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Nel cuore della Lombardia, a Castel Goffredo (Mantova), l’Azienda Ferri dal 1905 – specializzata  nella lavorazione di tè, infusi e spezie pregiate – si distingue da oltre un secolo per la sua artigianalità e per l’eccellenza delle sue materie prime. L’Azienda, guidata dal Tea Master di fama Internazionale Albino Ferri, seleziona i suoi ingredienti in tutto il mondo, lavorandoli poi interamente in Italia per garantire qualità, personalizzazione e rapidità nelle consegne. 

Dal suo laboratorio mantovano, “Ferri dal 1905” offre soluzioni su misura per il settore HoReCa, sviluppando miscele, packaging grafici personalizzati e persino filtri artigianali cuciti a mano – un vero “abito su misura” per il tè. 

E così, attraverso l’Accademia Ferri, l’azienda promuove anche la cultura del tè, con percorsi formativi, degustazioni e rubriche editoriali come “Tea Tour” e “Gocce di Tè”, protagoniste di diverse collaborazioni con rinomati chef e professionisti del settore. 

Nel numero di ottobre di Novella Cucina, Albino Ferri mi ha parlato del suo progetto, anticipandomi un pò quello che sarebbe “accaduto” a Milano il 25 novembre:

“Il progetto sta andando benissimo sotto molti aspetti. A fine novembre faremo un evento a Milano per raccontare come stanno andando le rubriche di Accademia Ferri, che sono tutte riconfermate per il 2026. In tale occasione ne presenteremo una nuova, che tocca il mondo mixology low alcool. Le rubriche sono prevalentemente VIDEO-SOCIAL ma sono realizzati anche in versione orizzontale in quanto siamo editati anche da Italia a Tavola che sfrutta il canale YouTube (in formato orizzontale). Ogni contenuto è poi correlato da alcuni scatti fotografici e da un articolo redazionale. Il tutto è condiviso sui canali di Accademia Ferri, di Italia a Tavola e ovviamente del protagonista della puntata”.

E così, lo scorso 25 novembre, nelle sale eleganti dello Château Monfort di Milano, l’Accademia Ferri ha riunito professionisti, addetti ai lavori e appassionati per l’evento “Ieri, oggi e domani → 2026: un anno di racconti per conoscere il mondo del tè e degli infusi”.

Una giornata che ha avuto il sapore del bilancio, ma anche quello della visione: celebrare quanto costruito nel 2025 e, nel contempo, guardare con consapevolezza e curiosità al futuro.

L’incontro – nato dalla collaborazione tra Accademia Ferri, Italia a Tavola e Château Monfort – ha rappresentato un momento di condivisione importante per una community che cresce attorno al racconto del tè come elemento culturale, gastronomico e identitario.

“Il Tea Tour – seguito direttamente da Albino con la collaborazione di Italia a Tavola – è un progetto editoriale ed esperenziale che, attraverso dodici episodi, esplora gli abbinamenti tra tè e piatti salati e sofisticati dell’alta gastronomia italiana. Al centro del Tea Tour c’è un’idea rivoluzionaria: superare i confini tradizionali e riscrivere il ruolo del tè nella cucina moderna. Non più solo bevanda da meditazione o compagna di dolci, il tè si trasforma in elemento creativo, capace di sorprendere con abbinamenti audaci e contemporanei. Una sorta di viaggio narrativo che intreccia le radici della tradizione italiana con visioni innovative, dando vita a un incontro inedito tra culture, aromi e sensazioni” (da Novella Cucina – ottobre 2025).

Ogni tappa è un vero e proprio laboratorio: uno chef seleziona un piatto iconico, e Ferri crea una miscela su misura per esaltarne i sapori.

Ospite dell’incontro, all’evento del 25, è stato Ivano Richebono, Chef 1 Stella Michelin.

