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A Villa del Drago, sulle colline della Val di Chiana, Maria Cristina Gallorini accoglie principalmente ospiti stranieri e insegna loro la cucina toscana. Ma dietro ogni ricetta ci sono ricordi, famiglia, rispetto per la terra e il desiderio di trasformare chi arriva da lontano in un amico.

Quando arrivate da me siete degli estranei, quando andate via siete amici, parte della famiglia

Quella di Maria Cristina non è semplicemente una scuola dove imparare a fare la pasta fresca, i ravioli, gli gnocchi, il pane, le focacce o i dolci della tradizione, ma è soprattutto un luogo dove la cucina si trasforma in un modo per entrare nella cultura italiana, per sedersi a tavola a condividere storie e a scoprire che dietro una ricetta esiste sempre una famiglia, un territorio, un ricordo.

E a Villa del Drago questo concetto sembra prendere forma naturale.

Villa del Drago

Villa del Drago è una dimora del XIX secolo immersa nelle colline della Val di Chiana. Maria Cristina racconta che quella casa rappresenta la realizzazione del sogno dei suoi genitori e che vivere lì significa, ancora oggi, sentirsi parte di quel sogno. È qui che accoglie i suoi ospiti e propone le sue esperienze di cucina. Un luogo speciale anche per la presenza di tre cucine, ognuna con una propria identità: la cucina della scuola, pensata per i corsi: accogliente, curata e organizzata; la cucina all’aperto, utilizzata durante la bella stagione; e la cucina della nonna Iolanda, quella familiare, con la caratteristica struttura in mattoni, dove l’atmosfera diventa ancora più intima e dove, come racconta Maria Cristina, “si respira la vera atmosfera di una famiglia italiana”.

La storia di Maria Cristina con il cibo comincia molto prima della nascita della sua scuola. Comincia ad Arezzo, durante l’infanzia. Nel suo racconto ci sono le penne al pomodoro mangiate all’asilo, le scampagnate con tutta la famiglia, il latte e i biscotti che preparava il papà ogni mattina e il profumo del sugo della mamma che, la domenica, arrivava dalla cucina.

Cristina Gallorini

Ogni suo piatto è un racconto: l’orto, i crostini neri della mamma, la pappa al pomodoro del papà, la cipolla con il sale mangiata da bambina sotto un albero.

«Per me cucinare è memoria, passione, rispetto per la terra e un modo potente per raccontare chi siamo e quali sono le nostre radici. Continuare a cucinare come facevano i miei nonni è per me un gesto d’amore».

È una filosofia che ritroviamo anche nella sua cucina: pochi fronzoli, ingredienti stagionali, prodotti di qualità e una grande attenzione alla materia prima. Sul suo sito Maria Cristina racconta infatti di preferire una cucina semplice e genuina e di trattare ogni ingrediente con rispetto, consapevole del lavoro necessario per coltivare anche un semplice pomodoro, una zucchina o una melanzana.

Gli ospiti che arrivano a Villa del Drago arrivano spesso da molto lontano: Americani, canadesi, australiani e viaggiatori di diverse nazionalità scelgono di entrare nella cucina di Cristina per imparare qualcosa della tradizione italiana.

Maria Cristina racconta che molti rimangono colpiti dalla passione con cui insegna. Quando assaggiano un ragù o una pomarola, le dicono che “si sente tutto“: ogni parola, ogni racconto, ogni emozione che Maria Cristina mette nel piatto. Per chi arriva dall’estero può essere difficile comprendere, all’inizio, perché per una famiglia italiana sia così importante stare insieme a tavola. Poi, però, lo capisce: la convivialità non si spiega soltanto a parole, ma si vive.

A Villa del Drago, poi, vengono coltivati pomodori, melanzane, zucchine, cipolle, aglio, insalata e diverse erbe aromatiche, dal basilico al prezzemolo, dalla salvia al rosmarino, fino al timo e all’origano. Ogni anno i pomodori dell’orto diventano passata e salsa, utilizzate durante l’anno, ma anche conserve, confetture e sottoli. È una cucina che nasce dalla terra e che alla terra restituisce rispetto.

“Non butto via niente”, racconta Maria Cristina.

