“Le Scrippellette d’oro, baccalà e miele” nascono dall’idea di reinterpretare uno dei simboli più identitari della cucina teramana: le scrippelle. Trasformate in scrippellette fritte, croccanti e leggere, diventano un supporto elegante per la crema di baccalà, creando un piatto che unisce tradizione e contemporaneità.
Il miele d’acacia e la scorza d’arancia creano un ponte aromatico con un vino dolce, tipo moscato, esaltandone le note floreali e agrumate, mentre la sapidità del baccalà mantiene equilibrio e armonia.
Un dialogo perfetto tra memoria e innovazione, che valorizza la cucina abruzzese e l’esperienza del vino.
Il piatto esprime la tradizione abruzzese reinterpretata, mostrando come una preparazione simbolo possa evolvere senza perdere memoria, diventando veicolo di abbinamenti moderni e consapevoli con il vino.
Ingredienti:
Per le scrippellette:
2 uova
60 g farina 00
120 ml acqua
1 pizzico di sale
Olio di semi per friggere (io di arachini)
Per il baccalà mantecato:
200 g baccalà già ammollato
1 cucchiaio olio extravergine d’oliva
1 cucchiaio latte caldo
Per completare:
1 cucchiaino miele d’acacia
Scorza grattugiata di arancia non trattata
Pepe bianco (facoltativo)
Procedimento:
Preparare la pastella: sbattere uova, farina, acqua e sale.
Cuocere le scrippelle sottili in padella. Tagliarle in quadrati o strisce e friggere fino a doratura. Lessare il baccalà, eliminare pelle e lische, mantecare con olio e latte fino a crema liscia.
Comporre il piatto: crema di baccalà sul fondo, scrippellette calde sopra, qualche goccia di miele, scorza d’arancia e pepe. Servire tiepido, accompagnando con un vino dolce, tipo moscato.
Colori vivaci, profumo di dolce appena sfornato e tanta voglia di leggerezza… proprio come questa Crostata morbida allo yogurt con marmellata di fragole 🍓
Soffice, semplice e perfetta per accompagnare un caffè, una merenda o quei momenti in cui basta una fetta di dolce per sentirsi subito meglio.
E con questo rosso brillante… sembra già di portare la Primavera in tavola!
Ingredienti:
2 uova
150 g di zucchero
125 g di yogurt bianco (anche fatto in casa)
80 ml di olio di semi
200 g di farina 00
16 g di lievito per dolci
scorza grattugiata di 1 limone (facoltativa)
1 pizzico di sale
200–250 g di marmellata a scelta (io fragole)🍓
zucchero a velo q.b.
Procedimento:
In una ciotola monta le uova con lo zucchero fino a ottenere un composto chiaro e spumoso. Aggiungi yogurt e olio di semi, continuando a mescolare. Incorpora farina setacciata, lievito, scorza di limone e pizzico di sale.
Versa l’impasto in uno stampo per crostata morbida(quello con l’incavo) imburrato e infarinato.
Cuoci in forno statico a 180° per circa 20–25 minuti.
Una volta cotta, capovolgi la base, riempi l’incavo con la marmellata che preferisci, decora con zuccherini e spolvera con zucchero a velo.
Le Pere al Vino rosso sono molto scenografiche e contribuiscono sicuramente a rendere la cena davvero unica!
Le ho scelte con cura: non troppo mature e nemmeno troppo grandi; e poi sono stata attenta alla qualità: la più indicata è la Kaiser, ma vanno anche molto bene le Abate o Martin Sec: a voi la scelta. Per il vino, invece, fruttato, comunque leggero e non tannico: io ho utilizzato quello nei brick che si usa per cucinare (tra l’altro per me era un esperimento e non volevo buttare all’aria qualcosa di prezioso)!
E poi ci sono le spezie: via libera alla fantasia!
