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Ci sono marchi che riescono ad attraversare il tempo senza perdere la propria identità, diventando parte della memoria collettiva e dell’immaginario di intere generazioni. Fabbri è uno di questi: un nome che richiama immediatamente il profumo delle amarene, il celebre vaso bianco e blu e una storia tutta italiana fatta di gusto, famiglia e tradizione.

Incontrare Carlotta Fabbri significa entrare in un racconto che unisce passato e futuro. Da oltre un secolo, infatti, l’azienda nata a Bologna continua a evolversi, rimanendo fedele alle proprie radici e allo stesso tempo capace di dialogare con i linguaggi contemporanei, con nuovi mercati e con un pubblico sempre più internazionale.

Carlotta Fabbri rappresenta la quinta generazione alla guida dell’azienda di famiglia e incarna una nuova visione dell’imprenditoria italiana: una leadership che coniuga solide radici storiche con uno sguardo aperto all’innovazione. Dopo un percorso professionale nel mondo della comunicazione e del giornalismo, è entrata in Fabbri 1905 portando con sé un approccio trasversale e una particolare attenzione al racconto del brand, alla relazione con il pubblico e all’evoluzione dei linguaggi.

Carlotta Fabbri

Oggi contribuisce a guidare l’azienda in una fase di grande trasformazione, tra mercati internazionali, nuove modalità di consumo e progetti che guardano al futuro, senza mai perdere di vista l’identità che da oltre cent’anni rende Fabbri un simbolo riconosciuto del gusto italiano nel mondo.

Negli anni il suo ruolo all’interno dell’Azienda Fabbri è cambiato ed evoluto. In che modo è cresciuta professionalmente e quale apporto innovativo ritiene di aver portato, soprattutto in termini di visione e comunicazione. 

“Mi piace sempre raccontare che entrare a lavorare in Fabbri 1905 non è scontato per nessuno dei membri della famiglia. È necessario, prima di accedere a ruoli manageriali, conseguire la laurea e poi cominciare dal basso, ricoprendo diverse mansioni in tutti i reparti che coinvolgono l’azienda, dal marketing alle vendite e, molto spesso, trascorriamo dei periodi anche nelle sedi estere per essere sicuri di conoscere esattamente il funzionamento di una macchina complessa e delicata come Fabbri 1905. Anch’io, dunque, ho avuto l’opportunità di fare questo percorso, in cui ho imparato tanto: tanti i progetti a cui mi sono appassionata fino al punto di svilupparne alcuni, uno tra tutti quello che riguarda il Fabbri shop in centro a Bologna, in cui credo fortemente e al quale dò un contributo concreto per farlo crescere ed evolvere al meglio delle sue possibilità”.

Fabbri è un marchio iconico della tradizione italiana. Come si riesce oggi a mantenere intatta l’identità storica dell’azienda, continuando però a innovare linguaggi, prodotti e mercati?

“La risposta sta nella natura stessa dell’azienda: un corpo vivo. Fabbri 1905 affonda le sue radici nella tradizione, custodendo saperi, ricette e valori che fanno parte del patrimonio culturale italiano. Allo stesso tempo, però, non ha mai smesso di evolversi. Perché la tradizione, per restare autentica, non può essere immobile. Oggi mantenere intatta l’identità significa saper leggere il presente senza tradire la propria storia. Vuol dire ascoltare consumatori sempre più attenti, consapevoli e alla ricerca di esperienze nuove; interpretare un mercato attraversato da oscillazioni continue; confrontarsi con tecnologie che stanno vivendo una delle fasi evolutive più rapide della storia recente. In questo scenario, innovare linguaggi, prodotti e mercati non rappresenta una rottura con il passato, ma una sua naturale prosecuzione. L’innovazione diventa lo strumento attraverso cui la tradizione si rinnova: nuovi formati, nuove modalità di comunicazione, nuove occasioni di consumo dialogano con un’eredità costruita in oltre un secolo di storia”.

Il punto vendita sotto le Due Torri di Bologna compie due anni. Che bilancio può fare di questa esperienza? È diventato solo uno spazio commerciale o anche un luogo di racconto e relazione con il pubblico?

