Tag

Food

Browsing

Un calice di Apollo Cerasuolo d’Abruzzo 2024 di Ausonia accompagna la pizza con costine, aglio e menta da Acqua&Farina. Un incontro tra territori, materie prime e culture gastronomiche che porta un pezzo d’Abruzzo nel percorso di ricerca del pizzaiolo salernitano Rosario Giannattasio.

A Vicenza, l’Abruzzo arriva al tavolo nel calice di Apollo Cerasuolo d’Abruzzo 2024 di Ausonia, prodotto sulle colline teramane e scelto dall’Head Sommelier Loris Spagnolo per accompagnare una delle proposte del percorso degustazione di Acqua&Farina, la pizzeria di Rosario Giannattasio. Un abbinamento che mette in dialogo una pizza di ricerca con un vino espressione del territorio abruzzese.

Rosario Giannattasio

Un incontro apparentemente lontano, quello tra il Veneto, le radici campane del pizzaiolo e il territorio abruzzese. Eppure, proprio la pizza diventa il punto di incontro tra culture gastronomiche diverse, attraverso una cucina che guarda alla tradizione ma senza rinunciare alla ricerca.

A Vicenza, Giannattasio, originario del Salernitano, ha costruito negli anni un progetto nel quale la pizza napoletana diventa materia di studio, di sperimentazione e di racconto. Acqua&Farina nasce nel 2014 e nel marzo 2025 si trasferisce nella sede di viale Francesco Crispi, in uno spazio più ampio nel quale alla pizza si affianca una significativa ricerca sul vino. La carta conta oggi oltre 350 etichette e comprende bollicine, bianchi, rossi, vini naturali e diverse espressioni territoriali.

Il nome stesso del locale racchiude la filosofia di Giannattasio.

Acqua e farina sono due elementi semplici, alla base della pizza. Ma proprio dalla semplicità si possono fare grandi cose

È una semplicità che non significa banalità. Al contrario, rappresenta il punto di partenza di un lavoro fatto di impasti, maturazioni, cotture e materie prime. La tradizione napoletana rimane il riferimento, ma viene interpretata attraverso un percorso personale che porta la pizza verso una dimensione sempre più gastronomica.

L’impasto diventa così il primo elemento del racconto, mentre gli ingredienti vengono trattati non semplicemente come un condimento, ma come componenti capaci di modificare consistenze, profumi, temperature e percezioni.

È una filosofia che trova spazio anche nei percorsi degustazione, pensati per proporre la pizza in una sequenza di assaggi nei quali cambiano ingredienti, consistenze e abbinamenti.

È proprio all’interno di questo percorso che arriva l’Abruzzo.

Tra le pizze proposte, quella con costine, aglio e menta incontra l’Apollo Cerasuolo d’Abruzzo 2024 di Ausonia, un vino ottenuto da Montepulciano d’Abruzzo, da agricoltura biologica e biodinamica. L’azienda lo descrive come un Cerasuolo dai profumi floreali e dalle note di frutti rossi e ciliegia, fresco e di media struttura, indicandolo anche per pizza e carni bianche. 

Pizza costine, aglio e menta

Qui, però, l’abbinamento assume una lettura particolarmente interessante. La pizza porta nel piatto la succulenza e la componente grassa della costina, accompagnate dalla marcata aromaticità dell’aglio. La menta introduce invece una nota balsamica e fresca, capace di alleggerire la percezione della carne e di rendere il boccone più dinamico.

Il Cerasuolo entra in questo equilibrio senza sovrapporsi. La sua freschezza sostiene quella della menta, mentre la componente fruttata accompagna la carne e contribuisce a ripulire il palato.

Pizza costine, aglio e menta e Cerasuolo Ausonia Nocelle di Atri (TE)

Il risultato? Un abbinamento costruito non soltanto sulla concordanza, ma anche sul contrasto e sull’equilibrio: la struttura della costina, la persistenza dell’aglio, la freschezza della menta e il carattere del Cerasuolo procedono insieme, in una sequenza che rende il boccone progressivamente diverso.

Il vino abruzzese, così, non è un semplice accompagnamento, ma è parte del racconto gastronomico.

La presenza dell’Apollo in questo percorso racconta anche la capacità del Cerasuolo d’Abruzzo di uscire dai confini regionali e di confrontarsi con una cucina contemporanea e trasversale. Il vino simbolo della tradizione rosata abruzzese nasce dal Montepulciano, ma nella versione Cerasuolo assume una fisionomia diversa da quella del rosso più strutturato: colore, freschezza, frutto e versatilità ne fanno un vino particolarmente adatto alla tavola.

E la pizza, proprio per la sua struttura composita, rappresenta un terreno interessante per sperimentarne le possibilità.

La proposta di Acqua&Farina parte dalla pizza napoletana, ma guarda alla gastronomia nel suo complesso. Margherita, porcini, tartare e maionese ai porcini, costine, aglio e menta, fino ad altre preparazioni più elaborate, diventano tappe di un percorso nel quale la materia prima viene osservata e reinterpretata.

La stessa attenzione riservata al cibo si ritrova anche nella carta dei vini, curata in sala dai sommelier e costruita per accompagnare le diverse espressioni della pizza. Il vino non arriva semplicemente accanto alla pizza, ma entra nel ragionamento che precede l’assaggio.

Acqua&Farina racconta, in fondo, una storia fatta di contaminazioni; identità diverse che non vengono messe in competizione, ma vengono fatte dialogare. E così, a Vicenza, tra acqua, farina, impasti e ricerca, può capitare di incontrare un sorso d’Abruzzo.

Quello di un Cerasuolo che accompagna una costina con aglio e menta e dimostra, ancora una volta, come la cucina sappia creare ponti là dove la geografia traccia distanze.

Dalla colazione al cocktail di fine serata, sette “indirizzi” milanesi per raccontare il tè come ingrediente, cultura e nuova frontiera dell’ospitalità.

Una giornata interamente dedicata a guardare il tè da prospettive diverse. Non soltanto come bevanda da sorseggiare, ma come ingrediente capace di entrare nella cucina, nella pasticceria, nel mondo del benessere e nella miscelazione.