Non sono mancate “Storie di Pasticceria” (tra gli ospiti presenti Gino Fabbri, punto di riferimento assoluto del settore e vicepresidente APEI), “Colazioni Speciali” rappresentate da Pietro Imbimbo Roullet, F&B Manager dell’Hotel Bellevue di Cogne, “Gocce di Tè” con interventi di Sonia Peronaci, Igles Corelli e Franco Costa, presidente di Costa Group.

Il tè, che acquisisce sempre più un linguaggio trasversale, capace di dialogare con cucina, pasticceria, design e ospitalità.

E poi uno sguardo verso il 2026, con la rubrica “Infusioni Alternative”: un progetto dedicato al mondo low alcol e alle infusioni applicate alla mixology contemporanea, che apre nuovi scenari di sperimentazione e di racconto.
A rappresentarla, Giovanni Allario, bar manager di Moebius Milano.

A guidare e moderare la giornata sono stati:

  • Albino Ferri, Tea Master e fondatore di Accademia Ferri
  • Alberto Lupini, direttore responsabile di Italia a Tavola
  • Carlo Vischi, Ambassador Accademia Ferri

L’evento si è concluso con un aperitivo tematico, durante il quale gli ospiti hanno degustato i finger food ideati da Domenico Mozzillo, Executive Chef di Château Monfort, in abbinamento a una selezione di tè e infusi Ferri dal 1905.


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Dietro ogni scaglia di Parmigiano Reggiano c’è una storia antica, fatta di gesti
sapienti, di territorio e di passione. Una storia che il Consorzio del Parmigiano
Reggiano
, fondato nel 1934, custodisce e promuove da oltre 90 anni, tutelando un
prodotto che ancora oggi si realizza con soli tre ingredienti: latte crudo, ricco di
fermenti lattici presenti naturalmente, sale e caglio.

Un formaggio naturale, quindi, senza additivi né conservanti, e frutto di una lavorazione artigianale che si tramanda da quasi un millennio.

Per raccontare da vicino questo straordinario patrimonio gastronomico, il
Consorzio promuove ogni anno “Caseifici Aperti”, un’iniziativa nata nel 2013,
che consente al pubblico di “entrare” e “curiosare” nei luoghi in cui nasce il
Parmigiano Reggiano, con l’obiettivo di far conoscere la produzione, ma anche per
valorizzare il territorio e la filiera che ruota attorno al Parmigiano Reggiano.

L’edizione 2025 si terrà il 4 e 5 ottobre, coinvolgendo numerosi caseifici nelle
cinque province della zona d’origine DOP: Parma, Reggio Emilia, Modena,
Bologna (a sinistra del Reno) e Mantova (a destra del Po).

Il “percorso di conoscenza” inizia già nelle prime ore del mattino, quando il latte
appena munto viene lavorato nelle caldaie in rame. Qui, il casaro – figura centrale
della tradizione casearia – trasforma il latte crudo in formaggio, seguendo una
tecnica affinata nei secoli ma rimasta sostanzialmente invariata. La cottura, la
rottura della cagliata, l’estrazione a mano delle forme, la salatura in salamoia e,
infine, la stagionatura: ogni fase è scandita da gesti precisi, spesso tramandati di
generazione in generazione. Ogni forma è tracciata attraverso una marcatura con
puntini e una placca di caseina.



Il percorso prosegue poi nelle sale di stagionatura, dove centinaia di forme
maturano lentamente su scaffalature in legno, in un silenzio interrotto solo dal
suono del martelletto con cui gli esperti (i c.d. battitori), eseguono i controlli di
qualità necessari per valutare e certificare le forme.


Dopo almeno 12 mesi, solo le forme idonee ottengono il prestigioso marchio a
fuoco del Consorzio. Quelle c.d. “non idonee” vengono sì scartate, ma in realtà
riutilizzate per realizzare creme al formaggio, formaggi misti grattugiati, …

A completare l’esperienza, una degustazione guidata, che permette di comprendere l’evoluzione organolettica del Parmigiano Reggiano attraverso le stagionature. A condurre i visitatori in questo percorso sensoriale, spesso sono i Maestri Assaggiatori del Consorzio.