Buccia d’arancia, buccia di limone, chiodi di garofano, anice stellato, cannella (meglio se non in polvere) …
Andiamo a vedere la ricetta … sono sicura che questo dessert metterà tutti d’accordo!
Ingredienti (per 6 pere):
6 pere
1 litro di vino rosso
160 gr di zucchero semolato
4 chiodi di garofano
2 stecche di cannella (o un cucchiaino di cannella in polvere)
2 di anice stellato
scorza di arancia non trattata
scorza di limone non trattato
Acqua qb
Procedimento:
Sbucciate le pere (lasciando il torsolo ed il picciolo); mettetele in un pentolino capiente, in modo che le pere stiano tutte coperte dal vino (se necessario aggiungete un pochino d’acqua).
Unite lo zucchero, le scorze di arancia e di limone, la cannella e i chiodi di garofano e l’anice stellato; cuocete a fuoco basso finché non saranno morbide (verificate la cottura con uno stuzzicadenti).
Naturalmente, il tempo di cottura dipende dalla varietà di pera utilizzata e della sua grandezza.
Scolate le pere e filtrate il liquido e fate poi ridurre il fondo di cottura in modo tale da ottenere una consistenza sciropposa (abbastanza densa).
Servite le pere con lo sciroppo.
Consigli:Fredde, sono speciali … ma potete anche accompagnarle con gelato fiordilatte, oppure panna oppure con lo zabaione!
Nel cuore della Lombardia, a Castel Goffredo (Mantova), l’Azienda Ferri dal 1905 – specializzata nella lavorazione di tè, infusi e spezie pregiate – si distingue da oltre un secolo per la sua artigianalità e per l’eccellenza delle sue materie prime. L’Azienda, guidata dal Tea Master di fama Internazionale Albino Ferri, seleziona i suoi ingredienti in tutto il mondo, lavorandoli poi interamente in Italia per garantire qualità, personalizzazione e rapidità nelle consegne.
Dal suo laboratorio mantovano, “Ferri dal 1905” offre soluzioni su misura per il settore HoReCa, sviluppando miscele, packaging grafici personalizzati e persino filtri artigianali cuciti a mano – un vero “abito su misura” per il tè.
E così, attraverso l’Accademia Ferri, l’azienda promuove anche la cultura del tè, con percorsi formativi, degustazioni e rubriche editoriali come “Tea Tour” e “Gocce di Tè”, protagoniste di diverse collaborazioni con rinomati chef e professionisti del settore.
Nel numero di ottobre di Novella Cucina, Albino Ferri mi ha parlato del suo progetto, anticipandomi un pò quello che sarebbe “accaduto” a Milano il 25 novembre:
“Il progetto sta andando benissimo sotto molti aspetti. A fine novembre faremo un evento a Milano per raccontare come stanno andando le rubriche di Accademia Ferri, che sono tutte riconfermate per il 2026. In tale occasione ne presenteremo una nuova, che tocca il mondo mixology low alcool. Le rubriche sono prevalentemente VIDEO-SOCIAL ma sono realizzati anche in versione orizzontale in quanto siamo editati anche da Italia a Tavola che sfrutta il canale YouTube (in formato orizzontale). Ogni contenuto è poi correlato da alcuni scatti fotografici e da un articolo redazionale. Il tutto è condiviso sui canali di Accademia Ferri, di Italia a Tavola e ovviamente del protagonista della puntata”.
E così, lo scorso 25 novembre, nelle sale eleganti dello Château Monfort di Milano, l’Accademia Ferri ha riunito professionisti, addetti ai lavori e appassionati per l’evento “Ieri, oggi e domani → 2026: un anno di racconti per conoscere il mondo del tè e degli infusi”.
Una giornata che ha avuto il sapore del bilancio, ma anche quello della visione: celebrare quanto costruito nel 2025 e, nel contempo, guardare con consapevolezza e curiosità al futuro.
