Alcuni dolci nascono quasi per caso, da quello che abbiamo in casa e dalla voglia di portare in tavola qualcosa di semplice, di profumato e di genuino.
È il caso di questa torta all’uva nera in friggitrice ad aria, un dolce soffice e dal sapore autenticamente autunnale, preparato con pochi ingredienti e con tutta la dolcezza dell’uva di stagione.
Ho utilizzato l’uva nera senza semi, la farina 00, le uova a pasta gialla, l’olio e un pizzico di cannella. Ingredienti semplici, quelli che spesso abbiamo già in dispensa, e che insieme regalano una torta morbida e profumata.
La cottura in friggitrice ad aria la rende particolarmente pratica: in poco tempo si ottiene un dolce perfetto per la colazione, per la merenda o da accompagnare a una tazza di tè nel pomeriggio.
E poi c’è l’uva, che in cottura diventa ancora più dolce e succosa, creando piccoli punti di morbidezza all’interno dell’impasto. E questi, mi fanno impazzire …
La mia torta all’uva nera
Ingredienti:
250 g circa di uva nera senza semi
200 g di farina 00
2 uova
100 g di zucchero
80 ml di olio di semi
1/2 bustina di lievito per dolci
cannella q.b.
un pizzico di sale
Procedimento:
Lavo l’uva, la asciugo delicatamente e tengo da parte gli acini più belli per la superficie.
In una ciotola monto le uova con lo zucchero fino a ottenere un composto chiaro e leggermente spumoso. Aggiungo l’olio e continuo a mescolare.
Unisco quindi la farina setacciata con il lievito, un pizzico di sale e una spolverata di cannella.
Incorporo delicatamente parte degli acini di uva all’impasto, quindi verso il composto in uno stampo adatto alla friggitrice ad aria, precedentemente imburrato o rivestito con carta forno.
Completo la superficie con gli acini di uva rimasti e un’ultima spolverata di cannella.
Cuocio in friggitrice ad aria a 160°C per circa 30-35 minuti, verificando la cottura con uno stecchino. I tempi possono variare in base alla friggitrice e alla dimensione dello stampo.
Lascio intiepidire la torta prima di sformarla.
Il risultato è un dolce morbido, profumato e leggermente umido grazie alla presenza dell’uva: una piccola coccola d’autunno, semplice da preparare e perfetta da condividere.
Le mie cene non nascono quasi mai da un menu … ma nascono da un’idea.
A volte da un’immagine che mi colpisce, da un colore, da un ogetto trovato per caso, da un ricordo legato a un viaggio o alla mia famiglia. Ma, altre volte, una cena nasce da un’intuizione arrivata all’improvviso, che comincia a prendere forma nella mia testa molto prima che io sappia cosa cucinerò e cosa porterò a tavola.
E’ così che è nata anche “Bianco e Perle”.
Prima sono arrivate le due parole. Bianco e Perle. Poi l’immagine della tavola.
Le porcellane, i bicchieri, i fiori, le candele, la luce morbida e soffusa della sera. Le piccole perle a fare da filo conduttore, con quella loro eleganza un pò rètro che mi piace tanto.
E soltanto dopo è arrivato il menu.
Perchè, nelle mie cene, spesso è proprio la tavola a suggerirmi cosa cucinare.
Comincio ad immaginare i colori, le consistenze, i contrasti. Penso a qualcosa che sia in sintonia con l’atmosfera che voglio creare. E poco alla volta l’idea iniziale si trasforma in piatti, profumi e sapori. E’ un modo istintivo di progettare una cena, ma anche molto ragionato. Perchè, a dire il vero, dietro una tavola che sembra semplicemente apparecchiata c’è sempre una storia fatta di dettagli.
E per me, la tavola, non è mai soltanto una tavola. E’ un luogo in cui un’idea prende forma e diventa un momento da condividere.
Bianco e Perle. Questa volta il punto di partenza è stato il Bianco. Un bianco non rigoroso, ma morbido, luminoso, elegante, attraversato da diverse sfumature e materiali. E poi le perle, che hanno dato alla serata quel tocco prezioso e femminile che cercavo.
Da lì ho iniziato a costruire tutto il resto.