Simone Ficarelli, responsabile dell’Accademia del Parmigiano Reggiano e
Maestro Assaggiatore del Consorzio
, ci spiega quali sono le caratteristiche di un
Parmigiano Reggiano giovane, intorno ai 12 mesi.
“Nel formaggio giovane, intorno ai 12 mesi, si percepiscono note fresche e
lattiche, quasi vegetali. È un formaggio che richiama il latte e la dolcezza, ha una
consistenza più umida e una pasta ancora elastica: riuscire a schiacciarlo con le
mani, è un chiaro segno della sua giovinezza. Perfetto come inizio pasto, si
abbina bene a spumanti e bollicine secche, grazie alla sua delicatezza.”


Come cambia, invece, il profilo aromatico dopo 24 o 36 mesi di stagionatura?


“A 24 mesi” – continua Ficarelli “il gusto diventa più sapido, ma resta
equilibrato. Emergono note di nocciola, una leggera frutta secca e una sfumatura
umami che ricorda il brodo di carne: è il glutammato presente naturalmente nel
formaggio a conferirgli questa profondità. Dai 36 mesi in poi, il Parmigiano
Reggiano raggiunge la massima espressione della sua complessità aromatica. I
cristalli di tirosina diventano più grandi e percepibili sotto i denti, regalando
anche una lieve nota amara. Al naso e al palato compaiono sentori di pepe, noce
moscata, e una lunga persistenza che lo rende ideale per piatti tipici emiliani
come le paste ripiene. In abbinamento, anche un cocktail come il Negroni o un
vino dolce lo valorizzano al meglio. Per un tocco goloso, consiglio l’accostamento
con miele d’acacia, che esalta l’intensità e l’eleganza delle stagionature più
mature.”

Qualche numero …

I numeri della filiera del Consorzio del Parmigiano Reggiano, aggiornati al 2024
confermano la solidità del Parmigiano Reggiano anche sul piano economico. Sono
291 i caseifici attivi, con oltre 4 milioni di forme prodotte e 2,04 milioni di
tonnellate di latte trasformato. In crescita il valore al consumo, che ha raggiunto i
3,2 miliardi di euro, così come le esportazioni, salite a 72.440 tonnellate (+8.670
rispetto al 2023). La quota export ha sfiorato il 49%, a testimonianza di un
apprezzamento sempre più marcato anche fuori dai confini nazionali.
Il confronto con il 2023 evidenzia una crescita costante, sebbene si osservi una
leggera flessione nel numero di allevatori e bovine attive. Un dato che sottolinea
l’importanza delle politiche di tutela e di valorizzazione della filiera, a cui il
Consorzio del Parmigiano Reggiano continua a lavorare con impegno.

Visitare un caseificio significa immergersi in una filiera fatta di artigianalità,
rigore e sostenibilità. Un’occasione per capire da vicino cosa rende il Parmigiano
Reggiano un prodotto unico al mondo: il legame inscindibile con il suo territorio,
l’assenza di additivi, la qualità del latte e l’esperienza umana che trasforma ogni
giorno ingredienti semplici in un’eccellenza riconosciuta a livello globale.

Un valore che si esprime in modo ancora più evidente nelle zone di montagna,
dove il Parmigiano Reggiano non è solo un’eccellenza gastronomica, ma anche un
motore di sviluppo e presidio sociale.

“Il Parmigiano Reggiano contribuisce a fortificare l’economia e a preservare
l’unicità dell’Appennino emiliano”,
ha detto Nicola Bertinelli, Presidente del
Consorzio.
“È il più importante prodotto Dop ottenuto in montagna, con oltre il
21,7 % della produzione totale concentrata in caseifici di montagna. In queste
aree svantaggiate, il Parmigiano Reggiano permette il mantenimento
dell’agricoltura, sostiene le comunità locali, protegge il paesaggio e rappresenta
un pilastro economico e sociale non solo per chi ci vive ma per tutti”.