L’incontro – nato dalla collaborazione tra Accademia Ferri, Italia a Tavola e Château Monfort – ha rappresentato un momento di condivisione importante per una community che cresce attorno al racconto del tè come elemento culturale, gastronomico e identitario.
“Il Tea Tour – seguito direttamente da Albino con la collaborazione di Italia a Tavola – è un progetto editoriale ed esperenziale che, attraverso dodici episodi, esplora gli abbinamenti tra tè e piatti salati e sofisticati dell’alta gastronomia italiana. Al centro del Tea Tour c’è un’idea rivoluzionaria: superare i confini tradizionali e riscrivere il ruolo del tè nella cucina moderna. Non più solo bevanda da meditazione o compagna di dolci, il tè si trasforma in elemento creativo, capace di sorprendere con abbinamenti audaci e contemporanei. Una sorta di viaggio narrativo che intreccia le radici della tradizione italiana con visioni innovative, dando vita a un incontro inedito tra culture, aromi e sensazioni”(da Novella Cucina – ottobre 2025).
Ogni tappa è un vero e proprio laboratorio: uno chef seleziona un piatto iconico, e Ferri crea una miscela su misura per esaltarne i sapori.
Ospite dell’incontro, all’evento del 25, è stato Ivano Richebono, Chef 1 Stella Michelin.
Non sono mancate “Storie di Pasticceria” (tra gli ospiti presenti Gino Fabbri, punto di riferimento assoluto del settore e vicepresidente APEI), “Colazioni Speciali” rappresentate da Pietro ImbimboRoullet, F&B Manager dell’Hotel Bellevue di Cogne, “Gocce di Tè” con interventi di Sonia Peronaci, Igles Corelli e Franco Costa, presidente di Costa Group.
Il tè, che acquisisce sempre più un linguaggio trasversale, capace di dialogare con cucina, pasticceria, design e ospitalità.
E poi uno sguardo verso il 2026, con la rubrica “Infusioni Alternative”: un progetto dedicato al mondo low alcol e alle infusioni applicate alla mixology contemporanea, che apre nuovi scenari di sperimentazione e di racconto. A rappresentarla, Giovanni Allario, bar manager di Moebius Milano.
A guidare e moderare la giornata sono stati:
Albino Ferri, Tea Master e fondatore di Accademia Ferri
Alberto Lupini, direttore responsabile di Italia a Tavola
Carlo Vischi, Ambassador Accademia Ferri
L’evento si è concluso con un aperitivo tematico, durante il quale gli ospiti hanno degustato i finger food ideati da Domenico Mozzillo, Executive Chef di Château Monfort, in abbinamento a una selezione di tè e infusi Ferri dal 1905.
Una crostata morbida e golosa e tutta casa che sa di agrumi e cioccolato!
Una 𝒇𝒓𝒐𝒍𝒍𝒂 𝒂𝒍𝒍’𝒂𝒓𝒂𝒏𝒄𝒊𝒂 — succo fresco e scorza grattugiata — e un cuore morbido di 𝒎𝒂𝒓𝒎𝒆𝒍𝒍𝒂𝒕𝒂 𝒂𝒍𝒍’𝒂𝒓𝒂𝒏𝒄𝒊𝒂, arricchita da un tocco di 𝐥𝐢𝐪𝐮𝐨𝐫𝐞 𝐚𝐠𝐫𝐮𝐦𝐚𝐭𝐨 e da tante piccole 𝐠𝐨𝐜𝐜𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐢𝐨𝐜𝐜𝐨𝐥𝐚𝐭𝐨 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 che si sciolgono con il calore del forno.
Un dolce semplice ma, al tempo stesso, elegante, che porta in tavola un autunno più luminoso.
Perfetto per la colazione lenta della domenica, accompagnato da un tè fumante o da un caffè macchiato (proprio come piace a me)!