“Quello del primo Fabbri Shop è un progetto importante, al quale abbiamo lavorato tanto e siamo contenti di essere riusciti a entrare nella deroga del Decreto Unesco, che ci ha permesso di aprire lo shop nel cuore del centro storico, sotto le due torri di Bologna. Sin dalla sua apertura è diventato un punto di riferimento e un orgoglio per l’intera città: all’interno del negozio, infatti, oltre ai più di 300 prodotti acquistabili, dalle amarene agli sciroppi ai topping, offriamo ampio spazio anche ad alcune opere del Premio Fabbri per l’Arte, vere e proprie pillole di bellezza artistica e culturale, che con orgoglio condividiamo con l’intera città, attirando anche visitatori e appassionati. Non solo: lo shop Fabbri è anche the place to be per assaggiare in anteprima tutte le nostre novità di prodotto”.

Fabbri ha attraversato epoche di comunicazione molto diverse, dal Carosello ai social media. Come è cambiato il modo di raccontare un prodotto iconico e quali sono oggi le sfide più grandi nel dialogo con le nuove generazioni?

“Saper raccontare i prodotti che proponiamo al pubblico è sempre stato nel DNA dell’azienda e durante gli ultimi 120 anni abbiamo sempre cercato di trovare i mezzi comunicativi più adeguati. All’inizio, con le affissioni e le pubblicità su carta stampata, che oggi sono diventate oggetti di culto per gli amanti del vintage e poi, negli anni ‘50 del secolo scorso, cogliendo la possibilità di entrare nelle case di tutti gli italiani grazie a Carosello. E’ così che è nato un personaggio memorabile: “Salomone, il pirata pacioccone”. Negli ultimi anni, invece, abbiamo capito la necessità di adoperare le nuove tecnologie: non a caso, siamo stati tra i primi a realizzare un nostro sito web già nel 1997, quando ancora l’utilizzo di Internet non era così comune, e siamo stati dei pionieri anche nell’utilizzo dei social, risale infatti al 2010 l’apertura della nostra pagina Facebook. Credo che sia importante non solo imparare a padroneggiare gli strumenti di comunicazione che i tempi e la tecnologia ci mettono a disposizione, ma soprattutto capire come adattarli al messaggio che si vuole trasmettere. La prima idea vincente però, a mio parere, è stata proprio quella di “vestire”, oltre 100 anni fa, il nostro prodotto iconico, l’amarena, con il vaso con decori bianchi e blu, riconoscibile ormai in tutto il mondo“.

Oltre all’amarena, quali prodotti Fabbri continuano a mantenere una forte tendenza al consumo? E cosa è cambiato nel gusto e nelle preferenze dei consumatori negli ultimi anni?

“Ovviamente la regina di casa Fabbri rimane lei, l’Amarena Fabbri, la cui ricetta è rimasta invariata sin dalla sua creazione e che, ad oggi, è ancora il prodotto simbolo della nostra azienda. I consumatori richiedono prodotti di altissima qualità, di carattere e ricercati. Ad esempio poniamo particolare attenzione al pistacchio, un ingrediente che già da oltre 60 anni selezioniamo scrupolosamente e seguiamo con particolare sapienza durante tutto il processo di produzione, inclusa la delicata fase di tostatura, per il mercato professionale. Da qualche anno, lo utilizziamo per alcuni dei nostri prodotti destinati al consumatore finale, come la crema spalmabile, i topping o i BomBon Cuor di Pistacchio Fabbri, in cui il cioccolato al latte, racchiuso in un sottile strato di zucchero, avvolge la Crema di Pistacchio Fabbri, dal sapore vellutato e intenso, che si scioglie in bocca”.

Quali sono i progetti futuri dell’azienda? E se dovesse scegliere un solo prodotto Fabbri a cui non potrebbe rinunciare, quale sarebbe e perché?

