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L’altro giorno all’Istituto Alberghiero Di Poppa-Rozzi di Teramo la Tavola è stata capace di raccontare molto più di un semplice menu. E’ stata un punto d’incontro tra due mondi gastronomici: l’Abruzzo e l’Ecuador, le tradizioni, i prodotti ed il desiderio di conoscersi attraverso la cucina.

Un’esperienza che ho avuto il piacere di vivere da vicino e che voglio raccontarvi.

Al Di Poppa-Rozzi un pranzo ha concluso la prima fase del progetto internazionale tra la Escuela de los Chefs di Guayaquil e l’Istituto teramano. Tradizioni, formazione e nuove relazioni si sono incontrate in cucina, tra piatti italiani ed ecuadoriani e i vini abruzzesi di Tenuta Morganti.

È questa l’immagine che meglio racconta la giornata del 7 ottobre al Polo Alberghiero dell’Istituto di Istruzione Superiore “Di Poppa-Rozzi” di Teramo, dove un pranzo ha rappresentato un momento particolarmente significativo di “Gusto senza Confini – Italia ed Ecuador: un ponte di sapori, culture e relazioni”.

Il progetto, promosso dalla Camera Binazionale Ecuador-Italia (CBEI) con la collaborazione dell’Ambasciata dell’Ecuador in Italia, dell’IIS “Di Poppa-Rozzi” e della Escuela de los Chefs di Guayaquil, ha portato a Teramo una delegazione di professionisti ecuadoriani per un percorso di formazione, di laboratori e di confronto con studenti e docenti dell’Istituto.

Un incontro che nasce sì dalla cucina, ma che in realtà si prefigge di andare molto oltre, per arrivare a raccontare un’unica storia, ma due territori e due culture lontane.


Dal 5 al 16 ottobre il Di Poppa-Rozzi ospiterà cinque docenti di gastronomia e un docente di sala provenienti dalla Escuela de los Chefs di Guayaquil: gli ospiti ecuadoriani hanno portato con sé prodotti caratteristici della propria tradizione: platano, gamberi, tonno, mais, arachidi e spezie, condividendo con gli studenti teramani tecniche e preparazioni.

Dall’altra parte, la delegazione ha l’opportunità di entrare in contatto con la cucina italiana e, in particolare, con quella abruzzese e teramana, con i suoi prodotti, le sue ricette e la sua cultura dell’accoglienza. Non un semplice corso, dunque, e nemmeno una dimostrazione di cucina.

Piuttosto, uno scambio alla pari, nel quale ciascuno porta qualcosa e torna a casa con qualcosa in più.

È proprio questo uno degli elementi che rendono interessante il progetto: la tradizione non viene considerata qualcosa di statico, ma un patrimonio che può essere conosciuto, condiviso e arricchito attraverso il confronto.


«Vorrei che i ragazzi imparassero l’apertura mentale»

La dirigente scolastica del Di Poppa-Rozzi, Caterina Provvisiero, ha indicato con chiarezza quale sarà il risultato più importante che la scuola vorrebbe lasciare agli studenti al termine di questa esperienza.

«Oltre alle tecniche di cucina o ai segreti di una ricetta ecuadoriana, l’obiettivo più grande è che i nostri ragazzi imparino l’apertura mentale e la curiosità verso la diversità».

Una frase che racchiude il significato più profondo di un’esperienza internazionale vissuta all’interno di una scuola professionale.

«Desidero che portino a casa la consapevolezza che il cibo è cultura, identità e rispetto», ha spiegato la dirigente.

Lavorare fianco a fianco con professionisti provenienti dall’altra parte del mondo significa infatti imparare non soltanto nuove tecniche, ma anche sviluppare capacità relazionali, comunicative e interculturali. E significa comprendere che il mestiere della ristorazione può avere una dimensione internazionale.

«Vorrei che da questa esperienza nascesse in loro il desiderio di esplorare, di viaggiare e di guardare al futuro con un’ampiezza di vedute senza confini».

Un messaggio che va oltre la cucina e che riguarda il modo stesso di intendere la formazione.


Dal Platano al Timballo, la cucina come incontro

Il menu proposto per il pranzo del 7 ottobre ha raccontato bene questo dialogo.