Anche il menu doveva seguire quella stessa sensazione: piatti insoliti, delicati, eleganti ma non troppo complicati, capaci di alternare cremosità e croccantezza, dolcezza e acidità, terra e mare.
Così la tavola ha suggerito il menu e, a sua volta, il menu ha completato la tavola.
Una cena che prende forma.
E comunque, c’è una parte delle mie cene che amo particolarmente ed è proprio questa: il momento in cui l’idea iniziale è ancora indefinita e comincia lentamente a trasformarsi in qualcosa di concreto. Scelgo i piatti, penso alla mise in place, provo una ricetta (solo a volte, però), cambio un ingrediente, immagino anche come servire una portata.
Qualche volta penso al cadeau per ogni ospite. Un qualcosa di insolito, di nuovo, di inaspettato, che possa completare la cena, offrendo spunti per foto, immagini e che comunque diventi uno dei segni riconoscibili di quella serata…ma, soprattutto un ricordo di quella singola cena A Casa di Carla.
Poi arriva il giorno della cena.
La casa si prepara, le luci si abbassano, si accende il mio albero d’arredamento, la tavola è pronta!
Screenshot
Ah si … le candele: quelle le accendo all’ultimo momento: qualcuna all’ingresso, sulla madia, qualcuna in punti d’appoggio del salone e poi quelle in tavola, in modo tale che durino per tutta la serata e possano così regalare quell’atmosfera soffusa che mi piace tanto per qualche ora.
Ora l’idea non è più soltanto mia … si è trasformata in una serata da vivere insieme.
Gli ospiti devono ancora arrivare e, per qualche minuto, posso guardare la tavola e pensare che quella sera diventerà teatro di una nuova storia.
Il menudi Bianco e Perle
Ho immaginato il menu come un percorso leggero e armonioso. Si comincia con un chupito di ajo blanco, fresco e vellutato, accompagnato da un piccolo crostino di pane a forma di fiore con robiola, uva bianca e mandorle.
Poi il menu prosegue con il cavolfiore e fonduta di Grana, il crostino con la pesca, il risottino alla burrata e limone e i gamberi con crema di cannellini.
Per il dessert ho scelto una mousse delicata allo yogurt e cioccolato bianco, e poi una panna cotta profumata al cardamomo e accompagnata dal gusto intenso del caffèe cioccolato fondente.
Un menu senza la necessità di stupire a tutti i costi.
Piuttosto, la voglia di portare a tavola qualcosa di curato, equilibrato e soprattutto fatto con le proprie mani. Due ricette le voglio lasciare qui, perchè di ogni cena mi piace conservare qualcosa. Non soltanto le fotografie, oppure le dediche delle ospiti sul mio diario, ma anche una ricetta, un’idea, un dettaglio che possa continuare a vivere oltre quella sera.
Gamberi al vapore su crema di cannellini
Per Bianco e Perle ho scelto due preparazioni molto diverse tra loro, ma entrambe rappresentative dello spirito della cena.
Il chupito di Ajo Blanco con fiore di crostino d’uva bianca con robiola e mandorle
Chupito di Ajo Blanco con crostino d’uva, robiola e mandorle
Per la vellutata:
100 g di mandorle pelate
80 g di pane bianco raffermo senza crosta
1 piccolo spicchio d’aglio (o aglio in polvere)
mezzo cetriolo
250 ml circa di acqua fredda
50 ml di olio extravergine di oliva
1 cucchiaio di aceto di mele
sale
pepe, se gradito
Per i crostini:
6 piccole fette di panemorbido
80 g circa di robiola
6-8 acini di uva bianca
1 cucchiaio di mandorle tritate
olio extravergine di oliva qb
un taglia biscotti a forma di fiore
Procedimento:
Mettere il pane a bagno nell’acqua fredda per qualche minuto.
Nel bicchiere del frullatore riunire le mandorle pelate, il pane strizzato, l’aglio, il mezzo cetriolo, l’aceto e una parte dell’acqua. Frullare fino a ottenere una crema liscia.
Aggiungere lentamente l’olio extravergine di oliva continuando a frullare, fino ad ottenere una consistenza vellutata. Regolare di sale e, se necessario, aggiungere altra acqua.
Lasciare riposare l’ajo blanco in frigorifero per almeno un’ora (deve essere ben freddo).