“La nostra divisione di Ricerca e Sviluppo è sempre all’opera per creare nuovi prodotti che sappiano soddisfare le esigenze e i gusti dei consumatori, in continua evoluzione. Ad esempio, per andare incontro ai nuovi trend di consumo che vedono una crescente attenzione ai sapori provenienti dall’oriente, nel 2020 è nato lo Zenzero Fabbri, che ricalca la ricetta della tradizionale Amarena: una sintesi perfetta dell’equilibrio tra tradizione e innovazione di cui parlavamo prima. Al tempo stesso, cerchiamo di reinterpretare i grandi classici del nostro passato e, in generale, della tradizione dolciaria italiana. E’ così che nascono la Colomba, il Panettone e il Pandoro della linea Cuor di Amarena, i dolci per eccellenza delle tradizioni natalizia e pasquale, arricchiti dal gusto inconfondibile dell’amarena“.

Se dovessi scegliere un solo prodotto irrinunciabile di Fabbri 1905, sarebbe, ovviamente, l’Amarena: il frutto da cui tutto è partito”.

Ricetta

Salmone glassato con Zenzero Fabbri

Per la salsa Teriyaki :

Soffriggere il cipollotto e il peperoncino in un filo d’olio; aggiungere la salsa di soia e lo sciroppo dello Zenzero Fabbri. Lasciar ridurre circa della metà. 

Per il salmone glassato :

Scottare il salmone senza grassi in padella antiaderente; bagnare con la salsa e glassare in superficie. Tostare le mandorle in forno a 160°C per 5 minuti circa per renderle dorate e croccanti. Condire la rucola con olio e sale e aggiungere le mandorle. Affettare qualche pepita di Zenzero Fabbri a lamelle. Impiattare il salmone di fianco all’insalatina e completare il tutto con le lamelle di Zenzero Fabbri e qualche cucchiaio del suo sciroppo.

Dietro la pagina IG “Pizzelle e Fantasia” c’è la passione e la creatività di Rosalia Petrella, blogger abruzzese che ha trasformato l’amore per la cucina di casa in uno spazio digitale dedicato alle ricette della tradizione.

Nel suo profilo social convivono piatti semplici, dolci tipici e preparazioni tramandate nella famiglia, ma raccontati con uno stile genuino e accessibile.

Rosalia Petrella “@pizzelleefantasia”

Attraverso le sue ricette, Rosalia condivide non soltanto procedimenti e ingredienti, ma anche ricordi, esperienze e piccoli segreti della cucina domestica. Tra le protagoniste non potevano mancare le Pizzelle abruzzesi, dolci tipici dell’Abruzzo conosciuti anche con il nome di “ferratelle” o “neole”: sottili cialde dorate, cotte in un apposito ferro decorato, e preparate con ingredienti semplici come uova, farina, zucchero e olio (oppure burro).

A seconda delle zone, possono essere morbide o croccanti, e vengono spesso aromatizzate con anice, vaniglia o limone.

Simbolo delle feste e della pasticceria abruzzese “di casa”, le pizzelle rappresentano perfettamente il legame tra territorio, memoria e convivialità; e proprio da questa tradizione prende il nome la pagina di Rosalia, che, attraverso le sue ricette, racconta la cucina di casa e la cultura gastronomica della regione a cui apparetiene, l’Abruzzo.

Per conoscere meglio la storia di Rosalia e del progetto “Pizzelle e Fantasia”, le ho rivolto qualche domanda.

Come è nata la pagina Instagram “Pizzelle e Fantasia” e quando hai deciso di condividere online le tue ricette?

“Se oggi esiste una pagina Instagram con questo nome – e presto anche un blog – il merito è soprattutto delle mie sorelle. Sono decisamente più “social” di me e hanno intuito il valore della mia proposta, che potrei definire anticonvenzionale: portare una ventata di modernità intorno a una tradizione antica come quella delle pizzelle.

Per me questo progetto rappresenta anche una svolta personale. Dopo la gioia di diventare madre e la scelta di mettere da parte l’affermazione professionale per dedicarmi completamente a mio figlio, ho sentito il bisogno di ritagliarmi uno spazio tutto mio. Crescere un bambino autistico richiede impegno e dedizione costanti, e “Pizzelle e Fantasia” è diventato per me un luogo di gratificazione e di energia, un piccolo spazio creativo che mi appartiene”.

Quanto hanno influenzato la tua cucina le tradizioni familiari e la cultura gastronomica abruzzese?

Le tradizioni familiari e la cultura gastronomica abruzzese sono il cuore della mia cucina. In un certo senso ne danno la forma.

