con Zenzero Fabbri

Per la salsa Teriyaki :

Soffriggere il cipollotto e il peperoncino in un filo d’olio; aggiungere la salsa di soia e lo sciroppo dello Zenzero Fabbri. Lasciar ridurre circa della metà. 

Per il salmone glassato :

Scottare il salmone senza grassi in padella antiaderente; bagnare con la salsa e glassare in superficie. Tostare le mandorle in forno a 160°C per 5 minuti circa per renderle dorate e croccanti. Condire la rucola con olio e sale e aggiungere le mandorle. Affettare qualche pepita di Zenzero Fabbri a lamelle. Impiattare il salmone di fianco all’insalatina e completare il tutto con le lamelle di Zenzero Fabbri e qualche cucchiaio del suo sciroppo.

Ci sono serate che restano impresse nella memoria non solo per ciò che si mangia, ma per ciò che rappresentano. Il “Gala Charity Dinner Tavola Rasa”, organizzato a dicembre 2025 da UNICEF Italia insieme a La Cucina Italiana (https://www.lacucinaitaliana.it/), è stato proprio questo: un incontro di storie, talenti e valori, in cui la cucina ha dimostrato ancora una volta di essere molto più di un semplice gesto quotidiano.

La cornice non poteva essere più suggestiva: Palazzo Serbelloni a Milano. Entrare nelle sue sale è stato come fare un passo dentro un’altra epoca. Le volte affrescate si rincorrevano sopra le nostre teste, i grandi lampadari scintillavano riflettendo la luce su tavole elegantemente apparecchiate, mentre un’atmosfera calda e vibrante accoglieva ospiti, chef e protagonisti della serata.

Il parterre era straordinario. Tanti chef – molti dei quali stellati – che hanno firmato il menu della cena, trasformando ogni portata in un piccolo viaggio gastronomico. Piatti pensati, raccontati, condivisi. E tra una portata e l’altra, il piacere delle conversazioni, delle nuove amicizie nate attorno alla tavola e di quell’energia speciale che solo gli eventi costruiti con uno scopo importante riescono a generare.

Per me, quella serata aveva anche un significato personale profondissimo.

Sul palco sono stata premiata come vincitrice del contest “La Migliore Ricetta Italiana 2025” per creatività e innovazione, con i miei Vol-au-Vent agnello cacio e ova con crema di pecorino. Un piatto che rappresenta perfettamente ciò che amo della cucina: il dialogo continuo tra tradizione e creatività.

Vol-au-Vent agnello cacio e ova con crema di Pecorino di Carla De Iuliis

Dentro quei piccoli vol-au-vent c’è tutta la mia terra, l’Abruzzo, con uno dei suoi piatti più identitari, agnello cacio e ova, reinterpretato in una forma nuova. Un omaggio alle radici, ma anche alla voglia di sperimentare, di immaginare e di giocare con le consistenze e con le forme.

Il premio mi è stato consegnato dall’Azienda Rana, e salire su quel palco è stato un momento emozionante, reso ancora più speciale dall’accoglienza di Chiara Maci e Francesco Panella, che hanno condiviso con il pubblico l’entusiasmo e lo spirito della serata.

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E poi c’è stato uno scatto che non poteva mancare: quello con Maddalena Fossati Dondero, direttrice de La Cucina Italiana. Un incontro simbolico, perché è stata proprio lei una delle grandi promotrici della candidatura della cucina italiana a Patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO, un percorso durato anni e culminato il 10 dicembre 2025 con il riconoscimento ufficiale. Un risultato storico che celebra la cucina italiana non solo come insieme di ricette, ma come rito sociale fatto di gesti, tradizioni, convivialità e memoria.

Carla De Iuliis e Maddalena Fossati Dondero

Quella straordinaria avventura è raccontata anche nel libro “Prendo fiato. Come ho portato la cucina italiana all’Unesco”, scritto proprio da Maddalena Fossati e pubblicato da Maretti Editore, un racconto appassionato del percorso che ha portato la nostra cucina a diventare patrimonio dell’umanità.

E forse è stato proprio questo a rendere la serata ancora più speciale: la consapevolezza di vivere un momento storico. La cucina italiana era stata riconosciuta patrimonio UNESCO da pochissimi giorni e celebrarla in una sala piena di cuochi, appassionati, professionisti del settore e amici della buona tavola aveva qualcosa di profondamente simbolico.