Si parte da alcune preparazioni della tradizione italiana e abruzzese: bignè salato con ricotta, caprino e pomodorini, paninetto al latte con peperoni e uova, formaggio con panko e glassa di aceto balsamico, pallotta cacio e ova e strudel di verdure e salsiccia.

Un percorso che conduce poi verso uno dei piatti più rappresentativi della cucina teramana, il timballo, qui proposto in una versione rivisitata.

Il timballo Teramano rivisitato

Ed è proprio in questo passaggio che il concetto di contaminazione diventa concreto: la tradizione locale non viene messa da parte, ma diventa il punto di partenza per aprire il racconto verso un’altra cultura gastronomica.


Poi, nella seconda parte del menu, arrivano i sapori dell’Ecuador.

Il menu propone le Corviche con tonno, crocchette di platano verde e arachidi servite con tonno stufato all’ecuadoriana.

Un piatto nel quale l’identità ecuadoriana emerge immediatamente attraverso il platano, ingrediente che più racconta l’identità gastronomica dell’Ecuador. Non una semplice banana da consumare come frutta, ma un vero alimento di base, soprattutto nelle regioni della Costa e dell’Amazzonia, presente nella cucina quotidiana e in una grande varietà di preparazioni.

Corviche con Tonno

A deguire il Sango di choco con gamberi e cocólon, una preparazione composta da crema di mais tenero accompagnata da gamberi salati e riso croccante ecuadoriano.

Sango di choco con gamberi e cocólon

E ancora il Manisado di maiale, stufato di maiale a base di arachidi accompagnato da platani maturi dolci.

Manisado di maiale

Tre piatti che raccontano un Ecuador gastronomico fatto di ingredienti che per la cucina italiana possono apparire lontani, ma che diventano immediatamente comprensibili quando arrivano a tavola.

È questo, forse, il bello della cucina: trasformare ciò che è diverso in qualcosa che possiamo avvicinare, assaggiare e comprendere.


Un pranzo che ha raccontato due territori

Il menu, quindi, non è stato semplicemente una successione di portate., ma quasi un percorso geografico.

Da una parte ricotta, caprino, peperoni, uova, cacio, salsiccia e timballo, dall’altra platano, arachidi, mais, gamberi e tonno: ingredienti diversi, tecniche differenti, storie lontane, ma tutti riuniti nello stesso pranzo.

A chiudere il percorso, la torta alle creme, protagonista anche del momento celebrativo con la grande torta sulla quale campeggiava una frase che sembra racchiudere l’intero significato della giornata:

“Due terre, un solo cuore”


Nel calice, tutto il sapore dell’Abruzzo

A fare da compagno al percorso gastronomico sono stati i vini di Tenuta Morganti, con il Trebbiano d’Abruzzo e il Cerasuolo d’Abruzzo “Boccadirosa”: due espressioni del territorio che hanno accompagnato il pranzo mettendo nel calice un altro elemento fondamentale dell’identità abruzzese.

Il Trebbiano d’Abruzzo ha accompagnato le preparazioni con la sua freschezza e versatilità, mentre il Cerasuolo d’Abruzzo, con il suo carattere fruttato e la sua piacevole immediatezza, ha portato a tavola uno dei vini più riconoscibili della regione.

Anche il vino, dunque, ha avuto un ruolo nel racconto.

Perché se l’Ecuador è arrivato a Teramo con la propria biodiversità e con i suoi ingredienti, l’Abruzzo ha risposto attraverso il proprio patrimonio agroalimentare, fatto di prodotti, di tradizioni e di viticoltura.


«È uno scambio alla pari»

Il senso di questo incontro è racchiuso ancora una volta nelle parole della dirigente Caterina Provvisiero.

«L’incontro con l’Ecuador offre ai nostri studenti un bagno di realtà straordinario sulla biodiversità e sulla ricchezza di materie prime e tradizioni millenarie che spesso non conosciamo da vicino. Insegna loro l’umiltà dell’ascolto e la capacità di lasciarsi contaminare da sapori, colori e approcci differenti, riscoprendo quanto possa essere creativo l’incontro tra mondi lontani».

Ma lo scambio non procede in una sola direzione.

«L’Italia e in particolare l’Abruzzo offre alla delegazione ecuadoriana il nostro modello di eccellenza e la cultura dell’accoglienza: un patrimonio basato sulla valorizzazione rigorosa della filiera agroalimentare, sul legame viscerale con la nostra terra e su una formazione professionale d’alto livello che unisce la tradizione all’innovazione».