Uso il ferro per pizzelle per esprimermi in cucina, e quello che utilizzo è stato realizzato artigianalmente da mio padre. Anche quando mi lascio guidare dalla fantasia e sperimento nuove combinazioni, la pizzella resta sempre il simbolo della mia terra e il legame più autentico con le mie radici abruzzesi“.

Qual è la ricetta che rappresenta di più il tuo blog e la tua storia in cucina?

“La pizzella che ho scelto di condividere in questo spazio, con chi mi legge, (La Pizzella salata al formaggio) rappresenta perfettamente la mia pagina e la mia storia.

La cucina è una delle mie più grandi passioni e mi accompagna sin da bambina, quando ero il “secondo chef” di mia nonna ai fornelli di una famiglia numerosa. Con lei ho trascorso moltissimo tempo e proprio osservandola ho capito che la cucina regionale, anche quando appare semplice, richiede dedizione, pratica e cura.

Oggi, in ogni ricetta che preparo, vivono le mie emozioni più belle. Scelgo con attenzione i ricordi che devono “condirla”, ed è forse questo il motivo per cui le mie preparazioni sorprendono sempre“.

Nella pagina alterni tradizione e creatività: come trovi l’equilibrio tra ricette classiche e nuove idee?

Un esempio di questo equilibrio è rappresentato dalle mie pizzelle salate. Le definisco “mie” perché sono diverse da quelle tradizionali, solitamente sottili e croccanti, al massimo arricchite con qualche spezia.

Le mie pizzelle salate sono morbide e al formaggio e nascono da un ricordo molto preciso: la città di Perugia, gli anni universitari, la torta al formaggio, il primo sole dopo mesi di nebbia e il viaggio di ritorno verso casa. Sono profumi e sensazioni legati alla Pasqua e ai riti quaresimali che mi riportano alla memoria la mia amata nonna.

Per me la creatività nasce proprio dall’incontro tra memoria e nuove esperienze“.

Che ruolo pensi abbiano oggi i food blogger nel raccontare e preservare le tradizioni culinarie locali?

“Credo che oggi i food blogger possano avere un ruolo molto importante nel raccontare e preservare la cucina tradizionale, soprattutto quelle preparazioni che rischiano di essere dimenticate.

La pizzella è un esempio perfetto: è motivo di grande orgoglio per gli abruzzesi, ma fuori dai confini regionali è ancora poco conosciuta. Mi fa molto piacere vedere lo stupore di chi la scopre per la prima volta o la curiosità di chi si avvicina a questa tradizione grazie alle mie ricette“.

C’è un ricordo legato alla cucina che senti ancora oggi quando prepari una ricetta per il blog?

Senza dubbio il ricordo più forte è quello di mia nonna. Con lei ho trascorso tantissimo tempo in cucina, osservando, imparando e condividendo momenti semplici ma preziosi.

In quella cucina ho capito che cucinare non significa soltanto preparare un piatto, ma custodire memorie, affetti e tradizioni. Ancora oggi, quando preparo una ricetta per il blog, sento riaffiorare quei profumi e quei gesti che appartengono alla mia infanzia“.

Come immagini il futuro di “Pizzelle e Fantasia”?

“Ho due desideri per il futuro del progetto. Il primo, più immediato, è completare la pubblicazione del blog, attraverso il quale continuare a condividere ricette e racconti legati alla cucina.

Il secondo è un obiettivo più ampio: vorrei contribuire a sfatare l’idea che ferri e pizzelle siano un’attività “da nonne”. Mi piacerebbe che diventassero invece un’arte e un piacere per tutti, donne e uomini appassionati di cucina, proprio come lo sono io”.

Pizzelle salate morbide al formaggio

Ingredienti per circa 30 pizzelle della grandezza di un palmo della mano:

  • 6 uova calibro grande
  • Sale fino q.b.
  • 50 gr di Parmigiano Reggiano grattugiato
  • 50 gr di Emmental grattugiato a scaglie sottili
  • 1 vasetto di yogurt bianco senza zucchero (125 gr)
  • 125 gr di olio di semi di girasole
  • 400 gr di farina 00
  • 1 bustina di lievito istantaneo, per preparazioni salate

Procedimento:

In una ciotola sbatti energicamente, con l’aiuto di una frusta, le uova ed il sale.
Continuando a sbattere ad ogni aggiunta e nel seguente ordine, unisci olio, yogurt, Emmental, Parmigiano, lievito e, infine, la farina.