Nel frattempo ricavare dal pane dei piccoli fiori con uno stampino e tostarli in forno (se si vuole) fino a renderli croccanti.
Spalmare la robiola sui fiori di pane, aggiungere un piccolo pezzetto di uva bianca senza semi e completare con le mandorle spezzettate.
Servire l’ajo blanco ben freddo in piccoli bicchieri o ciotoline, accompagnandolo con il crostino.
Il dettaglio in più: qualche goccia di olio extravergine di oliva e un paio di acini d’uca senza semi e tagliati a metà sulla superficie della vellutata.
Panna cotta al Cardamomo e Caffè
Panna cotta al Cardamomo e Caffè
Per la panna cotta
500 ml di panna fresca
70 g di zucchero
4 bacche di cardamomo
6 g di gelatina in fogli
1 cucchiaino di estratto di vaniglia
Per la salsa al caffè e cioccolato
100 ml di caffè espresso
80 g di cioccolato fondente
30 ml di panna fresca
1 cucchiaino di zucchero, se desiderato
Preparazione
Mettere la gelatina in ammollo in acqua fredda per circa 10 minuti.
Aprire leggermente le bacche di cardamomo e schiacciarle appena (io le ho tenute in infusione in poco latte per tutta la notte), quindi versare la panna in un pentolino insieme allo zucchero, al cardamomo e alla vaniglia.
Scaldare lentamente senza portare a ebollizione. Spegnere il fuoco e lasciare in infusione per circa 10-15 minuti, in modo che il cardamomo possa sprigionare tutto il suo profumo.
Filtrare la panna, eliminando il cardamomo, e aggiungere la gelatina ben strizzata quando il composto è ancora caldo. Mescolare fino a farla sciogliere completamente.
Versare la panna nello stampo in ceramica da crostata, precedentemente inumidito con pochissima acqua, e lasciare raffreddare a temperatura ambiente.
Trasferire quindi in frigorifero e lasciare rassodare per almeno 4-5 ore, preferibilmente per tutta la notte.
La salsa al caffè e cioccolato
Preparare il caffè espresso e versarlo ancora caldo sul cioccolato fondente tritato.
Aggiungere la panna e mescolare fino a ottenere una salsa liscia, lucida e omogenea. Se si desidera una nota più dolce, aggiungere un cucchiaino di zucchero.
Lasciare intiepidire prima di servirla.
Il dettaglio in più: Portare la panna cotta direttamente nello stampo in ceramica, così da conservarne l’aspetto semplice e insieme elegante. La salsa al caffè e cioccolato viene servita a parte, in una piccola ciotola o salsiera, lasciando agli ospiti la possibilità di versarla sulla propria porzione.
Ma torniamo alla cena … quando, secondo me, arriva la parte più bella…
Quando tutto è pronto, il menu diventa quasi secondario.
Perché arriva il momento in cui ci si siede.
Le candele aiutano l’atmosfera, si versa il vino, il brindisi, la foto, qualche piccola ripresa, qualcuno racconta qualcosa, qualcun altro ride.
E la tavola, quella che fino a poco prima era soltanto un insieme di piatti, bicchieri, fiori e decorazioni, comincia finalmente a vivere.
È questo che cerco nelle mie Cene a Casa di Carla.
La ciambella questa mattina profuma di casa e … di cioccolato!
Dopo la mia Cena “A Casa di Carla” tutta dedicata al CIOCCOLATO non riesco a cucinare altro (ah … intanto devo ringraziare tutte quelle persone che stanno apprezzando la serata … siete veramente tantissimi ☺️ e … vi anticipo subito che più in là ci sarà una replica pazzesca 😉)…
E comunque il cioccolato ora è dappertutto🤣
Questa ciambella è nata così … cacao “super” in dispensa, yogurt greco in frigorifero, farina 00 e tante gocce di cioccolato fondente. E, credetemi …
“Basta una fetta a colazione, una tazza di latte o di caffè e la giornata parte con il sorriso” 😊
Morbidissima con un effetto bicolore: a metà dell’impasto ho aggiunto 2 cucchiai di cacao amaro.
Una ricetta semplice, sofficissima e perfetta da condividere (in famiglia) oppure … da concedersi tutta per sé!