È questa l’idea che ha guidato il Milano Tea Day, organizzato il 17 settembre 2026 da Accademia Ferri, in collaborazione con Italia a Tavola, e che ha visto anche la partecipazione dei partner Geminiano Cozzi Venezia 1765, Costa Group, Casa Bugatti, Infinito Design e Materia. Un percorso itinerante attraverso sette location della città, pensato per mostrare agli operatori dell’ospitalità quante possibilità possano nascere attorno ad una tazza di tè o ad un’infusione. 

Un viaggio cominciato al mattino e terminato dopo cena, attraversando hotel, spa, ristoranti, pasticcerie e cocktail bar.

Screenshot

Ed è forse proprio questa la chiave più interessante del progetto: spostare il tè dal suo ruolo tradizionale e inserirlo dentro l’esperienza contemporanea dell’ospitalità.

Dietro il progetto c’è Ferri dal 1905, azienda con oltre un secolo di esperienza nella selezione di tè, infusi e spezie e oggi impegnata anche nella consulenza e nella costruzione di proposte personalizzate per il mondo Horeca. Da qui nasce Accademia Ferri, uno spazio dedicato alla cultura, alla formazione e alla sperimentazione: degustazioni, corsi, consulenze e appuntamenti nei quali il tè diventa strumento per costruire nuove esperienze di servizio. 

Durante il Milano Tea Day la filosofia dell’Azienda è diventata concreta: la giornata è iniziata all’Hotel Gallia con la colazione, è passata attraverso il benessere alla Shiseido SPA, ha incontrato la cucina di Eugenio Boer e la pasticceria di Gianluca Fusto, per arrivare poi all’aperitivo, alla cena e alla mixology. 

Un itinerario nel quale ogni tappa ha rappresentato una diversa possibilità di utilizzo del tè e delle infusioni.

La sesta tappa del Milano Tea Day porta a Linfa – Eat Different, in piazza Cavour, per una cena interamente dedicata alla cucina vegetale e senza glutine. Qui il tè cambia ancora una volta ruolo: non arriva semplicemente a tavola come bevanda, ma entra nel percorso gastronomico lasciando al commensale la possibilità di sperimentare.

Il menu propone una rilettura in chiave vegetale di alcuni dei piatti più riconoscibili della cucina giapponese. Si comincia con il Nigiri Melanzana, preparato con melanzana varietà zebrina, Saikyo miso e yuzu kosho, e con il Nigiri Zucchine, nelle varietà Romanesca e Gialla, completato da perle alla soia.

Seguono il Gunkan “Salmone”, con tartare vegetale, fungo spugnola, caviale al tartufo e tartufo nero estivo, e il Gunkan “Tonno”, con tartare vegetale, olio extravergine d’oliva infuso all’erba cipollina, caviale di alghe nere e oro 24 carati.

Il percorso continua con l’Uramaki Avocado & “Salmone”, con avocado Hass, sesamo bianco e nero, maionese leggermente piccante e salsa teriyaki, e con l’Uramaki Mediterraneo, dove il gusto del “tonno” vegetale incontra capperi di Salina, pomodori secchi, olive Taggiasche, shichimi togarashi, pistacchi di Sicilia, “stracciatella” e pesto di rucola.

A chiudere la parte salata arriva il “Vitello” Stonnato & Focaccia, una rilettura vegetale del vitello tonnato accompagnata da una focaccia realizzata con farine innovative senza glutine.

È però nel servizio del tè che l’esperienza assume una prospettiva particolarmente interessante.

A tavola vengono servite contemporaneamente tre proposte della Linea 700 di Materia: 715 Speziato, 710 Tè Verde e 720 Rooibos. Non viene indicato un abbinamento obbligato tra una determinata miscela e un determinato piatto. I tre tè restano a disposizione dei commensali e possono essere provati liberamente lungo il percorso.

È una modalità di degustazione che sposta, almeno in parte, la responsabilità dell’abbinamento dal professionista al cliente. Si può provare una miscela con un nigiri, cambiarla davanti a un uramaki, ritornare sullo stesso tè con il “vitello” vegetale e osservare come profumi e sapori cambino a seconda di ciò che arriva al palato.

Non c’è, dunque, una combinazione unica da individuare, ma la possibilità di costruire una propria esperienza sensoriale. Ed è proprio questa libertà a rendere il tè parte attiva della cena, anziché semplice accompagnamento.

Anche il dessert prosegue il gioco delle reinterpretazioni. Il Passion Rocher unisce mousse e croccante alla nocciola del Piemonte IGP, pan di Spagna al cacao, gelée al frutto della passione e una doppia glassa rocher a base di cioccolato al “latte”. Un dolce nel quale la componente cremosa e quella croccante incontrano l’acidità del frutto della passione.

A concludere la cena non arriva il tradizionale caffè, ma una tisana calda a base alcolica. L’infusione comprende mela, camomilla, rosa canina, verbena, tiglio, fiore di tiglio e fiordaliso: viene prima lasciata in infusione nel rum e poi completata con acqua calda.

Il risultato è un finale caldo e aromatico, nel quale la componente alcolica contribuisce a modificare il profilo dell’infusione e a creare un passaggio tra le note floreali e delicate della tisana e quelle più intense del cioccolato e della nocciola, con la nota acidula del frutto della passione a fare da contrappunto.

A Linfa il tè, quindi, non rimane sullo sfondo. Entra nel racconto della cena e, soprattutto, lascia spazio all’interpretazione di chi è seduto a tavola. Un modo per mostrare come un’infusione possa diventare parte integrante di un percorso gastronomico, fino a trasformarsi essa stessa in un momento dell’esperienza.

La settima e ultima tappa del Milano Tea Day è stata al Marchese Milano, in via dei Bossi 3, dove il tè ha cambiato ancora una volta forma, entrando nel territorio della miscelazione.

Il Marchese, noto per essere il primo Amaro Bar d’Europa e per una carta che raccoglie oltre 600 etichette italiane di amaro, ha fatto della rilettura dei grandi classici e dei twist on classic uno dei tratti distintivi della propria proposta. È in questo contesto che la collaborazione con Ferri dal 1905 ha trovato il terreno ideale per sperimentare un’altra possibilità: utilizzare il tè e le infusioni come veri ingredienti del cocktail.

Ad introdurre la ricerca è stato Fabrizio Valeriani, bar manager del gruppo, che per l’occasione, ha fatto costruire tre drink nei quali le infusioni della linea Materia diventano parte integrante della struttura aromatica.