Tra sponsor, racconti, piatti straordinari e sorrisi condivisi, Tavola Rasa è stata molto più di una cena di gala. È stata una celebrazione della cucina come linguaggio universale, come gesto di cura e come strumento di solidarietà.

Per me resterà un ricordo prezioso: una notte milanese fatta di luce, sapori, incontri e gratitudine.

Un’esperienza unica… di quelle che non si dimenticano.

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Carla De Iuliis e Massimo Bottura
Carla De Iuliis con Giorgio Locatelli e Antonino Cannavacciuolo
Noi donne premiate
Con tutti i premiati de La Migliore Ricetta Italiana 2025

Questa TORTA di MELE 🍎 la preparava sempre una mia zia paterna appena iniziavano i primi freddi … e, quando andavo a trovarla, senza darmi il tempo di dire nulla, iniziava ad assemblare gli ingredienti, perché diceva che le mele aiutavano a “combattere” i primi malanni della stagione. 

Io non so se sia vero … ma posso assicurarvi che la torta preparata così era veramente buonissima e, perlatro, molto facile; la zia non aveva bisogno di un robot da cucina o di impastatrici super sofisticate. Lei utilizzava solo una grande ciotola, una frusta, amore e tanta buona volontà … 

Ho provato a replicarla anche io ed il risultato mi è sembrato niente male. 

Perché non provate anche voi?! 

Ingredienti (per uno stampo da 20 cm):

  • 4 mele golden 
  • Scorza grattugiata di 1 limone 🍋 
  • 2 uova intere 
  • 1 yogurt bianco greco 
  • 20 gr di olio di oliva
  • 40 gr di zucchero semolato 
  • 80 gr di farina 00
  • Mezza bustina di lievito per dolci 
  • Zucchero a velo q.b. (Per decorare)

Procedimento:

In una ciotola mescolare le uova con la scorza del limone, aggiungere l’olio, lo yogurt, lo zucchero e la farina setacciata con il lievito, poi unire le mele tagliate a dadini e versare tutto nello stampo (cospargere la superficie con un po’ di zucchero). In forno per 40/50 minuti a 180 gradi; una volta pronta (fare la prova dello stecchino) cospargere di zucchero a velo.

La pasta con le sarde (pasta chî sardi)… il profumo della Sicilia e i ricordi di tanto tempo fa. 

Un piatto povero, ma ricco di saperi e di sapori. 

Oltre alla mia ricetta (con pinoli tostati), voglio svelarvi qualche piccola curiosità legata a questo piatto simbolo della cucina siciliana, e conosciuto per la sua combinazione di sapori unici che evocano il sole e il mare dell’isola.

Ingredienti semplici, ma ricchi di gusto, per creare un piatto che racconta storie di tradizioni e di cultura.

Una preparazione con origini umili, nata dall’ingegno dei pescatori che utilizzavano ingredienti facilmente reperibili per creare pasti nutrienti.

Tradizionalmente, la pasta con le sarde viene preparata durante la festa di San Giuseppe, una delle celebrazioni più importanti in Sicilia.

E poi… esistono diverse versioni di questo piatto, alcune includono l’aggiunta di pomodoro o mandorle, a seconda delle tradizioni locali. Io … i pinoli tostati!!! 

Ingredienti (per 2 persone):

  • 160 gr di spaghetti grandi o bucatini
  • 16 sarde (o alici già sfilettate)
  • 1/2 cipolla
  • 1 cucchiaino di pasta di alici
  • 2 cucchiai di pinoli tostati 
  • q.b. di finocchietto selvatico
  • 100 ml di acqua
  • 1 pizzico di sale
  • 1 pizzico di pepe 
  • 2 cucchiai di pangrattato 
  • 1 bicchierino di vino bianco
  • 1 filo olio extravergine d’oliva (a crudo)
  • 1 cucchiaio di uva passa 

Preparazione:

Passa le sarde sfilettate sotto l’acqua, per poi tamponarle con dei fogli di carta assorbente da cucina: devo essere ben asciutte.
Sbuccia la cipolla, e tritala finemente con un coltello. Sbollenta il finocchietto in acqua leggermente salata e dopo averlo scolato taglialo a pezzettini. 