Ricetta
Ingredienti:
4 uova
200 g di zucchero
300 g di yogurt greco
140 ml di olio di semi di girasole
300 g di farina 00
1 bustina di lievito per dolci
120 g di gocce di cioccolato fondente
2 cucchiai di cacao amaro
zucchero a velo o crema di cioccolata per guarnire
Procedimento:
Montate le uova con lo zucchero fino a ottenere un composto chiaro e spumoso. Unite lo yogurt greco e l’olio di semi, continuando a mescolare.
Aggiungete la farina setacciata con il lievito e amalgamate fino a ottenere un impasto liscio. Incorporate le gocce di cioccolato fondente.
Dividete l’impasto in due parti e in una aggiungete i 2 cucchiai di cacao amaro, mescolando bene.
Versate nello stampo da ciambella imburrato e infarinato alternando i due impasti, creando un delicato effetto marmorizzato.
Cuocete in forno statico preriscaldato a 180°C per circa 30-35 minuti (fate sempre la prova stecchino).
Lasciate raffreddare e, se vi piace, completate con una spolverata di zucchero a velo o crema di cioccolata (io le uova di Pasqua in avanzo sciolte al microonde).
Un dress code nei toni del marrone e dell’oro. Una tavola pensata nei minimi dettagli e un menu interamente dedicato al cacao e al cioccolato.
Così è andata la serata di “Chocolat”, l’ultimo appuntamento delle cene A Casa di Carla.
Bollicine, cioccolato fondente e fiocchi di sale Maldon, un liquore al cioccolato, piatti insoliti, tante risate e quella leggerezza che nasce quando ci si ritrova semplicemente per stare bene insieme.
Perché le mie cene sono sempre così: un tema da raccontare, una tavola da condividere e piccoli momenti da custodire.
Grazie a tutte per aver trascorso con me un altro pezzetto di strada. ❤️🍫✨
A Casa di Carla, alla fine, non si porta in tavola soltanto il cibo, ma anche l’amicizia, la bellezza e il piacere di regalarsi del tempo.
Guarda qui la galleria fotografica:
Da sx verso dx: Carla Seconi, Martina Maranella, Daniela D’Antonio, Carla Di Giamberardino, Silvia Di Lorenzo, Carla De Iuliis (io), Alessandra Maranella, Maria Di Domenico, Federica Matteucci, Marcella Venere Il Menu
Una terrazza, il tramonto che colora i calici e quei piatti semplici che sanno subito d’estate🍷 Ieri sera una cena per due, aria tiepida, chiacchiere lente e uno stuzzico fresco e saporito preparato in pochi minuti, dopo una lunga giornata a lavoro, ma capace di trasformare l’aperitivo in un piccolo e piacevole rito.
Base di cetriolo croccante, feta greca cremosa, pomodorini confit cotti in friggitrice ad aria e olive taggiasche. E ancora … olio evo, sesamo, origano, basilico secco e un pizzico di magia estiva.
Il calice? Da Abruzzese, un buon Montepulciano d’Abruzzo, perfetto per brindare alle sere leggere e alle cene all’aperto, come piace a me. Anzi … a Noi!
Bit di feta e cetriolo croccante
cetriolo a fette spesse
feta greca sbriciolata
pomodorini conditi con olio, sale, zucchero, origano e cotti in friggitrice ad aria a 180° per circa 10 minuti
olive taggiasche denocciolate
olio evo abbondante
sesamo e spezie a piacere
Preparazione:
Assemblate tutto, fermate con uno stecchino e servite freddo con abbondante olio evo🍅🍷
Una sala ristorante trasformata in laboratorio di cultura gastronomica, dove tradizione e formazione si sono incontrate in modo concreto.
Si è svolto il 20 aprile presso l’I.I.S. Di Poppa–Rozzi di Teramo l’evento “Virtù a confronto”, dedicato a uno dei piatti più rappresentativi della cucina abruzzese: le Virtù teramane.
Protagonisti gli studenti del polo alberghiero, impegnati in tutte le fasi dell’iniziativa: dall’accoglienza al servizio, fino al racconto del piatto. Un’esperienza immersiva che ha portato la didattica fuori dall’aula, trasformandola in pratica reale e mettendo alla prova competenze tecniche, organizzative e relazionali.