Il primo è un Long Island Ice Tea Forest & Flowers, twist sul celebre Long Island Iced Tea: Gin, vodka, rum, Grand Marnier e tequila incontrano lime e simple syrup, prima del completamento con soda e infuso Forest & Flowers di Ferri dal 1905.

È un incontro interessante proprio per la capacità dell’infusione di intervenire su un cocktail dalla personalità già complessa, aggiungendo una dimensione aromatica e floreale senza cancellarne l’identità originaria. Il classico, insomma, rimane riconoscibile, ma cambia prospettiva.

Il secondo drink parte da uno dei grandi classici della miscelazione italiana e, in particolare, da una preparazione che appartiene alla storia de Il Marchese: l’Americano.

Nasce così Americano Grapes & Apple, nel quale Campari Bitter e Vermouth rosso vengono accompagnati da soda, una punta di sciroppo d’agave e dall’infuso Grapes & Apple Ferri dal 1905.

Qui il tè entra in un territorio già fortemente caratterizzato dalle note amare e speziate del drink, portando con sé una componente fruttata che amplia il profilo aromatico dell’Americano. Non una sostituzione, quindi, ma una contaminazione: il classico viene mantenuto come punto di partenza e l’infusione diventa lo strumento attraverso il quale costruire una nuova interpretazione.

La terza proposta è Gin Sour Blue Bergamot, che porta l’infusione nel mondo dei sour.

Gin, lime e simple syrup costituiscono la base del drink, arricchita dal Blue Bergamot Ferri dal 1905 e da alcune gocce di Magic Former. Il risultato è una lettura fresca e aromatica di un grande classico, nella quale la componente agrumata del bergamotto dialoga con l’acidità del lime e con la struttura del gin.


Tre cocktail, tre classici di partenza, tre modi differenti di far entrare il tè nella miscelazione.

Ed è proprio qui che il percorso del Milano Tea Day trova la sua conclusione più coerente: dopo aver incontrato la colazione, il benessere, la cucina e il dessert, il tè arriva al bancone del cocktail bar e diventa materia creativa.

L’alta cucina italiana incontra la solidarietà nel cuore dell’Abruzzo. Il prossimo 6 luglio Piazza Martiri della Libertà, a Teramo, ospiterà “I Bambini che contavano le stelle”, la cena di gala benefica che riunirà alcuni tra i più importanti chef italiani per sostenere la ricerca sull’encefalopatia ipossico-ischemica infantile.

A trasformare per una sera il centro storico in un raffinato ristorante a cielo aperto saranno le proposte gastronomiche firmate a più mani da grandi protagonisti della cucina nazionale. Un percorso di dodici portate ispirate ai sapori e ai ricordi dell’infanzia degli chef, accompagnato da una selezione di vini italiani e internazionali.

Tra i nomi di punta spicca quello di Mauro Uliassi, tre stelle Michelin del ristorante Uliassi di Senigallia. Accanto a lui ci saranno Sabatino Lattanzi, chef di Achille nel Girone dei Golosi di Teramo, Luciano Monosilio di Luciano Cucina Italiana di Roma, Gianfranco Pascucci del ristorante Pascucci al Porticciolo di Fiumicino, Franco Pepe di Pepe in Grani, Christian Torsiello dell’Osteria Arbustico di Paestum, Mattia Trabetti del ristorante Alto di Fiorano Modenese, oltre ad Andrea Bertini, Marco Cozzi, Ada D’Amato, Antonio Di Feo, Stefania Di Pasquo, Alessandra Di Paolo, Sandro Ferretti e Gianluca Ricci.

«La cucina ha il potere straordinario di unire le persone e, quando questo potere viene messo al servizio della ricerca medica, l’eccellenza diventa speranza», spiegano gli organizzatori Achille Valle e Sabatino Lattanzi. «Siamo orgogliosi della risposta entusiasta degli chef che hanno scelto di sposare questa causa, mettendo la loro arte al servizio di un obiettivo così importante».

Per Lattanzi, la partecipazione alla serata rappresenta anche un’occasione per raccontare il territorio. «L’Abruzzo possiede materie prime straordinarie e una cultura gastronomica autentica che merita di essere valorizzata. Nel mio piatto ci sarà certamente un richiamo ai sapori della nostra terra, interpretati con rispetto ma anche con uno sguardo contemporaneo, perché la tradizione deve continuare a vivere ed evolversi».

L’intero ricavato dell’iniziativa sarà devoluto all’Associazione Eu-Brain, fondata dal professor Luca Ramenghi, responsabile dell’Unità operativa di Patologia neonatale dell’Istituto Giannina Gaslini di Genova. I fondi contribuiranno alla ricerca sull’encefalopatia ipossico-ischemica infantile, una grave sofferenza cerebrale del neonato causata dalla mancanza di ossigeno durante il parto e sulla quale si stanno concentrando studi finalizzati allo sviluppo di nuove terapie.

Dietro l’iniziativa c’è l’impegno di Achille Valle, imprenditore della ristorazione teramana, che insieme a Lattanzi ha voluto dare vita a un progetto capace di trasformare la passione per la cucina in un gesto concreto di solidarietà.

La serata prenderà il via alle 19.30 con un aperitivo di benvenuto e sarà scandita da diversi momenti di incontro e spettacolo. In programma il talk con gli chef moderato dall’autore enogastronomico Andrea D’Aloia, l’intervento di Massimo Corvo, tra i più celebri doppiatori italiani e voce ufficiale, tra gli altri, di Sylvester Stallone, Vin Diesel e Laurence Fishburne, e il concerto in versione intima di Filippo Graziani, legato alla città di Teramo da un rapporto speciale ereditato dal padre Ivan.

L’evento, patrocinato dal Comune di Teramo e realizzato grazie alla collaborazione di numerosi partner del territorio, sarà accessibile esclusivamente su prenotazione fino all’esaurimento dei 250 posti disponibili.

Una serata che promette di andare oltre l’esperienza gastronomica, trasformando il talento e la creatività di alcuni dei migliori chef italiani in un messaggio concreto di solidarietà e speranza per tante famiglie.