Ingredienti:
Per la frolla all’arancia:
200 g farina 00
100 g di farina di riso
120 g olio d’oliva
120 g zucchero semolato
1 uovo + 1 tuorlo
Scorza grattugiata di 1 arancia non trattata
2–3 cucchiai di succo d’arancia
1 cucchiaino raso di lievito per dolci
Un pizzico di sale
Per la farcitura:
250–300 g di marmellata d’arancia
1–2 cucchiai di liquore all’arancia (tipo Aurum, Cointreau o simili)
2–3 cucchiai di gocce di cioccolato fondente
Zucchero a velo per decorare
Preparazione:
Prepara la frolla: In una ciotola (o planetaria), sabbia farina e olio. Aggiungi zucchero, scorza d’arancia, uova, un pizzico di sale e infine il succo. Impasta velocemente fino ad ottenere un panetto omogeneo. Avvolgilo nella pellicola e fallo riposare in frigo per 30–40 minuti.
Stendi la base: Infarina leggermente il piano e stendi la frolla a circa 4–5 mm. Rivesti una tortiera, bucherella con una forchetta. Mescola la marmellata con il liquore. Aggiungi le gocce di cioccolato fondente. Versa il ripieno sulla base. Se ti piace, crea un bordo decorato (come in foto).
Cuoci in forno statico a 175°C per 30–35 minuti, finché il bordo non diventi dorato. Lascia raffreddare e spolvera con zucchero a velo.
Jet lag da Seoul, sveglia alle 5 del mattino e… biscotti! ☕️
Quando il fuso orario ti regala ore extra nel cuore della notte, tanto vale trasformarle in profumo di caffè e zucchero.
Sono nati così questi biscotti morbidissimi al caffè d’orzo e al caffè; semplici, profumati e perfetti da personalizzare con quello che si ama di più!
Dalle nocciole tritate all’amarena sciroppata in pezzi; alla scorza d’arancia candita alle noci o mandorle … Sicuramente un’esperienza da assaporare!
Ingredienti (per circa 12 biscotti):
70 g farina di riso
80 g farina tipo 0
6–8 g caffè d’orzo solubile
5 g cremor tartaro
2 g bicarbonato
15 g fecola di patate
30 ml olio di semi
15 ml caffè ristretto
40 ml acqua
40 g zucchero
Zucchero a velo
Procedimento:
Setaccia tutte le polveri in una ciotola. Aggiungi olio, acqua e caffè, poi mescola fino a ottenere un impasto compatto che si stacca dalle pareti. Forma delle palline e disponile su carta forno. Cuoci in forno statico a 180°C per 13–15 minuti. Spolvera con zucchero a velo e… goditi la colazione più profumata della giornata.
Questa TORTA di MELE 🍎 la preparava sempre una mia zia paterna appena iniziavano i primi freddi … e, quando andavo a trovarla, senza darmi il tempo di dire nulla, iniziava ad assemblare gli ingredienti, perché diceva che le mele aiutavano a “combattere” i primi malanni della stagione.
Io non so se sia vero … ma posso assicurarvi che la torta preparata così era veramente buonissima e, perlatro, molto facile; la zia non aveva bisogno di un robot da cucina o di impastatrici super sofisticate. Lei utilizzava solo una grande ciotola, una frusta, amore e tanta buona volontà …
Ho provato a replicarla anche io ed il risultato mi è sembrato niente male.
Perché non provate anche voi?!
Ingredienti (per uno stampo da 20 cm):
4 mele golden
Scorza grattugiata di 1 limone 🍋
2 uova intere
1 yogurt bianco greco
20 gr di olio di oliva
40 gr di zucchero semolato
80 gr di farina 00
Mezza bustina di lievito per dolci
Zucchero a velo q.b. (Per decorare)
Procedimento:
In una ciotola mescolare le uova con la scorza del limone, aggiungere l’olio, lo yogurt, lo zucchero e la farina setacciata con il lievito, poi unire le mele tagliate a dadini e versare tutto nello stampo (cospargere la superficie con un po’ di zucchero). In forno per 40/50 minuti a 180 gradi; una volta pronta (fare la prova dello stecchino) cospargere di zucchero a velo.