Fino alla frase che più di tutte sintetizza il progetto:

«È uno scambio alla pari: noi portiamo la maestria e la cura del nostro Made in Italy, loro ci arricchiscono con la loro straordinaria identità e passione».


Ma la giornata del 7 ottobre ha avuto anche un significato istituzionale importante: alla presenza dell’Ambasciatore dell’Ecuador in Italia, S.E. Esteban Moscoso Bohman, è stata presentata e sottoscritta una lettera di intenti con l’obiettivo di creare le basi per una futura collaborazione tra Comuni, istituzioni, aziende, scuole e realtà produttive.

L’obiettivo è guardare già al prossimo passo: una possibile delegazione italiana in Ecuador, per portare dall’altra parte dell’oceano non soltanto prodotti, ma competenze, professionalità, tradizioni e conoscenza del territorio abruzzese.

La formazione diventa così il punto di partenza per costruire relazioni più ampie.

«Oggi compiamo un passo fondamentale: la sottoscrizione di una lettera di intenti, che ha un valore simbolico ma fortemente prospettico», ha sottolineato la Provvisiero.

«L’obiettivo è quello di gettare le basi per la costituzione di una futura delegazione italiana che possa recarsi in Ecuador. Vogliamo che ciascun attore del nostro territorio – ognuno per la propria peculiarità – possa trovare in questa sinergia un’occasione concreta».


«Ciò che nasce qui non resta in una ricetta»

Anche l’Ambasciatore dell’Ecuador in Italia ha voluto sottolineare il valore umano di questo percorso:

«Ciò che nasce qui non resta in una ricetta, ma nelle amicizie, nelle esperienze condivise e nella curiosità verso un altro Paese».

È una frase che accompagna perfettamente il senso della giornata.

Una ricetta può essere insegnata.
Un ingrediente può essere scoperto.
Una tecnica può essere condivisa.

Ma ciò che rimane davvero è la relazione che nasce intorno a quella ricetta.

Un momento dell’incontro del 7 ottobre al Polo Alberghiero “Di Poppa-Rozzi” di Teramo

Un calice di Apollo Cerasuolo d’Abruzzo 2024 di Ausonia accompagna la pizza con costine, aglio e menta da Acqua&Farina. Un incontro tra territori, materie prime e culture gastronomiche che porta un pezzo d’Abruzzo nel percorso di ricerca del pizzaiolo salernitano Rosario Giannattasio.

A Vicenza, l’Abruzzo arriva al tavolo nel calice di Apollo Cerasuolo d’Abruzzo 2024 di Ausonia, prodotto sulle colline teramane e scelto dall’Head Sommelier Loris Spagnolo per accompagnare una delle proposte del percorso degustazione di Acqua&Farina, la pizzeria di Rosario Giannattasio. Un abbinamento che mette in dialogo una pizza di ricerca con un vino espressione del territorio abruzzese.

Rosario Giannattasio

Un incontro apparentemente lontano, quello tra il Veneto, le radici campane del pizzaiolo e il territorio abruzzese. Eppure, proprio la pizza diventa il punto di incontro tra culture gastronomiche diverse, attraverso una cucina che guarda alla tradizione ma senza rinunciare alla ricerca.

A Vicenza, Giannattasio, originario del Salernitano, ha costruito negli anni un progetto nel quale la pizza napoletana diventa materia di studio, di sperimentazione e di racconto. Acqua&Farina nasce nel 2014 e nel marzo 2025 si trasferisce nella sede di viale Francesco Crispi, in uno spazio più ampio nel quale alla pizza si affianca una significativa ricerca sul vino. La carta conta oggi oltre 350 etichette e comprende bollicine, bianchi, rossi, vini naturali e diverse espressioni territoriali.

Il nome stesso del locale racchiude la filosofia di Giannattasio.

Acqua e farina sono due elementi semplici, alla base della pizza. Ma proprio dalla semplicità si possono fare grandi cose

È una semplicità che non significa banalità. Al contrario, rappresenta il punto di partenza di un lavoro fatto di impasti, maturazioni, cotture e materie prime. La tradizione napoletana rimane il riferimento, ma viene interpretata attraverso un percorso personale che porta la pizza verso una dimensione sempre più gastronomica.