Al centro della giornata, le Virtù: piatto identitario per eccellenza, tradizionalmente preparato il primo maggio, nato come sintesi tra la dispensa contadina di fine inverno e i primi prodotti della nuova stagione. Una ricetta complessa, fatta di equilibri, tempi e gesti che racchiude il senso più autentico della cucina del territorio.
Sette i ristoratori coinvolti, chiamati a proporre una propria interpretazione del piatto, affiancata da abbinamenti studiati per valorizzarne le caratteristiche. Un confronto diretto tra visioni diverse, in equilibrio tra rispetto della tradizione e slancio innovativo:
Piero Cordoni de “La Granseola”, con una virtù di mare ha aperto la degustazione
Alessandro De Antoniis di “Cipria di mare”, con la sua virtù di pesce abbinata a Pecorino DOC Vinum Hadrianum di Atri, affinato in anfore realizzate a Castelli
Tommaso Melzi chef di “Ebrius”, è la sua virtù accompagnata dal Cerasuolo Ausonia
Patrizia Corradetti per il Ristorante Zenobi
Marcello Schillaci de “La Cantina di Porta Romana”, con un cocktail in pairing
Mirna Iannetti de “I Tre Archi”, con il nipote Cristiano – giovane Chef, ex studente dell’Istituto Alberghiero e quarta generazione – in abbinamento ad una birra IPA artigianale de “La Casa di Cura”, aromatizzata con luppolo americano e tè verde cinese.
E poi Rosita D’Antonio appassionata di cucina, con le sue delicate virtù abbinate ad un Cerasuolo dell’Azienda Faraone.
Un percorso degustativo che ha evidenziato la versatilità delle Virtù e la capacità dei ristoratori di reinterpretare un piatto storico senza snaturarne l’identità, attraverso tecniche contemporanee e accostamenti originali.
A valutare le proposte una giuria degustativa, chiamata ad esprimersi sull’equilibrio complessivo e sugli abbinamenti. A conquistare il primo posto è stato Alessandro De Antoniis, premiato per l’armonia tra la sua interpretazione e il Pecorino Vinum Hadrianum.
Nel corso dell’evento, la dirigente scolastica Caterina Provvisiero ha sottolineato il valore formativo dell’iniziativa: “Eventi come questo rappresentano un’occasione concreta per gli studenti di misurarsi con la tradizione, comprenderne il significato più profondo e trasformarla in competenza. La cucina è cultura viva: esperienze come questa di oggi insegnano a custodirla e a interpretarla con uno sguardo contemporaneo”.
Particolarmente apprezzata la sinergia con i ristoratori del territorio, che ha reso “Virtù a confronto” un vero momento di dialogo tra scuola e mondo del lavoro. Non solo degustazione, dunque, ma un’esperienza completa, fatta di profumi, gesti e relazioni, in cui il cibo si conferma strumento di trasmissione culturale.
L’iniziativa si consolida così come un appuntamento capace di valorizzare il patrimonio gastronomico locale e, allo stesso tempo, di proiettarlo nel futuro attraverso le nuove generazioni.
Ci sono ricette che sorprendono per la loro semplicità e per l’equilibrio di sapori inaspettati. Questo filetto di maiale al caffè e miele nasce proprio dall’incontro tra due note opposte: l’intensità leggermente amara del caffè e la dolcezza avvolgente del miele. Il risultato è un piatto profumato e armonioso, in cui la carne rimane morbida e saporita, arricchita dal rosmarino e da un sughetto ricco e aromatico.
“L’incontro tra l’intensità del caffè e la dolcezza del miele trasforma un semplice filetto in un equilibrio sorprendente di sapori.”
È una ricetta veloce ma elegante, perfetta per portare in tavola qualcosa di diverso senza complicarsi la cucina. Servito con funghi appena scottati nel fondo di cottura, questo filetto diventa un secondo piatto completo, rustico ma raffinato, ideale per una cena speciale o per sorprendere gli ospiti con un abbinamento originale.
Ingredienti:
1 filetto di maiale di circa 300 gr tagliato a fettine
1 tazzina di caffè espresso
1 cucchiaio di miele
Olio EVO
sale
pepe
aglio (2 spicchi incappucciati)
Rosmarino fresco
Procedimento:
Rosola il filetto in padella con olio EVO, rosmarino e aglio. Sfuma con il caffè, aggiungi il miele, il sale e il pepe. Cuoci coperto 15 minuti. Il caffè darà profondità e una nota leggermente amara. Servi accompagnato da funghi a fette appena scottati nel sughetto del filetto. Se vuoi aggiungi prezzemolo fresco.