Dietro ogni scaglia di Parmigiano Reggiano c’è una storia antica, fatta di gesti sapienti, di territorio e di passione. Una storia che il Consorzio del Parmigiano Reggiano, fondato nel 1934, custodisce e promuove da oltre 90 anni, tutelando un prodotto che ancora oggi si realizza con soli tre ingredienti: latte crudo, ricco di fermenti lattici presenti naturalmente, sale e caglio.
Un formaggio naturale, quindi, senza additivi né conservanti, e frutto di una lavorazione artigianale che si tramanda da quasi un millennio.
Per raccontare da vicino questo straordinario patrimonio gastronomico, il Consorzio promuove ogni anno “Caseifici Aperti”, un’iniziativa nata nel 2013, che consente al pubblico di “entrare” e “curiosare” nei luoghi in cui nasce il Parmigiano Reggiano, con l’obiettivo di far conoscere la produzione, ma anche per valorizzare il territorio e la filiera che ruota attorno al Parmigiano Reggiano.
L’edizione 2025 si terrà il 4 e 5 ottobre, coinvolgendo numerosi caseifici nelle cinque province della zona d’origine DOP: Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna (a sinistra del Reno) e Mantova (a destra del Po).
Il “percorso di conoscenza” inizia già nelle prime ore del mattino, quando il latte appena munto viene lavorato nelle caldaie in rame. Qui, il casaro – figura centrale della tradizione casearia – trasforma il latte crudo in formaggio, seguendo una tecnica affinata nei secoli ma rimasta sostanzialmente invariata. La cottura, la rottura della cagliata, l’estrazione a mano delle forme, la salatura in salamoia e, infine, la stagionatura: ogni fase è scandita da gesti precisi, spesso tramandati di generazione in generazione. Ogni forma è tracciata attraverso una marcatura con puntini e una placca di caseina.
Il percorso prosegue poi nelle sale di stagionatura, dove centinaia di forme maturano lentamente su scaffalature in legno, in un silenzio interrotto solo dal suono del martelletto con cui gli esperti (i c.d. battitori), eseguono i controlli di qualità necessari per valutare e certificare le forme.
Dopo almeno 12 mesi, solo le forme idonee ottengono il prestigioso marchio a fuoco del Consorzio. Quelle c.d. “non idonee” vengono sì scartate, ma in realtà riutilizzate per realizzare creme al formaggio, formaggi misti grattugiati, …
A completare l’esperienza, una degustazione guidata, che permette di comprendere l’evoluzione organolettica del Parmigiano Reggiano attraverso le stagionature. A condurre i visitatori in questo percorso sensoriale, spesso sono i Maestri Assaggiatori del Consorzio.
Simone Ficarelli, responsabile dell’Accademia del Parmigiano Reggiano e Maestro Assaggiatore del Consorzio, ci spiega quali sono le caratteristiche di un Parmigiano Reggiano giovane, intorno ai 12 mesi. “Nel formaggio giovane, intorno ai 12 mesi, si percepiscono note fresche e lattiche, quasi vegetali. È un formaggio che richiama il latte e la dolcezza, ha una consistenza più umida e una pasta ancora elastica: riuscire a schiacciarlo con le mani, è un chiaro segno della sua giovinezza. Perfetto come inizio pasto, si abbina bene a spumanti e bollicine secche, grazie alla sua delicatezza.”
Come cambia, invece, il profilo aromatico dopo 24 o 36 mesi di stagionatura?