L’impasto diventa così il primo elemento del racconto, mentre gli ingredienti vengono trattati non semplicemente come un condimento, ma come componenti capaci di modificare consistenze, profumi, temperature e percezioni.

È una filosofia che trova spazio anche nei percorsi degustazione, pensati per proporre la pizza in una sequenza di assaggi nei quali cambiano ingredienti, consistenze e abbinamenti.

È proprio all’interno di questo percorso che arriva l’Abruzzo.

Tra le pizze proposte, quella con costine, aglio e menta incontra l’Apollo Cerasuolo d’Abruzzo 2024 di Ausonia, un vino ottenuto da Montepulciano d’Abruzzo, da agricoltura biologica e biodinamica. L’azienda lo descrive come un Cerasuolo dai profumi floreali e dalle note di frutti rossi e ciliegia, fresco e di media struttura, indicandolo anche per pizza e carni bianche. 

Pizza costine, aglio e menta

Qui, però, l’abbinamento assume una lettura particolarmente interessante. La pizza porta nel piatto la succulenza e la componente grassa della costina, accompagnate dalla marcata aromaticità dell’aglio. La menta introduce invece una nota balsamica e fresca, capace di alleggerire la percezione della carne e di rendere il boccone più dinamico.

Il Cerasuolo entra in questo equilibrio senza sovrapporsi. La sua freschezza sostiene quella della menta, mentre la componente fruttata accompagna la carne e contribuisce a ripulire il palato.

Pizza costine, aglio e menta e Cerasuolo Ausonia Nocelle di Atri (TE)

Il risultato? Un abbinamento costruito non soltanto sulla concordanza, ma anche sul contrasto e sull’equilibrio: la struttura della costina, la persistenza dell’aglio, la freschezza della menta e il carattere del Cerasuolo procedono insieme, in una sequenza che rende il boccone progressivamente diverso.

Il vino abruzzese, così, non è un semplice accompagnamento, ma è parte del racconto gastronomico.

La presenza dell’Apollo in questo percorso racconta anche la capacità del Cerasuolo d’Abruzzo di uscire dai confini regionali e di confrontarsi con una cucina contemporanea e trasversale. Il vino simbolo della tradizione rosata abruzzese nasce dal Montepulciano, ma nella versione Cerasuolo assume una fisionomia diversa da quella del rosso più strutturato: colore, freschezza, frutto e versatilità ne fanno un vino particolarmente adatto alla tavola.

E la pizza, proprio per la sua struttura composita, rappresenta un terreno interessante per sperimentarne le possibilità.

La proposta di Acqua&Farina parte dalla pizza napoletana, ma guarda alla gastronomia nel suo complesso. Margherita, porcini, tartare e maionese ai porcini, costine, aglio e menta, fino ad altre preparazioni più elaborate, diventano tappe di un percorso nel quale la materia prima viene osservata e reinterpretata.

La stessa attenzione riservata al cibo si ritrova anche nella carta dei vini, curata in sala dai sommelier e costruita per accompagnare le diverse espressioni della pizza. Il vino non arriva semplicemente accanto alla pizza, ma entra nel ragionamento che precede l’assaggio.

Acqua&Farina racconta, in fondo, una storia fatta di contaminazioni; identità diverse che non vengono messe in competizione, ma vengono fatte dialogare. E così, a Vicenza, tra acqua, farina, impasti e ricerca, può capitare di incontrare un sorso d’Abruzzo.

Quello di un Cerasuolo che accompagna una costina con aglio e menta e dimostra, ancora una volta, come la cucina sappia creare ponti là dove la geografia traccia distanze.

Le mie cene non nascono quasi mai da un menu … ma nascono da un’idea.

A volte da un’immagine che mi colpisce, da un colore, da un ogetto trovato per caso, da un ricordo legato a un viaggio o alla mia famiglia. Ma, altre volte, una cena nasce da un’intuizione arrivata all’improvviso, che comincia a prendere forma nella mia testa molto prima che io sappia cosa cucinerò e cosa porterò a tavola.

E’ così che è nata anche “Bianco e Perle”.

Prima sono arrivate le due parole. Bianco e Perle. Poi l’immagine della tavola.