In un ampio tegame versa un giro di olio, la cipolla tritata, la pasta di alici, i pinoli tostati e infine il finocchietto tritato, lasciando appassire per qualche secondo.
Sfuma con un bicchierino di vino bianco.

Sistema i filetti di sarde in tegame e lasciali rosolare per qualche minuto.
Versa il liquido sui filetti di sarde.
Lascia cuocere finché i filetti di sarde diventano chiari. Aggiungi a fuoco spento: un pizzico di sale, un pizzico di pepe, un paio di cucchiai di salsa di pomodoro (se si vuole) per insaporire;
mescola e sfalda i filetti di sarde fino a raggiungere la pezzatura desiderata e poi aggiungi l’uvetta passa rinvenuta in acqua e poi strizzata. Cuoci la pasta nell’acqua in cui è stato sbollentato il finocchietto e scolala.
Nel frattempo, scalda il condimento per la pasta con le sarde.
Versa la pasta nel tegame con il condimento per la pasta con le sarde.
A fuoco spento, aggiungi un filo di olio e amalgama.
Macina ancora un po’ di pepe e se vuoi aggiungi altri pinoli. Servi calda.

Oggi i miei profili si riempiono di sole e … di arancio, di frutta di stagione e di colori che sanno d’estate. 

Uno spoiler … per la serata di oggi “A Casa di Carla” … eh si … non vedo l’ora di rilassarmi un po’ e di passare qualche ora … in leggerezza con le mie amiche!! 

Le albicocche, pensate per essere mangiate in un solo boccone: dolci e, al tempo stesso salate, ma con una puntina di “aspretto” che non guasta mai! 


Voglio scrivervi qui la ricetta e pensare che qualcuno di voi, questa sera, anche se “da remoto”, le mangerà assieme a noi …

Ingredienti (per 12 persone)

  • 6 albicocche
  • 6 gherigli di noci (da dividere a metà)
  • 6 cucchiaini di miele d’acacia
  • 100 gr di gorgonzola dolce
  • pepe q.b.

Preparazione:

Tagliate le albicocche a metà, dopo averle lavate per bene, farcitele con gorgonzola, con una metà di gheriglio di noce, di noce e con un filo di miele. Disponetele in una teglia rivestita con carta da forno. Infornate a 180°C per 10 minuti.

Un antipasto caldo dal contrasto dolce-salato

Consigli:

Ottime anche a temperatura ambiente e se volete potete riaggiungere un’altra goccia di miele. 

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La Rivista settimanale F – Cairo Editore fa Centro e … con lei, anche io, con il mio Abruzzo, la mia passione (la cucina) e con la tradizione di famiglia!

Le PALLOTTE CAC’ e OVE, con me, nello spazio “Cucina” della rivista, protagoniste nel viaggio di F tra le regioni italiane (n. 43 del 23 ottobre 2024).

La ricetta? Sbirciate e curiosate tra le foto e le immagini … Che felicità!

Ma perchè si chiamano proprio così?

I “saltimbocca alla romana”, sottili fettine di carne di vitello con prosciutto crudo e salvia, “saltano in bocca” per la loro gustosità e, trattandosi di bocconi piuttosto piccoli, possono essere assaporati in una sola mossa (in un solo boccone).

Controversa la loro origine: qualcuno afferma che siano di origine bresciana, ma i più li considerano un piatto della gastronomia tradizionale romana: semplici, veloci e saporiti, uno tira l’altro … saltando in bocca!

Ottimi se accompagnati da contorni tradizionali, come ad esempio le patate al forno, oppure dagli spinanci saltati o dai classici carciofi “alla romana”. Sicuramente un piatto di facile preparazione, abbastanza economico, che riesce sempre a stupire, soprattutto se accompagnato da un buon calice di vino bianco.

Ma quale?

Le opzioni sono tante … ma bisogna fare attenzione a scegliere un vino che ne esalti la delicatezza e al tempo stesso la sapidità. La tendenza dolce della carne di vitello, cotta velocemente in padella nel burro e olio e leggermente infarinata; e poi c’è la salvia, il suo profumo, che si accompagna alla sapidità del prosciutto crudo (qui ho scelto un San Daniele). Quindi, un vino dotato di freschezza, abbastanza morbido e non troppo sapido, profumato, con nuance fruttate ed erbacee, ma anche delicatamente agrumate.