“A 24 mesi” – continua Ficarelli – “il gusto diventa più sapido, ma resta equilibrato. Emergono note di nocciola, una leggera frutta secca e una sfumatura umami che ricorda il brodo di carne: è il glutammato presente naturalmente nel formaggio a conferirgli questa profondità. Dai 36 mesi in poi, il Parmigiano Reggiano raggiunge la massima espressione della sua complessità aromatica. I cristalli di tirosina diventano più grandi e percepibili sotto i denti, regalando anche una lieve nota amara. Al naso e al palato compaiono sentori di pepe, noce moscata, e una lunga persistenza che lo rende ideale per piatti tipici emiliani come le paste ripiene. In abbinamento, anche un cocktail come il Negroni o un vino dolce lo valorizzano al meglio. Per un tocco goloso, consiglio l’accostamento con miele d’acacia, che esalta l’intensità e l’eleganza delle stagionature più mature.”
Qualche numero …
I numeri della filiera del Consorzio del Parmigiano Reggiano, aggiornati al 2024 confermano la solidità del Parmigiano Reggiano anche sul piano economico. Sono 291 i caseifici attivi, con oltre 4 milioni di forme prodotte e 2,04 milioni di tonnellate di latte trasformato. In crescita il valore al consumo, che ha raggiunto i 3,2 miliardi di euro, così come le esportazioni, salite a 72.440 tonnellate (+8.670 rispetto al 2023). La quota export ha sfiorato il 49%, a testimonianza di un apprezzamento sempre più marcato anche fuori dai confini nazionali. Il confronto con il 2023 evidenzia una crescita costante, sebbene si osservi una leggera flessione nel numero di allevatori e bovine attive. Un dato che sottolinea l’importanza delle politiche di tutela e di valorizzazione della filiera, a cui il Consorzio del Parmigiano Reggiano continua a lavorare con impegno.
Visitare un caseificio significa immergersi in una filiera fatta di artigianalità, rigore e sostenibilità. Un’occasione per capire da vicino cosa rende il Parmigiano Reggiano un prodotto unico al mondo: il legame inscindibile con il suo territorio, l’assenza di additivi, la qualità del latte e l’esperienza umana che trasforma ogni giorno ingredienti semplici in un’eccellenza riconosciuta a livello globale.
Un valore che si esprime in modo ancora più evidente nelle zone di montagna, dove il Parmigiano Reggiano non è solo un’eccellenza gastronomica, ma anche un motore di sviluppo e presidio sociale.
“Il Parmigiano Reggiano contribuisce a fortificare l’economia e a preservare l’unicità dell’Appennino emiliano”, ha detto Nicola Bertinelli, Presidente del Consorzio. “È il più importante prodotto Dop ottenuto in montagna, con oltre il 21,7 % della produzione totale concentrata in caseifici di montagna. In queste aree svantaggiate, il Parmigiano Reggiano permette il mantenimento dell’agricoltura, sostiene le comunità locali, protegge il paesaggio e rappresenta un pilastro economico e sociale non solo per chi ci vive ma per tutti”.
La pasta con le sarde (pasta chî sardi)… il profumo della Sicilia e i ricordi di tanto tempo fa.
Un piatto povero, ma ricco di saperi e di sapori.
Oltre alla mia ricetta (con pinoli tostati), voglio svelarvi qualche piccola curiosità legata a questo piatto simbolo della cucina siciliana, e conosciuto per la sua combinazione di sapori unici che evocano il sole e il mare dell’isola.
Ingredienti semplici, ma ricchi di gusto, per creare un piatto che racconta storie di tradizioni e di cultura.
Una preparazione con origini umili, nata dall’ingegno dei pescatori che utilizzavano ingredienti facilmente reperibili per creare pasti nutrienti.
Tradizionalmente, la pasta con le sarde viene preparata durante la festa di San Giuseppe, una delle celebrazioni più importanti in Sicilia.
E poi… esistono diverse versioni di questo piatto, alcune includono l’aggiunta di pomodoro o mandorle, a seconda delle tradizioni locali. Io … i pinoli tostati!!!