C’è qualcosa di irresistibile nella semplicità di un piatto rustico: pochi ingredienti, sapori autentici e un risultato che scalda il cuore.
Le fave e pecorino in crosta di pane sono proprio questo: un incontro tra la dolcezza delle fave, la sapidità intensa del pecorino stagionato (qui quello Abruzzese) e la croccantezza del pane rustico, arricchito dall’aroma del rosmarino.
Perfetto come antipasto, brunch o piatto unico leggero, questo piatto porta in tavola i profumi della campagna italiana, trasformando ingredienti semplici in un piccolo gioiello gastronomico.
Una ricetta ideale per raccontare con foto e parole la bellezza della cucina casalinga, genuina e senza fronzoli.
Ingredienti (per 2 persone):
200 g di fave fresche o surgelate
80 g di pecorino stagionato a scaglie
1 cipolla piccola
2 cucchiai di olio extravergine d’oliva
1 rametto di rosmarino (meglio se fresco)
Sale e pepe q.b.
4 fette di pane rustico (tipo casereccio o integrale)
Qualche foglia di menta o prezzemolo fresco per guarnire
Procedimento:
Preparare le fave:
Se usi fave fresche, sbollentale 2-3 minuti e togli la pellicina esterna.
Se surgelate, cuocile secondo le istruzioni.
Soffritto aromatico: In una padella, scalda l’olio e fai dorare la cipolla tritata finemente con il rosmarino.
Aggiungi le fave e cuoci per 5-7 minuti, mescolando spesso. Aggiusta di sale e pepe.
Comporre il piatto: Tosta le fette di pane. Distribuisci le fave sopra, aggiungi scaglie di pecorino e un filo d’olio a crudo.
Guarnisci con menta o prezzemolo fresco. Servi subito, caldo, con un bicchiere di vino bianco secco o rosato leggero per un abbinamento rustico ma elegante.
Ci sono tradizioni gastronomiche che non sono soltanto ricette, ma veri e propri racconti di vita.
In Abruzzo, una di queste storie si chiama Panarda, un’antica usanza (le prime testimonianze la fanno risalire alla seconda metà del Quattrocento) che trasformava la tavola in un luogo di festa, di abbondanza e di comunità.
La Panarda era molto più di un pranzo importante: era un banchetto rituale, un susseguirsi di portate (dalle 20 alle 50) che poteva durare due o tre giorni consecutivi (ma anche quattro), durante i quali gli ospiti restavano seduti a tavola condividendo cibo, vino e conversazioni.
Questa tradizione nasce nella Marsica, in particolare nel piccolo paese di Villavallelonga, in provincia de L’Aquila, in occasione della Festa di Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio. Il termine Panarda, invece, ha un’etimologia incerta: dal greco Pan (tutto) e dall’arabo Har (Caldo); oppure Pane e Larde (Pane e Lardo), una delle tante portate messe a tavola durante il banchetto.
“Secondo il racconto popolare e più diffuso, invece, un proprietario terriero locale, si fece inconsapevolmente mietere la sua terra da degli sconosciuti che si rivelarono essere poi dei diavoli. Si dice che il santo li abbia messi in fuga e che la moglie del proprietario terriero, come ringraziamento, avesse distribuito il pranzo a metà del villaggio.
Da quel momento la Panarda divenne simbolo di ospitalità e generosità, un rito capace di raccontare l’anima più autentica della cucina abruzzese.
Durante queste lunghe tavolate le portate arrivavano una dopo l’altra, quasi senza sosta. Antipasti rustici, zuppe contadine, paste fatte in casa, carni arrosto, formaggi stagionati e dolci tradizionali: un viaggio gastronomico che poteva superare le quaranta o cinquanta preparazioni. E a fare la guardia, assicurando al padrone di casa che tutti mangiassero tutto, c’era anche un “guardiano di mensa”.