Per leggere l’articolo su Novella Cucina clicca qui

Da sinistra: Achille Valle e Sabatino Lattanzi, gli organizzatori

Ci sono tradizioni gastronomiche che non sono soltanto ricette, ma veri e propri racconti di vita. 

In Abruzzo, una di queste storie si chiama Panarda, un’antica usanza (le prime testimonianze la fanno risalire alla seconda metà del Quattrocento) che trasformava la tavola in un luogo di festa, di abbondanza e di comunità.

La Panarda era molto più di un pranzo importante: era un banchetto rituale, un susseguirsi di portate (dalle 20 alle 50) che poteva durare due o tre giorni consecutivi (ma anche quattro), durante i quali gli ospiti restavano seduti a tavola condividendo cibo, vino e conversazioni.

Questa tradizione nasce nella Marsica, in particolare nel piccolo paese di Villavallelonga, in provincia de L’Aquila, in occasione della Festa di Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio. Il termine Panarda, invece, ha un’etimologia incerta: dal greco Pan (tutto) e dall’arabo Har (Caldo); oppure Pane e Larde (Pane e Lardo), una delle tante portate messe a tavola durante il banchetto.  

“Secondo il racconto popolare e più diffuso, invece, un proprietario terriero locale, si fece inconsapevolmente mietere la sua terra da degli sconosciuti che si rivelarono essere poi dei diavoli. Si dice che il santo li abbia messi in fuga e che la moglie del proprietario terriero, come ringraziamento, avesse distribuito il pranzo a metà del villaggio.

Da quel momento la Panarda divenne simbolo di ospitalità e generosità, un rito capace di raccontare l’anima più autentica della cucina abruzzese.

Durante queste lunghe tavolate le portate arrivavano una dopo l’altra, quasi senza sosta. Antipasti rustici, zuppe contadine, paste fatte in casa, carni arrosto, formaggi stagionati e dolci tradizionali: un viaggio gastronomico che poteva superare le quaranta o cinquanta preparazioni. E a fare la guardia, assicurando al padrone di casa che tutti mangiassero tutto, c’era anche un “guardiano di mensa”.

Tra i piatti più rappresentativi non mancavano mai le fave bollite condite con olio, cipolle e lardo, i maccheroni alla chitarra, preparati con la tradizionale chitarra abruzzese e conditi con un sugo di carne, le pallotte cacio e ova, l’agnello cacio e ova, e naturalmente un vino rosso locale.

Ma più del numero delle portate, ciò che rendeva speciale la Panarda era il suo significato: sedersi a quella tavola significava partecipare ad un momento di condivisione profonda, dove il cibo diventava linguaggio di accoglienza e di amicizia.

E qui il tempo scorreva lento, tra racconti, brindisi e profumi che arrivavano dalla cucina. Ogni piatto raccontava una storia: quella delle campagne abruzzesi, delle mani che lavoravano la pasta, delle famiglie che custodivano ricette tramandate di generazione in generazione.

Oggi la Panarda (per ovvie ragioni) sopravvive soprattutto nella memoria e in alcune rievocazioni gastronomiche (a Lanciano, d’estate ed anche in altri borghi abruzzesi), ma continua a rappresentare una delle immagini più suggestive della cultura culinaria abruzzese.

È il simbolo di una cucina generosa, sincera e profondamente legata al territorio, dove la tavola diventa il cuore della casa e il luogo in cui le persone si incontrano.

E forse proprio questo è il messaggio più attuale di questa antica tradizione: rallentare, sedersi insieme e riscoprire il piacere semplice di condividere il cibo e il tempo. (foto di copertina di Guille B. per Unsplash)

I Piatti della Panarda …

Io l’ho modernizzata un pò e ho preparato per voi alcune ricette!

Le Pallotte Cacio e Ova

Polpette preparate con formaggio e uova, semplici ma incredibilmente saporite.

  • 200 g pecorino grattugiato
  • 100 g Parmigiano Reggiano
  • 3 uova intere
  • 80 g di pangrattato o pane raffermo del giorno prima
  • prezzemolo (un ciuffetto)
  • 500 ml di passata di pomodoro
  • aglio (due spicchi)
  • olio extravergine d’oliva
  • basilico fresco

Procedimento:

Mescolare pecorino, parmigiano, uova, pangrattato e prezzemolo fino a ottenere un impasto compatto. Con le mani formare piccole polpette e friggerle in olio caldo. Preparare una salsa di pomodoro con aglio e olio e lasciare insaporire le pallotte nel sugo per circa dieci minuti prima di servirle, completando con basilico fresco.

Le Pallotte cacio e Ova

Maccheroni alla chitarra con le pallottine

Per le pallottine:

  • Carne macinata (250 gr)
  • 1 uovo intero
  • 2 cucchiai di parmigiano 
  • Noce moscata 
  • Sale
  • Pepe
  • Prezzemolo 

Per gli spaghetti:

  • 300 gr di farina (mista macinata a pietra)
  • 3 uova medie
  • 2 cucchiaio di olio evo
  • 20 ml di acqua

Per il sugo con le pallottine:

  • Olio per friggere (le pallottine)
  • Cipolla 🧅 
  • 1 bottiglia di pomodoro
  • Basilico 
  • Olio evo
  • Sale  
  • Parmigiano grattugiato o pecorino abruzzese (da spolverare sullo spaghetto)

Procedimento:

Preparare le pallottine, mettendo insieme tutti gli ingredienti e impastando con le mani fino ad ottenere un impasto liscio e omogeneo (come per le polpette). Formare tante piccole polpettine e adagiarle su un piano con carta da forno.

Friggere in olio di semi le polpettine e scolarle su carta assorbente.

Preparare il sughetto di pomodoro. Aggiungere in una padella capiente olio evo, cipolla, pallottine fritte, pomodoro passato, sale e basilico fresco. Tenere sul fuoco 15/20 minuti circa.

Preparare l’impasto per gli spaghetti, aggiungendo in un robot da cucina tutti gli ingredienti fino a formare una palla liscia e compatta. Procediamo con il creare le sfoglie di pasta e poi con gli spaghetti. Cospargere di farina.

Mettere l’acqua sul fuoco, il sale e, al bollire, buttare giù gli spaghetti, mescolando di tanto in tanto affinché non si attacchino tra loro. Scolare e versare la pasta nel sugo, mescolando. Cospargere di parmigiano grattugiato. Servire.