Tornaco, un piccolo borgo piemontese in provincia di Novara, è conosciuto soprattutto per l’edificio storico Villa Marzoni, oggi sede del Museo della Civiltà e Cultura della Bassa Novarese e per l’antico Castello, distrutto e riscostruito più volte nel corso degli anni.

Ma a Tornaco, oltre alle bellezze da ammirare e visitare, possiamo trovare il riso carnaroli classico e lo zafferano di Daniela Monfrinotti, sommelier del riso, e la sua Azienda che vanta una storia di tanti anni fa.

Mi racconta Daniela che l’Azienda è nata alla fine del 1800 e che, ad occuparsene, erano i suoi nonni e poi i suoi genitori. Sarà probabilmente l’amore per la famiglia e per la sua terra, che hanno spinto e convinto Daniela e suo marito Attilio a portare avanti con entusiasmo quel progetto che sa di antico.

Recentemente, avete inserito anche una gamma di risi “semipronti”. Quali sono le caratteristiche che li rendono “diversi” rispetto agli altri?

“Il riso carnaroli classico e l’autenticità e la genuinità delle migliori materie prime. Il nostro riso, per esempio, di cui curiamo e monitoriamo costantemente la coltivazione in ogni sua fase, viene essiccato e trasformato con cura, prestando attenzione agli effetti della lavorazione sulla resa in cottura del prodotto finito. Per questo, nell’impianto di trasformazione, è stata reintrodotta la sbiancatura a pietra tramite le storiche macchine Amburgo, le uniche in grado di fornire lo standard qualitativo ricercato”.

Carla De Iuliis e Daniela Monfrinotti (Azienda Agricola della Bassa Novarese)

Il suo sorriso, la sua naturalezza, quel suo essere “alla mano”, la rendono sicuramente una persona speciale e fuori dal comune.

Debora Caprioglio, attrice, veneta di nascita ma romana di adozione, è proprio così: una donna amante della vita e del suo lavoro. Scoperta e lanciata da Klaus Kinski, poi diretta da Tinto Brass, Francesca Archibugi e Ugo Chiti, Debora Caprioglio ha proseguito la sua carriera di attrice in teatro accanto ad artisti di peso quali Franco Branciaroli, Mario Scaccia e Mariano Rigillo, prendendo parte anche a varie serie televisive.

Ho avuto la fortuna di conoscerla, di scambiare con lei qualche parola e di riuscire a scoprire che, oltre ad essere una grande attrice, è anche un’amante del buon cibo.

Qui la mia intervista per il mensile NOVELLA CUCINA.

Con il tuo lavoro sei costretta a viaggiare molto e, diciamo per fortuna, hai anche la possibilità di assaggiare i piatti tipici locali. Ce n’è uno che ami particolarmente e a cui è legato qualche tuo ricordo?

“Come ho già detto, con il mio lavoro viaggio tantissimo e ne approfitto sempre per vedere e scoprire nuovi posti e assaggiare i piatti del territorio. Ce ne sono un’infinità … penso che tutte le regioni italiane conservino tradizioni culinarie e piatti meravigliosi! La Puglia, le sue orecchiette con le cime di rapa, per esempio, mi piacciono molto; ma anche il Ragù alla bolognese, i Ravioli del Plin, il Brasato e i tanti Formaggi piemontesi, la Mozzarella di Bufala di Battipaglia, … Di recente, per esempio, sono stata in Sicilia, a Marzamemi, e qui ho comperato tanti vasetti di tonno e il preparato per la pasta con le sarde. E poi la Calabria, con il suo peperoncino e la Toscana, con la Pappa al pomodoro e la Ribollita … potrei continuare all’infinito!”