Tra i piatti più rappresentativi non mancavano mai le fave bollite condite con olio, cipolle e lardo, i maccheroni alla chitarra, preparati con la tradizionale chitarra abruzzese e conditi con un sugo di carne, le pallotte cacio e ova, l’agnello cacio e ova, e naturalmente un vino rosso locale.
Ma più del numero delle portate, ciò che rendeva speciale la Panarda era il suo significato: sedersi a quella tavola significava partecipare ad un momento di condivisione profonda, dove il cibo diventava linguaggio di accoglienza e di amicizia.
E qui il tempo scorreva lento, tra racconti, brindisi e profumi che arrivavano dalla cucina. Ogni piatto raccontava una storia: quella delle campagne abruzzesi, delle mani che lavoravano la pasta, delle famiglie che custodivano ricette tramandate di generazione in generazione.
Oggi la Panarda (per ovvie ragioni) sopravvive soprattutto nella memoria e in alcune rievocazioni gastronomiche (a Lanciano, d’estate ed anche in altri borghi abruzzesi), ma continua a rappresentare una delle immagini più suggestive della cultura culinaria abruzzese.
È il simbolo di una cucina generosa, sincera e profondamente legata al territorio, dove la tavola diventa il cuore della casa e il luogo in cui le persone si incontrano.
E forse proprio questo è il messaggio più attuale di questa antica tradizione: rallentare, sedersi insieme e riscoprire il piacere semplice di condividere il cibo e il tempo. (foto di copertina di Guille B. per Unsplash)
I Piatti della Panarda …
Io l’ho modernizzata un pò e ho preparato per voi alcune ricette!
Le Pallotte Cacio e Ova
Polpette preparate con formaggio e uova, semplici ma incredibilmente saporite.
200 g pecorino grattugiato
100 g Parmigiano Reggiano
3 uova intere
80 g di pangrattato o pane raffermo del giorno prima
prezzemolo (un ciuffetto)
500 ml di passata di pomodoro
aglio (due spicchi)
olio extravergine d’oliva
basilico fresco
Procedimento:
Mescolare pecorino, parmigiano, uova, pangrattato e prezzemolo fino a ottenere un impasto compatto. Con le mani formare piccole polpette e friggerle in olio caldo. Preparare una salsa di pomodoro con aglio e olio e lasciare insaporire le pallotte nel sugo per circa dieci minuti prima di servirle, completando con basilico fresco.
Le Pallotte cacio e Ova
Maccheroni alla chitarra con le pallottine
Per le pallottine:
Carne macinata (250 gr)
1 uovo intero
2 cucchiai di parmigiano
Noce moscata
Sale
Pepe
Prezzemolo
Per gli spaghetti:
300 gr di farina (mista macinata a pietra)
3 uova medie
2 cucchiaio di olio evo
20 ml di acqua
Per il sugo con le pallottine:
Olio per friggere (le pallottine)
Cipolla 🧅
1 bottiglia di pomodoro
Basilico
Olio evo
Sale
Parmigiano grattugiato o pecorino abruzzese (da spolverare sullo spaghetto)
Procedimento:
Preparare le pallottine, mettendo insieme tutti gli ingredienti e impastando con le mani fino ad ottenere un impasto liscio e omogeneo (come per le polpette). Formare tante piccole polpettine e adagiarle su un piano con carta da forno.
Friggere in olio di semi le polpettine e scolarle su carta assorbente.
Preparare il sughetto di pomodoro. Aggiungere in una padella capiente olio evo, cipolla, pallottine fritte, pomodoro passato, sale e basilico fresco. Tenere sul fuoco 15/20 minuti circa.
Preparare l’impasto per gli spaghetti, aggiungendo in un robot da cucina tutti gli ingredienti fino a formare una palla liscia e compatta. Procediamo con il creare le sfoglie di pasta e poi con gli spaghetti. Cospargere di farina.
Mettere l’acqua sul fuoco, il sale e, al bollire, buttare giù gli spaghetti, mescolando di tanto in tanto affinché non si attacchino tra loro. Scolare e versare la pasta nel sugo, mescolando. Cospargere di parmigiano grattugiato. Servire.
L’Agnello Cacio e Ova
Ingredienti per 6 persone:
Bocconcini di carne di agnello (generalmente il cosciotto) 1 Kg e 1/2
• Uova 4
• Succo di 2 limoni grandi
• Pecorino abruzzese grattugiato 3 cucchiai
• Sale q.b.