Non ci resta che corciarci le maniche e iniziare a preparare i nostri saltimbocca!

Ingredienti:

  • 4 fettine di noce di vitello (tagliate in due)
  • 8 foglie di salvia
  • 8 mezze fette di prosciutto crudo
  • 40 ml di marsala secco (oppure di vino bianco)
  • 50 gr di farina
  • 50 gr di burro
  • Olio extravergine di oliva qb
  • 8 stuzzicadenti

Preparazione:

Prendere le fettine di vitello e tagliarle in due con delle forbici. Su ognuna, adagiare una mezza fettina di prosciutto crudo e una foglia di salvia. Bloccatele con uno stuzzicadenti.

In una padella ampia versate un giro di olio EVO e mettete anche il pezzetto di burro: fate sciogliere a bassa temperatura. Nel frattempo, adagiate la parte inferiore del saltimbocca nella farina e, una volta preparati, poneteli delicatamente nella padella. Se volete mettete un pizzico di pepe e aggiustate di sae. Appena la parte inferiore sarà leggermente dorata, sfumare con il marsala secco o con il vino bianco. Lasciate evaporare (se necessario aggiungere poca acqua). Girateli velocemente e lasciate cuocere un minuto. Spegnete il fuoco, impiattate e irrorate con la salsina di cottura.

“IL RISO, LA SOIA, LA PASTA, POSSONO ESSERE RAFFREDDATI A TEMPERATURA AMBIENTE UNA VOLTA COTTI?”

A parlarne con me Raffaella De Iuliis, Docente Formatore in “Igiene e Sicurezza Alimentare”

NO. E LO SAI PERCHE’?

“Alcuni alimenti, come ad esempio il riso e la pasta, sono soggetti a contaminazione da parte di un batterio a forma bastoncellare (bacillus cereus), c.d. ubiquitario, cioè che è in grado di produrre tossine e creare tossinfezioni.

Ma non tutti i ceppi sono dannosi; alcuni, però, possono causare sintomi per lo più gastro-enterici (vomito e diarrea) anche dopo solo 6 ore dall’ingestione dell’alimento contaminato e per le 24 ore successive”.

MA COME MAI CI SI INTOSSICA?

“Per intossicarsi dal BACILLUS CEREUS è necessario che all’interno dell’alimento che mangiamo, ci sia un grande quantitativo di batteri, oppure un’elevata dose di tossine, che gli stessi batteri hanno rilasciato nel periodo in cui sono rimasti all’interno dell’alimento.

Il batterio, solitamente, si deposita negli alimenti che hanno un certo quantitativo di acqua che, a sua volta, gli permette di proliferare (se non c’è acqua a disposizione, il batterio non può svilupparsi)”.

Ricorda: TUTTI GLI ALIMENTI FRESCHI CHE VENGONO CONSERVATI A LUNGO SONO DA CONSIDERARSI A RISCHIO PER LO SVILUPPO DEL BACILLUS CEREUS!

QUALI SONO GLI ALIMENTI PARTICOLARMENTE A RISCHIO?

“Gli alimenti che sono maggiormente legati allo sviluppo del bacillus cereus sono quelli di origine animale che non vengono conservati in modo corretto: carne, pesce, latte; e sia alcuni alimenti di origine vegetale, tra cui il riso e la soia e i relativi derivati (il tofu).

Questi ultimi in particolare sono sono maggiormente legati al batterio, perché il bacillo si nutre principalmente di AMIDO: anche se questi alimentisubiscono un processo industriale, la loro conservazione prima del consumo è molto lunga e, tutto questo, consente al batterio tempo sufficiente per produrre le sue tossine.

Nel caso in cui dovessero essere presenti le spore, queste potrebbero germogliare, dando nuovamente vita al batterio, che può moltiplicarsi e produrre tossine, così contaminando gli alimenti”.