Le porcellane, i bicchieri, i fiori, le candele, la luce morbida e soffusa della sera. Le piccole perle a fare da filo conduttore, con quella loro eleganza un pò rètro che mi piace tanto.

E soltanto dopo è arrivato il menu.

Perchè, nelle mie cene, spesso è proprio la tavola a suggerirmi cosa cucinare.

Comincio ad immaginare i colori, le consistenze, i contrasti. Penso a qualcosa che sia in sintonia con l’atmosfera che voglio creare. E poco alla volta l’idea iniziale si trasforma in piatti, profumi e sapori. E’ un modo istintivo di progettare una cena, ma anche molto ragionato. Perchè, a dire il vero, dietro una tavola che sembra semplicemente apparecchiata c’è sempre una storia fatta di dettagli.

E per me, la tavola, non è mai soltanto una tavola. E’ un luogo in cui un’idea prende forma e diventa un momento da condividere.

Bianco e Perle. Questa volta il punto di partenza è stato il Bianco. Un bianco non rigoroso, ma morbido, luminoso, elegante, attraversato da diverse sfumature e materiali. E poi le perle, che hanno dato alla serata quel tocco prezioso e femminile che cercavo.

Da lì ho iniziato a costruire tutto il resto.

Anche il menu doveva seguire quella stessa sensazione: piatti insoliti, delicati, eleganti ma non troppo complicati, capaci di alternare cremosità e croccantezza, dolcezza e acidità, terra e mare.

Così la tavola ha suggerito il menu e, a sua volta, il menu ha completato la tavola.

Una cena che prende forma.

E comunque, c’è una parte delle mie cene che amo particolarmente ed è proprio questa: il momento in cui l’idea iniziale è ancora indefinita e comincia lentamente a trasformarsi in qualcosa di concreto. Scelgo i piatti, penso alla mise in place, provo una ricetta (solo a volte, però), cambio un ingrediente, immagino anche come servire una portata.

Qualche volta penso al cadeau per ogni ospite. Un qualcosa di insolito, di nuovo, di inaspettato, che possa completare la cena, offrendo spunti per foto, immagini e che comunque diventi uno dei segni riconoscibili di quella serata…ma, soprattutto un ricordo di quella singola cena A Casa di Carla.

Poi arriva il giorno della cena.

La casa si prepara, le luci si abbassano, si accende il mio albero d’arredamento, la tavola è pronta!

Screenshot

Ah si … le candele: quelle le accendo all’ultimo momento: qualcuna all’ingresso, sulla madia, qualcuna in punti d’appoggio del salone e poi quelle in tavola, in modo tale che durino per tutta la serata e possano così regalare quell’atmosfera soffusa che mi piace tanto per qualche ora.

Ora l’idea non è più soltanto mia … si è trasformata in una serata da vivere insieme.

Gli ospiti devono ancora arrivare e, per qualche minuto, posso guardare la tavola e pensare che quella sera diventerà teatro di una nuova storia.

Il menu di Bianco e Perle

Ho immaginato il menu come un percorso leggero e armonioso. Si comincia con un chupito di ajo blanco, fresco e vellutato, accompagnato da un piccolo crostino di pane a forma di fiore con robiola, uva bianca e mandorle.

Poi il menu prosegue con il cavolfiore e fonduta di Grana, il crostino con la pesca, il risottino alla burrata e limone e i gamberi con crema di cannellini.

Per il dessert ho scelto una mousse delicata allo yogurt e cioccolato bianco, e poi una panna cotta profumata al cardamomo e accompagnata dal gusto intenso del caffè e cioccolato fondente.

Un menu senza la necessità di stupire a tutti i costi.

Piuttosto, la voglia di portare a tavola qualcosa di curato, equilibrato e soprattutto fatto con le proprie mani. Due ricette le voglio lasciare qui, perchè di ogni cena mi piace conservare qualcosa. Non soltanto le fotografie, oppure le dediche delle ospiti sul mio diario, ma anche una ricetta, un’idea, un dettaglio che possa continuare a vivere oltre quella sera.

Gamberi al vapore su crema di cannellini

Per Bianco e Perle ho scelto due preparazioni molto diverse tra loro, ma entrambe rappresentative dello spirito della cena.