• Pepe q.b.
• Aglio 2 spicchi
• Rosmarino 1 rametto
• Timo 1 rametto
• Alloro 3 foglie
• Olio extravergine di oliva 3/4 cucchiai
Procedimento:
Prendere i bocconcini di agnello e trasferirli in una padella capiente assieme all’olio EVO, l’aglio in camicia, il rosmarino, il timo e le foglie di alloro, facendoli rosolare bene. Aggiungere il succo di limone, e lasciarlo evaporare; aggiustare di sale e pepe e continuare la cottura a fuoco lento per 25/30 minuti o comunque fino a quando lo spezzatino non risulterà cotto e morbido. Nel frattempo, in una ciotola sbattere le uova con il pecorino abruzzese grattugiato. Eliminare l’aglio, il rosmarino, il timo e l’alloro dalla carne e versare la cremina sulla carne, mescolando velocemente fino a rendere l’agnello “cacio e ova” cremoso.
L’Agnello cacio e ova
Il Parrozzo
Ingredienti:
6 rossi d’uovo + 6 albumi montati a neve
150 gr di mandorle tostate
150 gr di semolino
3 cucchiai scarsi di zucchero per ogni uovo
2 cucchiai scarsi di mandorle amare
buccia grattugiata di 1 limone e di 1 arancia
1/2 bicchierino di succo di limone e di arancia
150-200 g Cioccolato fondente e burro per la copertura
Procedimento:
Preriscaldare il forno a 160 o 170 gradi e imburrare/infarinare uno stampo a semisfera. Tostare leggermente le mandorle e tritarle finemente fino a ridurle in farina. Separare i tuorli dagli albumi. Lavorare i tuorli con lo zucchero finché il composto non diventa chiaro e spumoso. Aggiungere ai tuorli le mandorle tritate, il semolino, la scorza di limone/arancia grattugiata e il liquore. Montare gli albumi a neve fermissima con un pizzico di sale. Incorporare delicatamente gli albumi al composto di tuorli, mescolando dal basso verso l’alto per non smontarli. Versare nello stampo e cuocere per circa 50-60 minuti (fare la prova stecchino). Lasciar raffreddare il parrozzo, poi toglierlo dallo stampo. Sciogliere a bagnomaria il cioccolato fondente con il burro e versarlo sul dolce posizionato su una gratella.
“Le Scrippellette d’oro, baccalà e miele” nascono dall’idea di reinterpretare uno dei simboli più identitari della cucina teramana: le scrippelle. Trasformate in scrippellette fritte, croccanti e leggere, diventano un supporto elegante per la crema di baccalà, creando un piatto che unisce tradizione e contemporaneità.
Il miele d’acacia e la scorza d’arancia creano un ponte aromatico con un vino dolce, tipo moscato, esaltandone le note floreali e agrumate, mentre la sapidità del baccalà mantiene equilibrio e armonia.
Un dialogo perfetto tra memoria e innovazione, che valorizza la cucina abruzzese e l’esperienza del vino.
Il piatto esprime la tradizione abruzzese reinterpretata, mostrando come una preparazione simbolo possa evolvere senza perdere memoria, diventando veicolo di abbinamenti moderni e consapevoli con il vino.
Ingredienti:
Per le scrippellette:
2 uova
60 g farina 00
120 ml acqua
1 pizzico di sale
Olio di semi per friggere (io di arachini)
Per il baccalà mantecato:
200 g baccalà già ammollato
1 cucchiaio olio extravergine d’oliva
1 cucchiaio latte caldo
Per completare:
1 cucchiaino miele d’acacia
Scorza grattugiata di arancia non trattata
Pepe bianco (facoltativo)
Procedimento:
Preparare la pastella: sbattere uova, farina, acqua e sale.
Cuocere le scrippelle sottili in padella. Tagliarle in quadrati o strisce e friggere fino a doratura. Lessare il baccalà, eliminare pelle e lische, mantecare con olio e latte fino a crema liscia.
Comporre il piatto: crema di baccalà sul fondo, scrippellette calde sopra, qualche goccia di miele, scorza d’arancia e pepe. Servire tiepido, accompagnando con un vino dolce, tipo moscato.
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