Bowl di riso nero e tofu (di @carlalacontessina_)

Ingredienti per 1 persona

  • 120 gr di Riso Nero
  • 2 cucchiaini di semi misti per insalate (come topping)
  • 1/2 zucchina verde tagliata a spirale
  • 1/2 carota grande tagliata a spirale 
  • 1 cucchiaio di Humus di ceci alla barbabietola rossa 
  • 100 gr di TOFU al naturale tagliato a cubetti 
  • 1/2 KaKi mela (Sharon) tagliato a fettine sottili 
  • 100 gr di zucca tagliata a fettine e grigliata 
  • Salsa agli agrumi (1 cucchiaio)

Procedimento:

In una pentola con acqua leggermente salata cuocere il riso nero integrale (circa 22 minuti). Scolarlo e lasciarlo raffreddare o passarlo sotto l’acqua fredda di rubinetto. 

Tagliare a cubetti il tofu e metterlo da parte. 

Frullare 1/2 barbabietola rossa già lessata con un po’ di succo e unirla all’ humus di ceci mescolando bene (che questa volta ho preso già pronto). 

Assemblare gli ingredienti come in foto. Le zucchine e le carote tagliate a spirale con un aguzza matite gigante preso da IKEA. Aggiungere il topping (i semi misti) e condire con la salsa agli agrumi. Io l’avevo già (leggermente dolce). Altrimenti prendete il succo di 1/2 lime e 1/2 arancia, aggiungete 1 cucchiaino di miele liquido e un po’ di olio Evo e mescolate bene. Servire. 

Un mese “pieno” e colorato questo di Giugno 2024 sul mensile NOVELLA CUCINA.

Piovono PACCHERI e POLPETTE … e tante sfiziose ricettine tutte da provare.

Ma lo sapete che i paccheri vengono chiamati anche “schiaffoni”? E che il loro nome sembra che provenga dal rumore che questo formato di pasta – intriso di sugo al pomodoro oppure di sugo alla Genovese – fa cadendo nel piatto o rimescolato, pieno di salsa, nella zuppiera?

A Napoli non è raro sentirsi dire “mo’ ti dò un pacchero”, quando scherzosamente si minaccia una manata al malcapitato di turno!!

E poi ci sono “I Miei Paccheretti Originale 1915” di Pasta Latini (https://www.pastalatini.com/) un’azienda marchigiana in provincia di Ancona, che, nel 1992 ha avuto l’intuizione di riscoprire e rilanciare un grano che era quasi scomparso, quello del “Senatore Cappelli” in purezza: un frumento duro e aristato, con proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, scomparso per decenni, e da cui si ottiene una pasta dal colore ambrato (simile a quello della spiga), gradevolissima al palato e molto facile da digerire.

Vi lascio con qualche foto e con un pò di curiosità … Se volete in edicola, o presto qui nel blog, potrete trovare altre storie, altre ricette e altre piccole curiosità!

Con i risotti si può mettere in campo tutta la propria creatività! Sono delle enormi tele all’nterno delle quali puoi creare e colorare tutto quallo che senti e che vuoi…

Sarà che sono un’amante del riso, soprattutto quando parliamo di riso di qualità.

Qui un carnaroli classico, con l’aggiunta di fiori di lavanda e zest (scorza) di limone.

Se non avete del prosecco per sfumare il riso tostato, potete tranquillamente utilizzare del vino bianco secco.


Ingredienti per 4 persone:

  • 240 gr di riso carnaroli 
  • 2 cucchiani di fiori di lavanda essiccati edibili
  • 80 gr di caprino di vacca
  • buccia grattugiata di limone non trattato
  • brodo vegetale qb 
  • 1 cucchiaio di trito per soffritto
  • Pepe
  • Prosecco o Vino bianco (una spruzzata)
  • un pezzettino di burro 

Procedimento:

Mettere sul fornello una padella di medie dimensioni, far soffriggere il burro con il soffritto e aggiungere il riso per farlo tostare circa un minuto. Versare il prosecco o il vino e sfumare. 

Versare in una piccola quantità di brodo vegetale caldo la lavanda e lasciarla in infuzione per 5/6 minuti; filtrare il brodo aromatizzato e aggiungerlo al riso saltato. Aggiungere poi, il restante brodo vegetale poco alla volta e mescolare. Coperchiare e cuocere, circa venti minuti (se usate la pentola a pressione, dal sibilo circa 9 minuti, dipende da riso). Un minuto prima della fine della cottura del riso, aggiungere la scorza grattugiata di limone e il caprino. Mantecare e impiattare come in foto. Aggiungere qualche fiore di lavanda, il pepe e un pò di scorza di limone grattugiata. Servire.