Il suo approccio alla cucina è infatti profondamente legato alla lotta allo spreco. Le bucce dei pomodori, dopo essere state essiccate, diventano una polvere. L’acqua in eccesso dei pomodori viene recuperata per preparare la pasta o la pappa al pomodoro. Gli scarti dei carciofi diventano brodo, così come i baccelli dei piselli, che possono essere utilizzati per risotti e vellutate. Anche il pane ha un valore preciso: fatto in casa o acquistato, deve essere rispettato perché dietro quel prodotto c’è lavoro.

“Rispetto chi lavora dietro ogni prodotto”, spiega Maria Cristina.

Ma tra tutte le ricette, ce n’è una che per Maria Cristina rappresenta più di ogni altra la sua identità: la pappa al pomodoro. Non è soltanto un piatto toscano, ma è il ricordo di sua madre, di sua nonna e di suo padre. Rappresenta la sua infanzia, la Toscana!

La Pappa al Pomodoro di Maria Cristina

La sua ricetta originale di gyoza ripieni di pappa al pomodoro è stata pubblicata nel luglio 2024 da La Cucina Italiana, un riconoscimento che Maria Cristina ha accolto con particolare felicità. Sul suo sito racconta inoltre la partecipazione a TavolaRasa 2025 con la sua acqua cotta al cavolo nero.

Ma il riconoscimento più importante, forse, resta quello personale.

“Sono stata felicissima di questo riconoscimento, perché per me questo piatto rappresenta la mia identità, la Toscanità, il ricordo di mia mamma e mia nonna“.

Tavola Rasa 2025 – La Cucina Italiana

Chi arriva a Villa del Drago per imparare una ricetta riparte con qualcosa di più. Porta con sé il sapore della Toscana, ma anche una diversa idea della cucina italiana: una cucina fatta di stagionalità, di rispetto, di recupero, di famiglia e di convivialità.

Insomma, una cucina che non ha bisogno di essere complicata per essere straordinaria.

E Maria Cristina lo dice con semplicità: “cucinare non è difficile quando lo si fa con gioia”.

E questa gioia, a Villa del Drago, passa attraverso le mani, l’orto, le ricette tramandate e soprattutto attraverso la tavola di Cristina … e il Drago.

Il sugo finto di Maria Cristina Gallorini

Una ricetta semplice, profondamente legata alla cucina di casa e alla memoria: il sugo finto, preparato con tante verdure, erbe aromatiche e una lunga cottura. Un condimento profumato e intenso, perfetto per accompagnare la pasta e raccontare, ancora una volta, quella cucina fatta di gesti, tempo e ricordi.

Ingredienti:

● 3 carote

● 4 coste di sedano

● 2 cipolle

● vino rosso

● olio extravergine di oliva

● 1 cucchiaio di concentrato di pomodoro

● 200 ml di passata di pomodoro

● basilico

● timo

● salvia

● maggiorana

● origano fresco

● erba cedrina

● prezzemolo

● sale

● pepe

Preparazione

Tritare, preferibilmente a coltello, le verdure e le erbe aromatiche.

In un tegame scaldare due cucchiai di olio extravergine di oliva e aggiungere il trito. Lasciare soffriggere lentamente fino a quando le verdure saranno ben tostate e avranno sprigionato tutti i loro profumi. Sfumare con un bicchiere di vino rosso e lasciare evaporare l’alcol. Aggiungere quindi il concentrato di pomodoro, la passata, sale e pepe. Se necessario, unire poca acqua o brodo vegetale per mantenere il sugo morbido durante la cottura.

Lasciare cuocere a fuoco dolce per circa un’ora, mescolando di tanto in tanto.

Il sugo finto è perfetto per condire diversi formati di pasta. Cristina predilige gli spaghetti alla chitarra, da completare con una generosa spolverata di Parmigiano.

La Ricetta è di Maria Cristina Gallorini

C’è qualcosa di irresistibile nella semplicità di un piatto rustico: pochi ingredienti, sapori autentici e un risultato che scalda il cuore. 

Le fave e pecorino in crosta di pane sono proprio questo: un incontro tra la dolcezza delle fave, la sapidità intensa del pecorino stagionato (qui quello Abruzzese) e la croccantezza del pane rustico, arricchito dall’aroma del rosmarino.