Il chupito di Ajo Blanco con fiore di crostino d’uva bianca con robiola e mandorle

Chupito di Ajo Blanco con crostino d’uva, robiola e mandorle

Per la vellutata:

  • 100 g di mandorle pelate
  • 80 g di pane bianco raffermo senza crosta
  • 1 piccolo spicchio d’aglio (o aglio in polvere)
  • mezzo cetriolo
  • 250 ml circa di acqua fredda
  • 50 ml di olio extravergine di oliva
  • 1 cucchiaio di aceto di mele
  • sale
  • pepe, se gradito

Per i crostini:

  • 6 piccole fette di pane morbido
  • 80 g circa di robiola
  • 6-8 acini di uva bianca
  • 1 cucchiaio di mandorle tritate
  • olio extravergine di oliva qb
  • un taglia biscotti a forma di fiore

Procedimento:

Mettere il pane a bagno nell’acqua fredda per qualche minuto.

Nel bicchiere del frullatore riunire le mandorle pelate, il pane strizzato, l’aglio, il mezzo cetriolo, l’aceto e una parte dell’acqua. Frullare fino a ottenere una crema liscia.

Aggiungere lentamente l’olio extravergine di oliva continuando a frullare, fino ad ottenere una consistenza vellutata. Regolare di sale e, se necessario, aggiungere altra acqua.

Lasciare riposare l’ajo blanco in frigorifero per almeno un’ora (deve essere ben freddo).

Nel frattempo ricavare dal pane dei piccoli fiori con uno stampino e tostarli in forno (se si vuole) fino a renderli croccanti.

Spalmare la robiola sui fiori di pane, aggiungere un piccolo pezzetto di uva bianca senza semi e completare con le mandorle spezzettate.

Servire l’ajo blanco ben freddo in piccoli bicchieri o ciotoline, accompagnandolo con il crostino.

Il dettaglio in più: qualche goccia di olio extravergine di oliva e un paio di acini d’uca senza semi e tagliati a metà sulla superficie della vellutata.

Panna cotta al Cardamomo e Caffè

Panna cotta al Cardamomo e Caffè

Per la panna cotta

  • 500 ml di panna fresca
  • 70 g di zucchero
  • 4 bacche di cardamomo
  • 6 g di gelatina in fogli
  • 1 cucchiaino di estratto di vaniglia

Per la salsa al caffè e cioccolato

  • 100 ml di caffè espresso
  • 80 g di cioccolato fondente
  • 30 ml di panna fresca
  • 1 cucchiaino di zucchero, se desiderato

Preparazione

Mettere la gelatina in ammollo in acqua fredda per circa 10 minuti.

Aprire leggermente le bacche di cardamomo e schiacciarle appena (io le ho tenute in infusione in poco latte per tutta la notte), quindi versare la panna in un pentolino insieme allo zucchero, al cardamomo e alla vaniglia.

Scaldare lentamente senza portare a ebollizione. Spegnere il fuoco e lasciare in infusione per circa 10-15 minuti, in modo che il cardamomo possa sprigionare tutto il suo profumo.

Filtrare la panna, eliminando il cardamomo, e aggiungere la gelatina ben strizzata quando il composto è ancora caldo. Mescolare fino a farla sciogliere completamente.

Versare la panna nello stampo in ceramica da crostata, precedentemente inumidito con pochissima acqua, e lasciare raffreddare a temperatura ambiente.

Trasferire quindi in frigorifero e lasciare rassodare per almeno 4-5 ore, preferibilmente per tutta la notte.

La salsa al caffè e cioccolato

Preparare il caffè espresso e versarlo ancora caldo sul cioccolato fondente tritato.

Aggiungere la panna e mescolare fino a ottenere una salsa liscia, lucida e omogenea. Se si desidera una nota più dolce, aggiungere un cucchiaino di zucchero.

Lasciare intiepidire prima di servirla.

Il dettaglio in più: Portare la panna cotta direttamente nello stampo in ceramica, così da conservarne l’aspetto semplice e insieme elegante. La salsa al caffè e cioccolato viene servita a parte, in una piccola ciotola o salsiera, lasciando agli ospiti la possibilità di versarla sulla propria porzione.

Ma torniamo alla cena … quando, secondo me, arriva la parte più bella…

Quando tutto è pronto, il menu diventa quasi secondario.

Perché arriva il momento in cui ci si siede.

Le candele aiutano l’atmosfera, si versa il vino, il brindisi, la foto, qualche piccola ripresa, qualcuno racconta qualcosa, qualcun altro ride.