L’Agnello Cacio e Ova

Ingredienti per 6 persone:

  • Bocconcini di carne di agnello (generalmente il cosciotto) 1 Kg e 1/2
  • • Uova 4
  • • Succo di 2 limoni grandi 
  • • Pecorino abruzzese grattugiato 3 cucchiai
  • • Sale q.b.
  • • Pepe q.b. 
  • • Aglio 2 spicchi
  • • Rosmarino 1 rametto
  • • Timo 1 rametto
  • • Alloro 3 foglie
  • • Olio extravergine di oliva 3/4 cucchiai

Procedimento:

Prendere i bocconcini di agnello e trasferirli in una padella capiente assieme all’olio EVO, l’aglio in camicia, il rosmarino, il timo e le foglie di alloro, facendoli rosolare bene. Aggiungere il succo di limone, e lasciarlo evaporare; aggiustare di sale e pepe e continuare la cottura a fuoco lento per 25/30 minuti o comunque fino a quando lo spezzatino non risulterà cotto e morbido. Nel frattempo, in una ciotola sbattere le uova con il pecorino abruzzese grattugiato. Eliminare l’aglio, il rosmarino, il timo e l’alloro dalla carne e versare la cremina sulla carne, mescolando velocemente fino a rendere l’agnello “cacio e ova” cremoso.

L’Agnello cacio e ova

Il Parrozzo

Ingredienti:

  • 6 rossi d’uovo + 6 albumi montati a neve
  • 150 gr di mandorle tostate
  • 150 gr di semolino
  • 3 cucchiai scarsi di zucchero per ogni uovo
  • 2 cucchiai scarsi di mandorle amare
  • buccia grattugiata di 1 limone e di 1 arancia
  • 1/2 bicchierino di succo di limone e di arancia
  • 150-200 g Cioccolato fondente e burro per la copertura

Procedimento:

Preriscaldare il forno a 160 o 170 gradi e imburrare/infarinare uno stampo a semisfera. Tostare leggermente le mandorle e tritarle finemente fino a ridurle in farina. Separare i tuorli dagli albumi. Lavorare i tuorli con lo zucchero finché il composto non diventa chiaro e spumoso. Aggiungere ai tuorli le mandorle tritate, il semolino, la scorza di limone/arancia grattugiata e il liquore. Montare gli albumi a neve fermissima con un pizzico di sale. Incorporare delicatamente gli albumi al composto di tuorli, mescolando dal basso verso l’alto per non smontarli. Versare nello stampo e cuocere per circa 50-60 minuti (fare la prova stecchino). Lasciar raffreddare il parrozzo, poi toglierlo dallo stampo. Sciogliere a bagnomaria il cioccolato fondente con il burro e versarlo sul dolce posizionato su una gratella. 

Piccoli Parrozzi abruzzesi

Dietro ogni scaglia di Parmigiano Reggiano c’è una storia antica, fatta di gesti
sapienti, di territorio e di passione. Una storia che il Consorzio del Parmigiano
Reggiano
, fondato nel 1934, custodisce e promuove da oltre 90 anni, tutelando un
prodotto che ancora oggi si realizza con soli tre ingredienti: latte crudo, ricco di
fermenti lattici presenti naturalmente, sale e caglio.

Un formaggio naturale, quindi, senza additivi né conservanti, e frutto di una lavorazione artigianale che si tramanda da quasi un millennio.

Per raccontare da vicino questo straordinario patrimonio gastronomico, il
Consorzio promuove ogni anno “Caseifici Aperti”, un’iniziativa nata nel 2013,
che consente al pubblico di “entrare” e “curiosare” nei luoghi in cui nasce il
Parmigiano Reggiano, con l’obiettivo di far conoscere la produzione, ma anche per
valorizzare il territorio e la filiera che ruota attorno al Parmigiano Reggiano.

L’edizione 2025 si terrà il 4 e 5 ottobre, coinvolgendo numerosi caseifici nelle
cinque province della zona d’origine DOP: Parma, Reggio Emilia, Modena,
Bologna (a sinistra del Reno) e Mantova (a destra del Po).

Il “percorso di conoscenza” inizia già nelle prime ore del mattino, quando il latte
appena munto viene lavorato nelle caldaie in rame. Qui, il casaro – figura centrale
della tradizione casearia – trasforma il latte crudo in formaggio, seguendo una
tecnica affinata nei secoli ma rimasta sostanzialmente invariata. La cottura, la
rottura della cagliata, l’estrazione a mano delle forme, la salatura in salamoia e,
infine, la stagionatura: ogni fase è scandita da gesti precisi, spesso tramandati di
generazione in generazione. Ogni forma è tracciata attraverso una marcatura con
puntini e una placca di caseina.



Il percorso prosegue poi nelle sale di stagionatura, dove centinaia di forme
maturano lentamente su scaffalature in legno, in un silenzio interrotto solo dal
suono del martelletto con cui gli esperti (i c.d. battitori), eseguono i controlli di
qualità necessari per valutare e certificare le forme.


Dopo almeno 12 mesi, solo le forme idonee ottengono il prestigioso marchio a
fuoco del Consorzio. Quelle c.d. “non idonee” vengono sì scartate, ma in realtà
riutilizzate per realizzare creme al formaggio, formaggi misti grattugiati, …

A completare l’esperienza, una degustazione guidata, che permette di comprendere l’evoluzione organolettica del Parmigiano Reggiano attraverso le stagionature. A condurre i visitatori in questo percorso sensoriale, spesso sono i Maestri Assaggiatori del Consorzio.

Simone Ficarelli, responsabile dell’Accademia del Parmigiano Reggiano e
Maestro Assaggiatore del Consorzio
, ci spiega quali sono le caratteristiche di un
Parmigiano Reggiano giovane, intorno ai 12 mesi.
“Nel formaggio giovane, intorno ai 12 mesi, si percepiscono note fresche e
lattiche, quasi vegetali. È un formaggio che richiama il latte e la dolcezza, ha una
consistenza più umida e una pasta ancora elastica: riuscire a schiacciarlo con le
mani, è un chiaro segno della sua giovinezza. Perfetto come inizio pasto, si
abbina bene a spumanti e bollicine secche, grazie alla sua delicatezza.”