Perfetto come antipasto, brunch o piatto unico leggero, questo piatto porta in tavola i profumi della campagna italiana, trasformando ingredienti semplici in un piccolo gioiello gastronomico.

Una ricetta ideale per raccontare con foto e parole la bellezza della cucina casalinga, genuina e senza fronzoli.

Ingredienti (per 2 persone):

  • 200 g di fave fresche o surgelate
  • 80 g di pecorino stagionato a scaglie
  • 1 cipolla piccola
  • 2 cucchiai di olio extravergine d’oliva
  • 1 rametto di rosmarino (meglio se fresco)
  • Sale e pepe q.b.
  • 4 fette di pane rustico (tipo casereccio o integrale)
  • Qualche foglia di menta o prezzemolo fresco per guarnire

Procedimento:

Preparare le fave:

Se usi fave fresche, sbollentale 2-3 minuti e togli la pellicina esterna.

Se surgelate, cuocile secondo le istruzioni.

Soffritto aromatico: In una padella, scalda l’olio e fai dorare la cipolla tritata finemente con il rosmarino.

Aggiungi le fave e cuoci per 5-7 minuti, mescolando spesso. Aggiusta di sale e pepe.

Comporre il piatto: Tosta le fette di pane. Distribuisci le fave sopra, aggiungi scaglie di pecorino e un filo d’olio a crudo.

Guarnisci con menta o prezzemolo fresco. Servi subito, caldo, con un bicchiere di vino bianco secco o rosato leggero per un abbinamento rustico ma elegante.

La pasta con le sarde (pasta chî sardi)… il profumo della Sicilia e i ricordi di tanto tempo fa. 

Un piatto povero, ma ricco di saperi e di sapori. 

Oltre alla mia ricetta (con pinoli tostati), voglio svelarvi qualche piccola curiosità legata a questo piatto simbolo della cucina siciliana, e conosciuto per la sua combinazione di sapori unici che evocano il sole e il mare dell’isola.

Ingredienti semplici, ma ricchi di gusto, per creare un piatto che racconta storie di tradizioni e di cultura.

Una preparazione con origini umili, nata dall’ingegno dei pescatori che utilizzavano ingredienti facilmente reperibili per creare pasti nutrienti.

Tradizionalmente, la pasta con le sarde viene preparata durante la festa di San Giuseppe, una delle celebrazioni più importanti in Sicilia.

E poi… esistono diverse versioni di questo piatto, alcune includono l’aggiunta di pomodoro o mandorle, a seconda delle tradizioni locali. Io … i pinoli tostati!!! 

Ingredienti (per 2 persone):

  • 160 gr di spaghetti grandi o bucatini
  • 16 sarde (o alici già sfilettate)
  • 1/2 cipolla
  • 1 cucchiaino di pasta di alici
  • 2 cucchiai di pinoli tostati 
  • q.b. di finocchietto selvatico
  • 100 ml di acqua
  • 1 pizzico di sale
  • 1 pizzico di pepe 
  • 2 cucchiai di pangrattato 
  • 1 bicchierino di vino bianco
  • 1 filo olio extravergine d’oliva (a crudo)
  • 1 cucchiaio di uva passa 

Preparazione:

Passa le sarde sfilettate sotto l’acqua, per poi tamponarle con dei fogli di carta assorbente da cucina: devo essere ben asciutte.
Sbuccia la cipolla, e tritala finemente con un coltello. Sbollenta il finocchietto in acqua leggermente salata e dopo averlo scolato taglialo a pezzettini. 

In un ampio tegame versa un giro di olio, la cipolla tritata, la pasta di alici, i pinoli tostati e infine il finocchietto tritato, lasciando appassire per qualche secondo.
Sfuma con un bicchierino di vino bianco.

Sistema i filetti di sarde in tegame e lasciali rosolare per qualche minuto.
Versa il liquido sui filetti di sarde.
Lascia cuocere finché i filetti di sarde diventano chiari. Aggiungi a fuoco spento: un pizzico di sale, un pizzico di pepe, un paio di cucchiai di salsa di pomodoro (se si vuole) per insaporire;
mescola e sfalda i filetti di sarde fino a raggiungere la pezzatura desiderata e poi aggiungi l’uvetta passa rinvenuta in acqua e poi strizzata. Cuoci la pasta nell’acqua in cui è stato sbollentato il finocchietto e scolala.
Nel frattempo, scalda il condimento per la pasta con le sarde.
Versa la pasta nel tegame con il condimento per la pasta con le sarde.
A fuoco spento, aggiungi un filo di olio e amalgama.
Macina ancora un po’ di pepe e se vuoi aggiungi altri pinoli. Servi calda.