E la tavola, quella che fino a poco prima era soltanto un insieme di piatti, bicchieri, fiori e decorazioni, comincia finalmente a vivere.

È questo che cerco nelle mie Cene a Casa di Carla.

Non la perfezione.

La cura.

Non una cena da mostrare.

Ma … una cena da ricordare.

L’alta cucina italiana incontra la solidarietà nel cuore dell’Abruzzo. Il prossimo 6 luglio Piazza Martiri della Libertà, a Teramo, ospiterà “I Bambini che contavano le stelle”, la cena di gala benefica che riunirà alcuni tra i più importanti chef italiani per sostenere la ricerca sull’encefalopatia ipossico-ischemica infantile.

A trasformare per una sera il centro storico in un raffinato ristorante a cielo aperto saranno le proposte gastronomiche firmate a più mani da grandi protagonisti della cucina nazionale. Un percorso di dodici portate ispirate ai sapori e ai ricordi dell’infanzia degli chef, accompagnato da una selezione di vini italiani e internazionali.

Tra i nomi di punta spicca quello di Mauro Uliassi, tre stelle Michelin del ristorante Uliassi di Senigallia. Accanto a lui ci saranno Sabatino Lattanzi, chef di Achille nel Girone dei Golosi di Teramo, Luciano Monosilio di Luciano Cucina Italiana di Roma, Gianfranco Pascucci del ristorante Pascucci al Porticciolo di Fiumicino, Franco Pepe di Pepe in Grani, Christian Torsiello dell’Osteria Arbustico di Paestum, Mattia Trabetti del ristorante Alto di Fiorano Modenese, oltre ad Andrea Bertini, Marco Cozzi, Ada D’Amato, Antonio Di Feo, Stefania Di Pasquo, Alessandra Di Paolo, Sandro Ferretti e Gianluca Ricci.

«La cucina ha il potere straordinario di unire le persone e, quando questo potere viene messo al servizio della ricerca medica, l’eccellenza diventa speranza», spiegano gli organizzatori Achille Valle e Sabatino Lattanzi. «Siamo orgogliosi della risposta entusiasta degli chef che hanno scelto di sposare questa causa, mettendo la loro arte al servizio di un obiettivo così importante».

Per Lattanzi, la partecipazione alla serata rappresenta anche un’occasione per raccontare il territorio. «L’Abruzzo possiede materie prime straordinarie e una cultura gastronomica autentica che merita di essere valorizzata. Nel mio piatto ci sarà certamente un richiamo ai sapori della nostra terra, interpretati con rispetto ma anche con uno sguardo contemporaneo, perché la tradizione deve continuare a vivere ed evolversi».

L’intero ricavato dell’iniziativa sarà devoluto all’Associazione Eu-Brain, fondata dal professor Luca Ramenghi, responsabile dell’Unità operativa di Patologia neonatale dell’Istituto Giannina Gaslini di Genova. I fondi contribuiranno alla ricerca sull’encefalopatia ipossico-ischemica infantile, una grave sofferenza cerebrale del neonato causata dalla mancanza di ossigeno durante il parto e sulla quale si stanno concentrando studi finalizzati allo sviluppo di nuove terapie.

Dietro l’iniziativa c’è l’impegno di Achille Valle, imprenditore della ristorazione teramana, che insieme a Lattanzi ha voluto dare vita a un progetto capace di trasformare la passione per la cucina in un gesto concreto di solidarietà.

La serata prenderà il via alle 19.30 con un aperitivo di benvenuto e sarà scandita da diversi momenti di incontro e spettacolo. In programma il talk con gli chef moderato dall’autore enogastronomico Andrea D’Aloia, l’intervento di Massimo Corvo, tra i più celebri doppiatori italiani e voce ufficiale, tra gli altri, di Sylvester Stallone, Vin Diesel e Laurence Fishburne, e il concerto in versione intima di Filippo Graziani, legato alla città di Teramo da un rapporto speciale ereditato dal padre Ivan.

L’evento, patrocinato dal Comune di Teramo e realizzato grazie alla collaborazione di numerosi partner del territorio, sarà accessibile esclusivamente su prenotazione fino all’esaurimento dei 250 posti disponibili.