Fa’ arroventare il ferro, ungilo e adagia l’impasto al centro della piastra inferiore.

Attendi la cottura, ruotando il ferro, di tanto in tanto, e praticando movimenti orizzontali, da sx vs dx e da dx vs sx, per favorire, da entrambi i lati, una distribuzione uniforme del calore.
Sempre che tu non abbia un ferro tondo, la cui superficie sta tutta sulla fiamma.

Deliziose, da gustare calde e fredde, da sole o doverosamente imbottite.

Qualche consiglio 👀:

  • Durante la cottura, riponi le pizzelle su un piano ampio, ricoperto con una tovaglia di cotone, per favorirne il raffreddamento.
  • La conservazione: sconsigliata nei sacchetti di plastica, e’ preferibile nei box di vetro, in frigo.
  • Finche’ le temperature lo consentono, si puo’ pensare di tenerle in un cesto, coperte con un canovaccio, in un luogo fresco ed asciutto.
  • Si consiglia il consumo entro 2 gg dalla preparazione.

Nel cuore della Lombardia, a Castel Goffredo (Mantova), l’Azienda Ferri dal 1905 – specializzata  nella lavorazione di tè, infusi e spezie pregiate – si distingue da oltre un secolo per la sua artigianalità e per l’eccellenza delle sue materie prime. L’Azienda, guidata dal Tea Master di fama Internazionale Albino Ferri, seleziona i suoi ingredienti in tutto il mondo, lavorandoli poi interamente in Italia per garantire qualità, personalizzazione e rapidità nelle consegne. 

Dal suo laboratorio mantovano, “Ferri dal 1905” offre soluzioni su misura per il settore HoReCa, sviluppando miscele, packaging grafici personalizzati e persino filtri artigianali cuciti a mano – un vero “abito su misura” per il tè. 

E così, attraverso l’Accademia Ferri, l’azienda promuove anche la cultura del tè, con percorsi formativi, degustazioni e rubriche editoriali come “Tea Tour” e “Gocce di Tè”, protagoniste di diverse collaborazioni con rinomati chef e professionisti del settore. 

Nel numero di ottobre di Novella Cucina, Albino Ferri mi ha parlato del suo progetto, anticipandomi un pò quello che sarebbe “accaduto” a Milano il 25 novembre:

“Il progetto sta andando benissimo sotto molti aspetti. A fine novembre faremo un evento a Milano per raccontare come stanno andando le rubriche di Accademia Ferri, che sono tutte riconfermate per il 2026. In tale occasione ne presenteremo una nuova, che tocca il mondo mixology low alcool. Le rubriche sono prevalentemente VIDEO-SOCIAL ma sono realizzati anche in versione orizzontale in quanto siamo editati anche da Italia a Tavola che sfrutta il canale YouTube (in formato orizzontale). Ogni contenuto è poi correlato da alcuni scatti fotografici e da un articolo redazionale. Il tutto è condiviso sui canali di Accademia Ferri, di Italia a Tavola e ovviamente del protagonista della puntata”.

E così, lo scorso 25 novembre, nelle sale eleganti dello Château Monfort di Milano, l’Accademia Ferri ha riunito professionisti, addetti ai lavori e appassionati per l’evento “Ieri, oggi e domani → 2026: un anno di racconti per conoscere il mondo del tè e degli infusi”.

Una giornata che ha avuto il sapore del bilancio, ma anche quello della visione: celebrare quanto costruito nel 2025 e, nel contempo, guardare con consapevolezza e curiosità al futuro.

L’incontro – nato dalla collaborazione tra Accademia Ferri, Italia a Tavola e Château Monfort – ha rappresentato un momento di condivisione importante per una community che cresce attorno al racconto del tè come elemento culturale, gastronomico e identitario.