Niente “maltagliati” o “pasta mista” … ma i classici “tubetti”, quelli che mangiavo quando ero piccola accompagnati dai fagioli 🫘 o dal sughetto di pesce (a casa mia si usava molto soprattutto quando andavo a visitare la nonna di Giulianova … una cittadina sul mare in provincia di Teramo). 

Questa volta, su richiesta specifica, li ho preparati accompagnati da patate a tocchetti, guanciale e provola affumicata … come si usa nel Napoletano e … mangiata rigorosamente con il cucchiaio, con “i fili” che vanno da una parte all’altra del piatto e … del tavolo 😀

Un piatto semplice, veloce da realizzare, dove la pasta viene cotta assieme alle patate come se si stesse mantecando un risotto!


Ingredienti:

  • 2/3 patate medie 
  • 200 gr di pasta formato tubetti
  • 1 cucchiaio di trito per soffritto
  • 3 fettine sottili di guanciale 
  • Provola affumicata a fette (7/8 fette)
  • Prezzemolo fresco qb
  • Olio extravergine d’oliva qb
  • Sale
  • Pepe al mulinello qb

Procedimento:

Pulire le patate e tagliarle a quadratini. Preparare un trito con la carota, il sedano e cipolla e metterli a rosolare in una pentola con 3 cucchiai d’olio EVO e il guanciale tagliato a listarelle. 

Dopo qualche minuto, quando la cipolla è trasparente, aggiungere le patate e cuocere per un paio di minuti mescolando bene. A questo punto unire la pasta e aggiungere l’acqua (come se si tirasse su un risotto). Salare e pepare e continuare a cuocere, mescolando, aggiungendo acqua all’occorrenza. 

A fine cottura aggiungere la provola a pezzetti e mescolare bene. Infine lasciare riposare per due minuti e poi aggiungere prezzemolo e ancora pepe. Servire. 

Pasta con patate e provola affumicata
Pasta con patate e provola affumicata

Vi è mai capitato di entrare in un Castello e sognare per un po’ di essere una Principessa (o, nel mio caso, una Contessina)?

Io sono convinta di sì!!! 

Ma a me è successo molto di più:

“Sono entrata in un Castello, ho sognato di essere la sua principessa (contessina), ma ho dovuto anche mettermi ai fornelli!” 😳

Credo non sia capitato mai a nessuno 😀

Ma leggete qui …

“Nel salone delle feste del Castello della Monica a Teramo, tanti anni fa, la Sig.ra Rosaria, moglie del nipote del pittore Gennaro Della Monica (1836-1917), preparava con amore e dedizione alla sua famiglia alcuni piatti tipici della cucina Teramana, tramandati di generazione in generazione”

Il Castello della Monica a Teramo (in Abruzzo)

Il TIMBALLO di SCRIPPELLE (da non confondere con la lasagna) era uno dei piatti più gettonati, assieme a tante altre prelibatezza.

Voglio lasciarvi con un po’ di curiosità … e con il solo inizio di una lunga favola.

Nel numero di settembre della rivista NOVELLA CUCINA, trovate il mio nuovo articolo sulla cucina della tradizione Teramana nella cornice da favola del Castello della Monica di Teramo. 

Ingredienti per 6 persone:

  • 10 uova (per le scrippelle)
  • 10 cucchiai di farina
  • 10 mezzi gusci d’uovo di acqua 
  • 100 gr di parmigiano grattugiato
  • 2 mozzarelle fiordilatte 
  • 50 pallottine di carne fritte (vedi ricetta scrippelle ‘mbusse)
  • 1 litro di Polpa di pomodoro
  • Sale, pepe, noce moscata q.b.
  • Olio evo
  • Una noce di burro per ungere la teglia e per guarnire il timballo prima di infornare
  • Teglia da forno a bordo alti (quadrata o rettangolare)

Preparazione:

Per le scrippelle utilizzare per ogni uovo,  1 cucchiaio raso di farina e 1/2 guscio di acqua e procedere nella preparazione delle “crêpes” utilizzando una padella capiente unta leggermente di olio evo o di lardo (vedi ricetta delle scrippelle ‘mbusse). Preparare il sugo rosso con il pomodoro, in cui saranno tuffate le polpettine di carne già fritte.