Come cambia, invece, il profilo aromatico dopo 24 o 36 mesi di stagionatura?


“A 24 mesi” – continua Ficarelli – “il gusto diventa più sapido, ma resta
equilibrato. Emergono note di nocciola, una leggera frutta secca e una sfumatura
umami che ricorda il brodo di carne: è il glutammato presente naturalmente nel
formaggio a conferirgli questa profondità. Dai 36 mesi in poi, il Parmigiano
Reggiano raggiunge la massima espressione della sua complessità aromatica. I
cristalli di tirosina diventano più grandi e percepibili sotto i denti, regalando
anche una lieve nota amara. Al naso e al palato compaiono sentori di pepe, noce
moscata, e una lunga persistenza che lo rende ideale per piatti tipici emiliani
come le paste ripiene. In abbinamento, anche un cocktail come il Negroni o un
vino dolce lo valorizzano al meglio. Per un tocco goloso, consiglio l’accostamento
con miele d’acacia, che esalta l’intensità e l’eleganza delle stagionature più
mature.”

Qualche numero …

I numeri della filiera del Consorzio del Parmigiano Reggiano, aggiornati al 2024
confermano la solidità del Parmigiano Reggiano anche sul piano economico. Sono
291 i caseifici attivi, con oltre 4 milioni di forme prodotte e 2,04 milioni di
tonnellate di latte trasformato. In crescita il valore al consumo, che ha raggiunto i
3,2 miliardi di euro, così come le esportazioni, salite a 72.440 tonnellate (+8.670
rispetto al 2023). La quota export ha sfiorato il 49%, a testimonianza di un
apprezzamento sempre più marcato anche fuori dai confini nazionali.
Il confronto con il 2023 evidenzia una crescita costante, sebbene si osservi una
leggera flessione nel numero di allevatori e bovine attive. Un dato che sottolinea
l’importanza delle politiche di tutela e di valorizzazione della filiera, a cui il
Consorzio del Parmigiano Reggiano continua a lavorare con impegno.

Visitare un caseificio significa immergersi in una filiera fatta di artigianalità,
rigore e sostenibilità. Un’occasione per capire da vicino cosa rende il Parmigiano
Reggiano un prodotto unico al mondo: il legame inscindibile con il suo territorio,
l’assenza di additivi, la qualità del latte e l’esperienza umana che trasforma ogni
giorno ingredienti semplici in un’eccellenza riconosciuta a livello globale.

Un valore che si esprime in modo ancora più evidente nelle zone di montagna,
dove il Parmigiano Reggiano non è solo un’eccellenza gastronomica, ma anche un
motore di sviluppo e presidio sociale.

“Il Parmigiano Reggiano contribuisce a fortificare l’economia e a preservare
l’unicità dell’Appennino emiliano”,
ha detto Nicola Bertinelli, Presidente del
Consorzio.
“È il più importante prodotto Dop ottenuto in montagna, con oltre il
21,7 % della produzione totale concentrata in caseifici di montagna. In queste
aree svantaggiate, il Parmigiano Reggiano permette il mantenimento
dell’agricoltura, sostiene le comunità locali, protegge il paesaggio e rappresenta
un pilastro economico e sociale non solo per chi ci vive ma per tutti”.

In occasione del pranzo didattico conclusivo della 33ª edizione del Corso Cuoco della Scuola di Alta Cucina Accademia Chef di San Benedetto del Tronto, è andato in scena un evento dal forte impatto formativo e sensoriale: “VOYAGER: Giro Gastronomico del Mondo in 80 giorni”, un viaggio immaginario tra culture, tradizioni e sapori ispirato al celebre romanzo di Jules Verne.

Screenshot

Sotto la guida del Direttore Didattico Roberto Morello e dello Chef Mariano Narcisi, ospiti e partecipanti – tra cui giornalisti, esperti del settore e addetti ai lavori – hanno preso parte a un’esperienza gastronomica dal respiro internazionale. Il progetto ha permesso di esplorare piatti e preparazioni provenienti da diversi continenti, reinterpretati con creatività e innovazione dagli allievi del corso e accompagnati dai vini della Cantina Montecappone SARL/Mirizzi di Jesi (AN).

Screenshot

Non solo un pranzo, ma un viaggio culturale e formativo. Ogni portata è stata concepita come una tappa simbolica del viaggio di Phileas Fogg e Jean Passepartout: l’obiettivo, scoprire le meraviglie gastronomiche del mondo attraverso ingredienti, tecniche e suggestioni provenienti da altre culture, mantenendo però uno stile moderno e una presentazione colorata.

Tra le proposte, si sono distinti piatti come l’“Arancino di cous cous e caponata di verdure su crema di ceci”, il “Bao con straccetti di manzo glassati al miele, soia e cavolo viola marinato” e il “Risotto al Bobò de camarao, gamberetto croccante al panko e polvere di alganori”, che hanno saputo unire elementi della tradizione con influenze esotiche, dimostrando una buona padronanza delle tecniche culinarie globali.


L’esperienza, poi, è stata resa interattiva grazie all’introduzione di un sistema di valutazione coinvolgente: ogni ospite ha ricevuto cinque gettoni “STELLA” per votare il gradimento del viaggio al termine del pranzo. L’obiettivo collettivo era raggiungere almeno 70 gettoni da inserire nella mongolfiera simbolica del viaggio, vincendo così idealmente la “scommessa” del giro del mondo… “promuovendo” i provetti chef!

Un meccanismo originale che ha trasformato il pranzo in un gioco partecipativo, celebrando lo spirito di avventura e la curiosità del viaggiatore.

Screenshot

Ma qual è il filo conduttore che è stato scelto per collegare piatti da differenti continenti e valorizzaare l’esperienza formativa degli studenti ed in che modo questa esperienza che unisce tecnica, storytelling e diversità culturale, aiuta concretamente gli allievi a crescere sia sotto il profilo professionale sia personale?

A rispondere è lo Chef Mariano Narcisi:

Il filo conduttore è stato sicuramente il libro e, in base alle tappe e alla storia narrata è nata la fusione di tutti i piatti. Questa esperienza ha dato modo ai ragazzi di conoscere preparazioni un pò al di fuori del nostro target, approfondendo così culture diverse da quella italiana.