“Il Tea Tour – seguito direttamente da Albino con la collaborazione di Italia a Tavola – è un progetto editoriale ed esperenziale che, attraverso dodici episodi, esplora gli abbinamenti tra tè e piatti salati e sofisticati dell’alta gastronomia italiana. Al centro del Tea Tour c’è un’idea rivoluzionaria: superare i confini tradizionali e riscrivere il ruolo del tè nella cucina moderna. Non più solo bevanda da meditazione o compagna di dolci, il tè si trasforma in elemento creativo, capace di sorprendere con abbinamenti audaci e contemporanei. Una sorta di viaggio narrativo che intreccia le radici della tradizione italiana con visioni innovative, dando vita a un incontro inedito tra culture, aromi e sensazioni” (da Novella Cucina – ottobre 2025).

Ogni tappa è un vero e proprio laboratorio: uno chef seleziona un piatto iconico, e Ferri crea una miscela su misura per esaltarne i sapori.

Ospite dell’incontro, all’evento del 25, è stato Ivano Richebono, Chef 1 Stella Michelin.

Non sono mancate “Storie di Pasticceria” (tra gli ospiti presenti Gino Fabbri, punto di riferimento assoluto del settore e vicepresidente APEI), “Colazioni Speciali” rappresentate da Pietro Imbimbo Roullet, F&B Manager dell’Hotel Bellevue di Cogne, “Gocce di Tè” con interventi di Sonia Peronaci, Igles Corelli e Franco Costa, presidente di Costa Group.

Il tè, che acquisisce sempre più un linguaggio trasversale, capace di dialogare con cucina, pasticceria, design e ospitalità.

E poi uno sguardo verso il 2026, con la rubrica “Infusioni Alternative”: un progetto dedicato al mondo low alcol e alle infusioni applicate alla mixology contemporanea, che apre nuovi scenari di sperimentazione e di racconto.
A rappresentarla, Giovanni Allario, bar manager di Moebius Milano.

A guidare e moderare la giornata sono stati:

  • Albino Ferri, Tea Master e fondatore di Accademia Ferri
  • Alberto Lupini, direttore responsabile di Italia a Tavola
  • Carlo Vischi, Ambassador Accademia Ferri

L’evento si è concluso con un aperitivo tematico, durante il quale gli ospiti hanno degustato i finger food ideati da Domenico Mozzillo, Executive Chef di Château Monfort, in abbinamento a una selezione di tè e infusi Ferri dal 1905.


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Dietro ogni scaglia di Parmigiano Reggiano c’è una storia antica, fatta di gesti
sapienti, di territorio e di passione. Una storia che il Consorzio del Parmigiano
Reggiano
, fondato nel 1934, custodisce e promuove da oltre 90 anni, tutelando un
prodotto che ancora oggi si realizza con soli tre ingredienti: latte crudo, ricco di
fermenti lattici presenti naturalmente, sale e caglio.

Un formaggio naturale, quindi, senza additivi né conservanti, e frutto di una lavorazione artigianale che si tramanda da quasi un millennio.

Per raccontare da vicino questo straordinario patrimonio gastronomico, il
Consorzio promuove ogni anno “Caseifici Aperti”, un’iniziativa nata nel 2013,
che consente al pubblico di “entrare” e “curiosare” nei luoghi in cui nasce il
Parmigiano Reggiano, con l’obiettivo di far conoscere la produzione, ma anche per
valorizzare il territorio e la filiera che ruota attorno al Parmigiano Reggiano.

L’edizione 2025 si terrà il 4 e 5 ottobre, coinvolgendo numerosi caseifici nelle
cinque province della zona d’origine DOP: Parma, Reggio Emilia, Modena,
Bologna (a sinistra del Reno) e Mantova (a destra del Po).

Il “percorso di conoscenza” inizia già nelle prime ore del mattino, quando il latte
appena munto viene lavorato nelle caldaie in rame. Qui, il casaro – figura centrale
della tradizione casearia – trasforma il latte crudo in formaggio, seguendo una
tecnica affinata nei secoli ma rimasta sostanzialmente invariata. La cottura, la
rottura della cagliata, l’estrazione a mano delle forme, la salatura in salamoia e,
infine, la stagionatura: ogni fase è scandita da gesti precisi, spesso tramandati di
generazione in generazione. Ogni forma è tracciata attraverso una marcatura con
puntini e una placca di caseina.