Disporre le scrippelle sulla teglia imburrata per foderarla, in modo tale che ne fuoriescano le estremità. 

Creare uno strato di sugo con le polpettine, mozzarella e parmigiano, sale, pepe e noce moscata. 

Coprire con altre scrippelle e ripetere gli strati a piacimento, fino ad esaurire gli ingredienti.

Ripiegare i lembi delle scrippelle e coprire con altre sue scrippelle. Cospargere con fiocchetti di burro.

Mettere il timballo nel forno caldo e a calore moderato per circa un’ora. Servire caldo.

Che tenera … la “tenerina”!! 

Se non avete grandi idee, se avete poco tempo e se volete preparare un dolce strepitoso e cioccolatoso per una cena tra amici … la TORTA TENERINA fa al caso vostro!!! 

Ieri pomeriggio, tornata a casa dal mare di fretta, l’ho preparata in pochissimo tempo ed è piaciuta moltissimo (un pezzetto l’ho portato via per la mia colazione di questa mattina)! 

E poi … quella crosticina favolosa … 

Non me ne vogliate, ma ultimamente sto rispolverando un po’ della tradizione di famiglia … ❤️

Oggi è la volta de “LA PIZZA DOGGE” (dolce) teramana (come la faceva la mia nonna paterna Carlotta). Qui a Teramo (ma diciamo in Abruzzo con le sue innumerevoli varianti), rappresenta la torta delle feste per eccellenza.

E’ la torta nuziale di un tempo, quella che suggellava l’unione tra gli sposi. 

Ricordo che a noi bambini non piaceva molto, perché intrisa di liquore e poi c’era il caffè: assolutamente proibito!!! 

Da adulta l’ho iniziata ad apprezzare e, ogni tanto, mettendo in pratica ricordi e “dritte” di famiglia, mi diverto a realizzarla, seguendo il mio gusto e l’amore per i fiori e per i colori. 

E’ composta da strati di Pan di spagna bagnati con l’alchermes, il caffè e il rum e farciti con crema gialla e crema al cacao (o con cioccolato fondente). 

Tutta la superficie è poi ricoperta da panna montata (qualcuno utilizza albumi a neve con zucchero a velo) e decorata con corallini di zucchero, ciliegine candite … ma si può dare libero sfogo alla fantasia … Io ho utilizzato panna e fiori freschi (seguendo la tradizione di famiglia e, naturalmente, della mia nonna Carlotta) …

Ingredienti:

  • Per il Pan di Spagna: 5 uova fresche
  • 4 cucchiai di zucchero
  • 5 cucchiai di farina
  • buccia grattugiata di 1/2 limone
  • 1 bustina di lievito per Pan di Spagna
  • Per la crema: 4 tuorli d’uovo
  • 4 cucchiai di zucchero
  • 4 cucchiai rasi di farina
  • 4 bicchieri di latte (da circa 200 ml)
  • 1 stecca di cannella
  • 30 gr di cioccolato fondente o di cacao amaro
  • Per la bagna del Pan di Spagna: alchermes q.b diluito in poca acqua
  • caffè q.b. diluito in poca acqua
  • rum q.b.  diluito in poca acqua
  • Per decorare: 250 gr di panna da montare
  • confettini colorati o ciliegine candite e fiori commestibili bio

Preparazione:

Rompere le uova e sbatterle in una terrina con lo zucchero, unire la farina setacciandola sopra il composto, aromatizzare con la scorza di limone. 

Versare il composto in una teglia imburrata e infarinata e fare cuocere a 180° per 30/40 minuti. La cottura sarà ultimata quando il Pan di Spagna presenterà una delicata doratura.

P.S. E’ consigliabile preparare il Pan di Spagna il giorno prima (per preparare questa torta, ho fatto un unico strato basso e, poi, l’ho tagliato in tre dischi tondi con un coppapasta).