Roberto Morello, Direttore Didattico dell’Accademia, conclude:

L’ispirazione è nata da un libro meraviglioso e dalla volontà di voler spaziare su una cucina internazionale, visto che il corso è comunque già completo rispetto a quella italiana. Abbiamo così pensato di spostare l’attenzione sugli ingredienti, piùttosto che sui piatti di una cucina internazionale, realizzando un menù insolito e diverso.

L’iniziativa ha confermato l’approccio didattico dell’Accademia, sempre più orientato a formare professionisti curiosi, competenti e aperti al mondo, capaci di unire solide basi tecniche a una visione contemporanea della cucina come forma di racconto culturale.

Per la ricetta del Risotto al Bobó de camarão, gamberetto croccante al panko e polvere di alganori … LEGGETE QUI … per il resto … restate collegati!

Ingredienti per il condimento:

  • 300 g di manioca o patata
  • 400 g di gamberi rossi già puliti
  • Zenzero in polvere
  • 250 ml di passata di pomodori
  • 200 ml di latte di cocco
  • 50 ml di Olio Extra Vergine di oliva
  •  ½ limone
  • 4 pomodori rossi
  • 1 cipolla
  • 1 spicchio di aglio
  •  Pepe nero, prezzemolo tritato, peperoncino in polvere, sale

Preparazione:

Tagliare in 3 i gamberi e condire con il succo del limone. Sbucciare la manioca o le patate , tagliare a dadini per facilitarne la cottura e cuocere in acqua calda con sale e zenzero per circa 20 minuti. Quando saranno cotte, schiacciare le patate e mettere da parte. Nel frattempo, tritare finemente la cipolla, il prezzemolo, l’aglio e tagliare a dadini i pomodori, precedentemente lavati e privati dei loro semi. In una pentola o padella larga, mettere a scaldare l’olio, far rosolare la cipolla e l’aglio, aggiungere la manioca o la patata, la passata di pomodori, il latte di cocco, il sale e 300 ml di acqua circa. Mescolare bene e cuocete a fuoco medio per una decina di minuti. Si dovrà ottenere una salsa cremosa, non troppo liquida. In ultimo, aggiungere i pomodori, i gamberi e il prezzemolo. Lasciate cuocere per altri 5 minuti, poi correggete a piacere con peperoncino in polvere, zemzero e pepe nero.

Per il risotto:

  • 1, 5 kg di riso carnaroli
  • Brodo vegetale qb
  • Burro acido
  • Latte di cocco
  • 1 lime grattugiato
  • Parmigiano per mantecare

Per il gambero al panko:

  • 20 gamberetti puliti
  • Uovo per panare
  • Panko
  • Olio di girasole per friggere
  • Polvere di alga nori da tritare in un mixer

Una vera sinfonia di sapori … il gamberetto croccante, avvolto in una leggere panatura panko, aggiungeva una nota di freschezza marina, mentre la polvere di alganori, infondeva al piatto un tocco di mare, evocando atmosfere lontane e misteriose.

Un altro pezzetto del menù…

Ramen moderno con tartufo

Samosa ripieno di pollo e prugne

Carrot cake revolution

Voglio spoilerarvi una cosa …

“Organizzare una cena tra donne (A Casa di Carla) è sempre un’occasione speciale per condividere momenti di leggerezza e di allegria e per staccare un attimo dalla routine quotidiana. 

Oggi voglio darvi un’anteprima … la mia prossima cena (tra qualche giorno) sarà sempre un evento a tema, con un menu studiato nei minimi dettagli, una tavola apparecchiata con cura e un dress code che aggiungerà un tocco di divertimento alla serata.

Ma questa volta anche il cin cin sarà a tema, e … super speciale!!!

Per l’occasione, ho pensato a un menu che soddisfi tutti i palati, con piatti leggeri,  gustosi e in linea con il clima più caldo di questi giorni. Insomma, una delle mie solite cene!

Curiosi?! Seguitemi nelle storie dei social (ma anche qui nel blog) perché questa volta ho deciso di raccontarvi qualcosina in più … 

E … per cercare di rendervi partecipi … oggi voglio “svelarvi” uno dei tanti piatti “colorati” che andrà a riempire la tavola e la serata: “Burratina, peperoni, pane croccante e polvere di peperone dolce di Altino”! 


Ingredienti (per due persone):

  • Un peperone giallo e uno rosso (di quelli carnosi)
  • Olio evo q.b.
  • 2 spicchi di aglio schiacciato
  • Sale
  • Pepe
  • Peperone dolce di Altino in polvere
  • 1 burratina di bufala
  • Due/tre fette di pane tostato
  • Basilico fresco (per la decorazione)

Procedimento:

Tagliare i peperoni a quadrotti dopo averli lavato e privati dei semi. In una padella ampia aggiungere olio evo e due spicchi di aglio schiacciato. Lasciare un minuto sul fuoco e aggiungere i peperoni, mescolare e coperchiare. A metà cottura aggiungere sale e pepe. Una volta cotti trasferire in un piatto da portata, mettere al centro la burratina (qui di bufala), pane croccante a pezzetti, basilico fresco, polvere di peperone dolce di Altino e servire!

“TUFFIAMOCI NEI NOSTRI MARI E CONOSCIAMO LA SEPPIA“

A parlarne con me Nicola Ferri, veterinario, esperto in Acquacoltura

La SEPPIA è sicuramente uno dei molluschi più diffusi nei nostri mari; nonostante la sua grossa testa, il corpo con due strane pinne nastriformi e gli occhi molto sviluppati, dal punto di vista gastronomico risulta molto apprezzata.

La sua carne, per di più squisita, contiene poche calorie, così da renderla ideale per la preparazione di piatti semplici, a basso contenuto di colesterolo, ma, nello stesso tempo, altamente energetici.

Che tipo di animale è la seppia?

La seppia è un mollusco della Classe dei Cefalopodi il cui nome si traduce letteralmente in “piedi sulla testa”.  I cefalopodi, che presentano un numero di tentacoli pari a otto, vengono classificati all’interno dell’ordine degli Octopoda. Nel caso, invece, fossimo davanti ad animali caratterizzati da un numero di tentacoli pari a 10, parleremo di ordine dei Decapoda. 

Quali sono i cefalopodi abitualmente presenti nei nostri mari?