Ingredienti (per 2 persone):
160 gr di spaghetti grandi o bucatini
16 sarde (o alici già sfilettate)
1/2 cipolla
1 cucchiaino di pasta di alici
2 cucchiai di pinoli tostati
q.b. di finocchietto selvatico
100 ml di acqua
1 pizzico di sale
1 pizzico di pepe
2 cucchiai di pangrattato
1 bicchierino di vino bianco
1 filo olio extravergine d’oliva (a crudo)
1 cucchiaio di uva passa
Preparazione:
Passa le sarde sfilettate sotto l’acqua, per poi tamponarle con dei fogli di carta assorbente da cucina: devo essere ben asciutte. Sbuccia la cipolla, e tritala finemente con un coltello. Sbollenta il finocchietto in acqua leggermente salata e dopo averlo scolato taglialo a pezzettini.
In un ampio tegame versa un giro di olio, la cipolla tritata, la pasta di alici, i pinoli tostati e infine il finocchietto tritato, lasciando appassire per qualche secondo. Sfuma con un bicchierino di vino bianco.
Sistema i filetti di sarde in tegame e lasciali rosolare per qualche minuto. Versa il liquido sui filetti di sarde. Lascia cuocere finché i filetti di sarde diventano chiari. Aggiungi a fuoco spento: un pizzico di sale, un pizzico di pepe, un paio di cucchiai di salsa di pomodoro (se si vuole) per insaporire; mescola e sfalda i filetti di sarde fino a raggiungere la pezzatura desiderata e poi aggiungi l’uvetta passa rinvenuta in acqua e poi strizzata. Cuoci la pasta nell’acqua in cui è stato sbollentato il finocchietto e scolala. Nel frattempo, scalda il condimento per la pasta con le sarde. Versa la pasta nel tegame con il condimento per la pasta con le sarde. A fuoco spento, aggiungi un filo di olio e amalgama. Macina ancora un po’ di pepe e se vuoi aggiungi altri pinoli. Servi calda.
In occasione del pranzo didattico conclusivo della 33ª edizione del Corso Cuoco della Scuola di Alta Cucina Accademia Chef di San Benedetto del Tronto, è andato in scena un evento dal forte impatto formativo e sensoriale: “VOYAGER: Giro Gastronomico del Mondo in 80 giorni”, un viaggio immaginario tra culture, tradizioni e sapori ispirato al celebre romanzo di Jules Verne.
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Sotto la guida del Direttore Didattico Roberto Morello e dello Chef Mariano Narcisi, ospiti e partecipanti – tra cui giornalisti, esperti del settore e addetti ai lavori – hanno preso parte a un’esperienza gastronomica dal respiro internazionale. Il progetto ha permesso di esplorare piatti e preparazioni provenienti da diversi continenti, reinterpretati con creatività e innovazione dagli allievi del corso e accompagnati dai vini della Cantina Montecappone SARL/Mirizzi di Jesi (AN).
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Non solo un pranzo, ma un viaggio culturale e formativo. Ogni portata è stata concepita come una tappa simbolica del viaggio di Phileas Fogg e Jean Passepartout: l’obiettivo, scoprire le meraviglie gastronomiche del mondo attraverso ingredienti, tecniche e suggestioni provenienti da altre culture, mantenendo però uno stile moderno e una presentazione colorata.
Tra le proposte, si sono distinti piatti come l’“Arancino di cous cous e caponata di verdure su crema di ceci”, il “Bao con straccetti di manzo glassati al miele, soia e cavolo viola marinato” e il “Risotto al Bobò de camarao, gamberetto croccante al panko e polvere di alganori”, che hanno saputo unire elementi della tradizione con influenze esotiche, dimostrando una buona padronanza delle tecniche culinarie globali.
L’esperienza, poi, è stata resa interattiva grazie all’introduzione di un sistema di valutazione coinvolgente: ogni ospite ha ricevuto cinque gettoni “STELLA” per votare il gradimento del viaggio al termine del pranzo. L’obiettivo collettivo era raggiungere almeno 70 gettoni da inserire nella mongolfiera simbolica del viaggio, vincendo così idealmente la “scommessa” del giro del mondo… “promuovendo” i provetti chef!