Preparare la crema. In una terrina, mescolare lo zucchero con i tuorli dell’uovo. Aggiungere la farina e stemperare con il latte evitando di creare grumi. Versare in una pentola, aggiungere la stecca di cannella e fare cuocere a fiamma medio bassa, continuando a girare, fino a quando la crema si sarà addensata. Eliminare la stecca di cannella e dividere la crema in due scodelle, in una, aggiungere il cioccolato spezzettato, mescolando fino a quando si sarà sciolto completamente (si può  sostituire con il cacao amaro).

Tagliare orizzontalmente il Pan di Spagna per ottenere 3 dischi di uguale spessore. Sistemare il primo disco di Pan di Spagna su un piatto da portata, bagnarlo con un po’ di caffè diluito in poca acqua. Spalmare sopra uno strato uniforme di crema al cioccolato. Sovrapporre un altro disco di pan di Spagna, bagnarlo con l’alchermes diluito. Fare uno strato di crema, proseguire con il terzo disco imbevuto di composto al rum.

Mettere in frigo a raffreddare. Nel frattempo montare la panna, e ricoprire la torta, decorandola a piacere. 

Continuiamo a parlare di tradizione, di Teramo, di piatti che non si dimenticano mai e dei luoghi incantati della città.

E’ domenica e voglio fare un salto nel passato, quando da piccolissima mia madre mi portava alla Villa Comunale a fare due passi e a guardare i cigni e le paperelle. Non credo esista a Teramo un  bambino che non sia mai stato con i genitori o con i nonni alla Villa Comunale. 

Qualcuno l’ha definita “un’oasi di pace” … ed è proprio così … ci si perde nel verde dei giardini e si torna indietro nel tempo. 

Nel 1841 nell’area della Villa, sorgeva  l’orto botanico voluto da Ignazio Rozzi, medico e naturalista, animatore della “ Società Economica” della stessa città. Ma, appena dopo la sua morte, nel 1884, l’orto botanico divenne Villa Comunale.

Al centro della Villa un laghetto con papere, cigni, tartarughe … e lungo i viali troviamo diversi cippi funebri dedicati a illustri personaggi teramani.

Nel giardino, nato tra il 1868 e il 1888, troviamo il Museo Civico di Teramo (o Pinacoteca Comunale), che raccoglie, nelle sue 15 sale, molteplici opere, una volta, sede del Tribunale della città. Qui anche  l’affresco del pittore Gennaro della Monica, “Bruto e i figli” (1886), chiamato per dipingere il salone della Corte d’Assise del Tribunale. 

La Villa Comunale oggi (2021) e la sfogliatella

Ma quale piatto teramano oggi?!

Un po’ fuori stagione … ma sono sempre buonissime, le SFOGLIATELLE alla TERAMANA con marmellata d’uva.

Questa è la ricetta della mia zia paterna … 

Io non sono molto brava e, quando e se decido di prepararle, utilizzo i rotoli di pasta sfoglia già pronti. E poi, dentro, metto solo marmellata d’uva (la sfogliatella mi piace così).

In questi ultimi due anni mi sono piacevolmente  “riscoperta” …

Riesco a cogliere le infinite bellezze del nostro territorio coniugandole alla mia passione per la cucina e per la sua meravigliosa tradizione. 

Camminando lungo il parco fluviale del Vezzola, qui a Teramo, troviamo la Fonte della Noce, un sito medioevale, di grande importanza per la città, perchè, per molti secoli, ha rappresentato il rifornimento idrico di tutta la sua zona nord.

Si legge in una lapide affissa sul sito …

“La regina venne alla fontana e postisi a mensa sola con la figliola, nell’altra il signor Don Alfonso … si trattennero sino al far della notte“… (Muzio Muzij)

Alla Fonte della Noce fece sosta un paio di giorni la regina Giovanna d’Aragona, arrivata a Teramo per prendere possesso della città nel luglio del 1514.

Lapide affissa nelle adiacenze della Fonte della Noce a Teramo

“Per tutta la durata della cena la Regina non fece altro che compiacersi di tanta benevola accoglienza dei teramani e pregò Nochicchia e il Cancelliere di ringraziare a suo nome tutti i cittadini di Teramo, assicurando che non avrebbe mai dimenticato quelle due serate così piacevolmente trascorse nella loro città” (fonte: IL FUOCO DEI SALAMITA, di Elso S. Serpentini).