Il percorso prosegue poi nelle sale di stagionatura, dove centinaia di forme
maturano lentamente su scaffalature in legno, in un silenzio interrotto solo dal
suono del martelletto con cui gli esperti (i c.d. battitori), eseguono i controlli di
qualità necessari per valutare e certificare le forme.


Dopo almeno 12 mesi, solo le forme idonee ottengono il prestigioso marchio a
fuoco del Consorzio. Quelle c.d. “non idonee” vengono sì scartate, ma in realtà
riutilizzate per realizzare creme al formaggio, formaggi misti grattugiati, …

A completare l’esperienza, una degustazione guidata, che permette di comprendere l’evoluzione organolettica del Parmigiano Reggiano attraverso le stagionature. A condurre i visitatori in questo percorso sensoriale, spesso sono i Maestri Assaggiatori del Consorzio.

Simone Ficarelli, responsabile dell’Accademia del Parmigiano Reggiano e
Maestro Assaggiatore del Consorzio
, ci spiega quali sono le caratteristiche di un
Parmigiano Reggiano giovane, intorno ai 12 mesi.
“Nel formaggio giovane, intorno ai 12 mesi, si percepiscono note fresche e
lattiche, quasi vegetali. È un formaggio che richiama il latte e la dolcezza, ha una
consistenza più umida e una pasta ancora elastica: riuscire a schiacciarlo con le
mani, è un chiaro segno della sua giovinezza. Perfetto come inizio pasto, si
abbina bene a spumanti e bollicine secche, grazie alla sua delicatezza.”


Come cambia, invece, il profilo aromatico dopo 24 o 36 mesi di stagionatura?


“A 24 mesi” – continua Ficarelli “il gusto diventa più sapido, ma resta
equilibrato. Emergono note di nocciola, una leggera frutta secca e una sfumatura
umami che ricorda il brodo di carne: è il glutammato presente naturalmente nel
formaggio a conferirgli questa profondità. Dai 36 mesi in poi, il Parmigiano
Reggiano raggiunge la massima espressione della sua complessità aromatica. I
cristalli di tirosina diventano più grandi e percepibili sotto i denti, regalando
anche una lieve nota amara. Al naso e al palato compaiono sentori di pepe, noce
moscata, e una lunga persistenza che lo rende ideale per piatti tipici emiliani
come le paste ripiene. In abbinamento, anche un cocktail come il Negroni o un
vino dolce lo valorizzano al meglio. Per un tocco goloso, consiglio l’accostamento
con miele d’acacia, che esalta l’intensità e l’eleganza delle stagionature più
mature.”

Qualche numero …

I numeri della filiera del Consorzio del Parmigiano Reggiano, aggiornati al 2024
confermano la solidità del Parmigiano Reggiano anche sul piano economico. Sono
291 i caseifici attivi, con oltre 4 milioni di forme prodotte e 2,04 milioni di
tonnellate di latte trasformato. In crescita il valore al consumo, che ha raggiunto i
3,2 miliardi di euro, così come le esportazioni, salite a 72.440 tonnellate (+8.670
rispetto al 2023). La quota export ha sfiorato il 49%, a testimonianza di un
apprezzamento sempre più marcato anche fuori dai confini nazionali.
Il confronto con il 2023 evidenzia una crescita costante, sebbene si osservi una
leggera flessione nel numero di allevatori e bovine attive. Un dato che sottolinea
l’importanza delle politiche di tutela e di valorizzazione della filiera, a cui il
Consorzio del Parmigiano Reggiano continua a lavorare con impegno.

Visitare un caseificio significa immergersi in una filiera fatta di artigianalità,
rigore e sostenibilità. Un’occasione per capire da vicino cosa rende il Parmigiano
Reggiano un prodotto unico al mondo: il legame inscindibile con il suo territorio,
l’assenza di additivi, la qualità del latte e l’esperienza umana che trasforma ogni
giorno ingredienti semplici in un’eccellenza riconosciuta a livello globale.

Un valore che si esprime in modo ancora più evidente nelle zone di montagna,
dove il Parmigiano Reggiano non è solo un’eccellenza gastronomica, ma anche un
motore di sviluppo e presidio sociale.