Un meccanismo originale che ha trasformato il pranzo in un gioco partecipativo, celebrando lo spirito di avventura e la curiosità del viaggiatore.
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Ma qual è il filo conduttore che è stato scelto per collegare piatti da differenti continenti e valorizzaare l’esperienza formativa degli studenti ed in che modo questa esperienza che unisce tecnica, storytelling e diversità culturale, aiuta concretamente gli allievi a crescere sia sotto il profilo professionale sia personale?
A rispondere è lo ChefMariano Narcisi:
Il filo conduttore è stato sicuramente il libro e, in base alle tappe e alla storia narrata è nata la fusione di tutti i piatti. Questa esperienza ha dato modo ai ragazzi di conoscere preparazioni un pò al di fuori del nostro target, approfondendo così culture diverse da quella italiana.
L’ispirazione è nata da un libro meraviglioso e dalla volontà di voler spaziare su una cucina internazionale, visto che il corso è comunque già completo rispetto a quella italiana. Abbiamo così pensato di spostare l’attenzione sugli ingredienti, piùttosto che sui piatti di una cucina internazionale, realizzando un menù insolito e diverso.
L’iniziativa ha confermato l’approccio didattico dell’Accademia, sempre più orientato a formare professionisti curiosi, competenti e aperti al mondo, capaci di unire solide basi tecniche a una visione contemporanea della cucina come forma di racconto culturale.
Per la ricetta del Risotto al Bobó de camarão, gamberetto croccante al panko e polvere di alganori … LEGGETE QUI … per il resto … restate collegati!
Ingredienti per il condimento:
300 g di manioca o patata
400 g di gamberi rossi già puliti
Zenzero in polvere
250 ml di passata di pomodori
200 ml di latte di cocco
50 ml di Olio Extra Vergine di oliva
½ limone
4 pomodori rossi
1 cipolla
1 spicchio di aglio
Pepe nero, prezzemolo tritato, peperoncino in polvere, sale
Preparazione:
Tagliare in 3 i gamberi e condire con il succo del limone. Sbucciare la manioca o le patate , tagliare a dadini per facilitarne la cottura e cuocere in acqua calda con sale e zenzero per circa 20 minuti. Quando saranno cotte, schiacciare le patate e mettere da parte. Nel frattempo, tritare finemente la cipolla, il prezzemolo, l’aglio e tagliare a dadini i pomodori, precedentemente lavati e privati dei loro semi. In una pentola o padella larga, mettere a scaldare l’olio, far rosolare la cipolla e l’aglio, aggiungere la manioca o la patata, la passata di pomodori, il latte di cocco, il sale e 300 ml di acqua circa. Mescolare bene e cuocete a fuoco medio per una decina di minuti. Si dovrà ottenere una salsa cremosa, non troppo liquida. In ultimo, aggiungere i pomodori, i gamberi e il prezzemolo. Lasciate cuocere per altri 5 minuti, poi correggete a piacere con peperoncino in polvere, zemzero e pepe nero.
Per il risotto:
1, 5 kg di riso carnaroli
Brodo vegetale qb
Burro acido
Latte di cocco
1 lime grattugiato
Parmigiano per mantecare
Per il gambero al panko:
20 gamberetti puliti
Uovo per panare
Panko
Olio di girasole per friggere
Polvere di alga nori da tritare in un mixer
Una vera sinfonia di sapori … il gamberetto croccante, avvolto in una leggere panatura panko, aggiungeva una nota di freschezza marina, mentre la polvere di alganori, infondeva al piatto un tocco di mare, evocando atmosfere lontane e misteriose.
Un altro pezzetto del menù…
Ramen moderno con tartufoSamosa ripieno di pollo e prugneCarrot cake revolution
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