Il polpo e il moscardino rappresentano le uniche specie di Octopoda presenti nei nostri mari.

Per quanto riguarda gli animali della classe Decapoda ,invece, nel Mar Mediterraneo possiamo trovare il Totano, il Calamaro e la Seppia.

Quali sono le specie di seppia più frequenti nei nostri mari?

La seppia viene classificata all’interno della famiglia dei Seppidi. Tra gli esemplari di questa famiglia, soltanto la specie Sepia Officinalis (Seppia mediterranea) è abitualmente pescata nel Mar Mediterraneo.

Come distinguere una seppia fresca da una scongelata?

L’elemento da considerare è la consistenza del nero. In una seppia “fresca”, il nero si presenta fluido e omogeneo. In un prodotto scongelato, il nero assume un aspetto “grumoso”, granulare e disomogeneo.

Come si valuta lo stato di freschezza di una seppia?

Per giudicare lo stato di conservazione di una seppia, è fondamentale considerare lo stato dell’occhio che, nel soggetto appena pescato, si presenta lucido, limpido e trasparente.

Inoltre, il prodotto fresco si presenta sempre “sporco” di nero, con la superfice dorsale scura e la parte ventrale bianca, lucida e tendente al perlato.

Quali sono le sue proprietà nutritive?

Il prodotto è ricco di proteine ad alto valore biologico, e povero in grassi (colesterolo) e di zuccheri. Pertanto, può essere inserito tra le pietanze c.d. ipocaloriche, perché caratterizzato anche da un buon potere saziante; può essere utilizzato in diete finalizzate al controllo di dislipidemie e disturbi del metabolismo degli zuccheri.

Di contro, è un alimento ricco di purine, sostanze che il nostro organismo trasforma in acido urico. Questa particolarità potrebbe rappresentare una fonte di rischio per soggetti affetti o predisposti alla gotta e all’accumulo di acido urico nel sangue.

Le seppie contengono una importante quantità di tessuto connettivo; questo tessuto, che aumenta con l’età e quindi con la taglia dell’animale, risulta poco digeribile quanto il tessuto muscolare. Per questo motivo, a chi soffre di disturbi digestivi, è consigliato il consumo di seppie di dimensioni medio-piccole, di congelarle prima della cottura e di limitarne la quantità, soprattutto in occasione del pasto serale.


Seppie in umido con peperoni (di @carlalacontessina_)

Ingredienti per 4 persone:

  • 1 Kg di seppie di medie dimensioni già pulite
  • 2 spicchi di aglio
  • 3 peperoni rossi
  • 1 cucchiaino di paprika dolce
  • Sale qb
  • Peperoncino rosso in polvere qb
  • Prezzemolo fresco

Procedimento:

Tagliare la seppia a listarelle e farla rosolare in una casseruola con coperchio con olio extravergine di oliva, l’aglio schiacciato e il peperoncino per circa 15 minuti. Salare. Mescolare ogni 3/4 minuti e verificare che vi sia sufficiente liquido di cottura.

Tagliare i peperoni rossi a listarelle, ripulendoli dai semi e dai filetti interni. Unirli alla seppia e continuare a cuocere insieme fino a quando sia la seppia che i peperoni non diventino teneri (circa 30 minuti). Aggiungere un pò di acqua nel caso la preparazione dovesse asciugarsi troppo. Aggiungere la parika dolce durante la cottura e mescolare bene. Servire la seppia in umido con i peperoni accompagnata eventualmente da crostini di pane dorato con aglio e olio in padella. Prima di servire cospargere di prezzemolo fresco.

Un mese “pieno” e colorato questo di Giugno 2024 sul mensile NOVELLA CUCINA.

Piovono PACCHERI e POLPETTE … e tante sfiziose ricettine tutte da provare.

Ma lo sapete che i paccheri vengono chiamati anche “schiaffoni”? E che il loro nome sembra che provenga dal rumore che questo formato di pasta – intriso di sugo al pomodoro oppure di sugo alla Genovese – fa cadendo nel piatto o rimescolato, pieno di salsa, nella zuppiera?

A Napoli non è raro sentirsi dire “mo’ ti dò un pacchero”, quando scherzosamente si minaccia una manata al malcapitato di turno!!

E poi ci sono “I Miei Paccheretti Originale 1915” di Pasta Latini (https://www.pastalatini.com/) un’azienda marchigiana in provincia di Ancona, che, nel 1992 ha avuto l’intuizione di riscoprire e rilanciare un grano che era quasi scomparso, quello del “Senatore Cappelli” in purezza: un frumento duro e aristato, con proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, scomparso per decenni, e da cui si ottiene una pasta dal colore ambrato (simile a quello della spiga), gradevolissima al palato e molto facile da digerire.

Vi lascio con qualche foto e con un pò di curiosità … Se volete in edicola, o presto qui nel blog, potrete trovare altre storie, altre ricette e altre piccole curiosità!

Non si butta nulla!

Anzi … si cerca di riutilizzare al meglio quello che avanza, a volte con risultati inaspettati!! Piovono polpette … da me!

Il ripieno: vi ricordate i Balanzoni Bolognesi?! Quei tortelloni verdi ripieni di #ricotta e #mortadella ?! Beh, con l’aggiunta di qualche spezia e un altro pochino di ricotta, una panatura top tutta croccante, ho ottenuto queste piccole polpette cotte in forno e saporitissime!


Ingredienti:

  • Ricotta vaccina 230 gr
  • mortadella 170 gr
  • formaggio grattugiato 100 gr
  • spinaci freschi 130 gr
  • noce moscata q.b.
  • sale q.b.
  • pepe q.b.
  • 1 uovo intero
  • 1 cucchiaio di pangrattato
  • Panatura di mais speziata
  • olio EVO qb

Procedimento:

In un recipiente capiente amalgamare la ricotta con l’uovo, la maortadella tritata in mixer, gli spinacoi sbollentati per un minuto in acqua calda salata, strizzati e raffreddati, il formaggio e tutti gli altri ingredienti (ad eccezione del Pangrattato speziato).

Formare delle piccole biglie schiacciate, avvolgerle nella panaura e disporle su una teglia rivestita di carta da forno, aggiungendo un filo di olio EVO.

Mettere in forno a 180 gradi per 10/15 minuti. Servire calde.