“Il Parmigiano Reggiano contribuisce a fortificare l’economia e a preservare
l’unicità dell’Appennino emiliano”,
ha detto Nicola Bertinelli, Presidente del
Consorzio.
“È il più importante prodotto Dop ottenuto in montagna, con oltre il
21,7 % della produzione totale concentrata in caseifici di montagna. In queste
aree svantaggiate, il Parmigiano Reggiano permette il mantenimento
dell’agricoltura, sostiene le comunità locali, protegge il paesaggio e rappresenta
un pilastro economico e sociale non solo per chi ci vive ma per tutti”.

Tornaco, un piccolo borgo piemontese in provincia di Novara, è conosciuto soprattutto per l’edificio storico Villa Marzoni, oggi sede del Museo della Civiltà e Cultura della Bassa Novarese e per l’antico Castello, distrutto e riscostruito più volte nel corso degli anni.

Ma a Tornaco, oltre alle bellezze da ammirare e visitare, possiamo trovare il riso carnaroli classico e lo zafferano di Daniela Monfrinotti, sommelier del riso, e la sua Azienda che vanta una storia di tanti anni fa.

Mi racconta Daniela che l’Azienda è nata alla fine del 1800 e che, ad occuparsene, erano i suoi nonni e poi i suoi genitori. Sarà probabilmente l’amore per la famiglia e per la sua terra, che hanno spinto e convinto Daniela e suo marito Attilio a portare avanti con entusiasmo quel progetto che sa di antico.

Recentemente, avete inserito anche una gamma di risi “semipronti”. Quali sono le caratteristiche che li rendono “diversi” rispetto agli altri?

“Il riso carnaroli classico e l’autenticità e la genuinità delle migliori materie prime. Il nostro riso, per esempio, di cui curiamo e monitoriamo costantemente la coltivazione in ogni sua fase, viene essiccato e trasformato con cura, prestando attenzione agli effetti della lavorazione sulla resa in cottura del prodotto finito. Per questo, nell’impianto di trasformazione, è stata reintrodotta la sbiancatura a pietra tramite le storiche macchine Amburgo, le uniche in grado di fornire lo standard qualitativo ricercato”.

Carla De Iuliis e Daniela Monfrinotti (Azienda Agricola della Bassa Novarese)

Il suo sorriso, la sua naturalezza, quel suo essere “alla mano”, la rendono sicuramente una persona speciale e fuori dal comune.

Debora Caprioglio, attrice, veneta di nascita ma romana di adozione, è proprio così: una donna amante della vita e del suo lavoro. Scoperta e lanciata da Klaus Kinski, poi diretta da Tinto Brass, Francesca Archibugi e Ugo Chiti, Debora Caprioglio ha proseguito la sua carriera di attrice in teatro accanto ad artisti di peso quali Franco Branciaroli, Mario Scaccia e Mariano Rigillo, prendendo parte anche a varie serie televisive.

Ho avuto la fortuna di conoscerla, di scambiare con lei qualche parola e di riuscire a scoprire che, oltre ad essere una grande attrice, è anche un’amante del buon cibo.

Qui la mia intervista per il mensile NOVELLA CUCINA.

Con il tuo lavoro sei costretta a viaggiare molto e, diciamo per fortuna, hai anche la possibilità di assaggiare i piatti tipici locali. Ce n’è uno che ami particolarmente e a cui è legato qualche tuo ricordo?

“Come ho già detto, con il mio lavoro viaggio tantissimo e ne approfitto sempre per vedere e scoprire nuovi posti e assaggiare i piatti del territorio. Ce ne sono un’infinità … penso che tutte le regioni italiane conservino tradizioni culinarie e piatti meravigliosi! La Puglia, le sue orecchiette con le cime di rapa, per esempio, mi piacciono molto; ma anche il Ragù alla bolognese, i Ravioli del Plin, il Brasato e i tanti Formaggi piemontesi, la Mozzarella di Bufala di Battipaglia, … Di recente, per esempio, sono stata in Sicilia, a Marzamemi, e qui ho comperato tanti vasetti di tonno e il preparato per la pasta con le sarde. E poi la Calabria, con il suo peperoncino e la Toscana, con la Pappa al pomodoro e la Ribollita … potrei continuare all’infinito!”