Una serata che promette di andare oltre l’esperienza gastronomica, trasformando il talento e la creatività di alcuni dei migliori chef italiani in un messaggio concreto di solidarietà e speranza per tante famiglie.

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Da sinistra: Achille Valle e Sabatino Lattanzi, gli organizzatori

Una terrazza, il tramonto che colora i calici e quei piatti semplici che sanno subito d’estate🍷
Ieri sera una cena per due, aria tiepida, chiacchiere lente e uno stuzzico fresco e saporito preparato in pochi minuti, dopo una lunga giornata a lavoro, ma capace di trasformare l’aperitivo in un piccolo e piacevole rito.

Base di cetriolo croccante, feta greca cremosa, pomodorini confit cotti in friggitrice ad aria e olive taggiasche. E ancora … olio evo, sesamo, origano, basilico secco e un pizzico di magia estiva.

Il calice? Da Abruzzese, un buon Montepulciano d’Abruzzo, perfetto per brindare alle sere leggere e alle cene all’aperto, come piace a me. Anzi … a Noi!

Bit di feta e cetriolo croccante

  • cetriolo a fette spesse
  • feta greca sbriciolata
  • pomodorini conditi con olio, sale, zucchero, origano e cotti in friggitrice ad aria a 180° per circa 10 minuti
  • olive taggiasche denocciolate
  • olio evo abbondante
  • sesamo e spezie a piacere

Preparazione:

Assemblate tutto, fermate con uno stecchino e servite freddo con abbondante olio evo🍅🍷

Ci sono ricette che sorprendono per la loro semplicità e per l’equilibrio di sapori inaspettati. Questo filetto di maiale al caffè e miele nasce proprio dall’incontro tra due note opposte: l’intensità leggermente amara del caffè e la dolcezza avvolgente del miele. Il risultato è un piatto profumato e armonioso, in cui la carne rimane morbida e saporita, arricchita dal rosmarino e da un sughetto ricco e aromatico.

“L’incontro tra l’intensità del caffè e la dolcezza del miele trasforma un semplice filetto in un equilibrio sorprendente di sapori.”

È una ricetta veloce ma elegante, perfetta per portare in tavola qualcosa di diverso senza complicarsi la cucina. Servito con funghi appena scottati nel fondo di cottura, questo filetto diventa un secondo piatto completo, rustico ma raffinato, ideale per una cena speciale o per sorprendere gli ospiti con un abbinamento originale.

Ingredienti:

  • 1 filetto di maiale di circa 300 gr tagliato a fettine
  •  1 tazzina di caffè espresso 
  • 1 cucchiaio di miele 
  • Olio EVO
  • sale
  • pepe
  • aglio (2 spicchi incappucciati)
  • Rosmarino fresco 

Procedimento:

Rosola il filetto in padella con olio EVO, rosmarino e aglio. Sfuma con il caffè, aggiungi il miele, il sale e il pepe. Cuoci coperto 15 minuti. Il caffè darà profondità e una nota leggermente amara. Servi accompagnato da funghi a fette appena scottati nel sughetto del filetto. Se vuoi aggiungi prezzemolo fresco.

C’è qualcosa di irresistibile nella semplicità di un piatto rustico: pochi ingredienti, sapori autentici e un risultato che scalda il cuore. 

Le fave e pecorino in crosta di pane sono proprio questo: un incontro tra la dolcezza delle fave, la sapidità intensa del pecorino stagionato (qui quello Abruzzese) e la croccantezza del pane rustico, arricchito dall’aroma del rosmarino.

Perfetto come antipasto, brunch o piatto unico leggero, questo piatto porta in tavola i profumi della campagna italiana, trasformando ingredienti semplici in un piccolo gioiello gastronomico.

Una ricetta ideale per raccontare con foto e parole la bellezza della cucina casalinga, genuina e senza fronzoli.

Ingredienti (per 2 persone):

  • 200 g di fave fresche o surgelate
  • 80 g di pecorino stagionato a scaglie
  • 1 cipolla piccola
  • 2 cucchiai di olio extravergine d’oliva
  • 1 rametto di rosmarino (meglio se fresco)
  • Sale e pepe q.b.
  • 4 fette di pane rustico (tipo casereccio o integrale)
  • Qualche foglia di menta o prezzemolo fresco per guarnire

Procedimento:

Preparare le fave:

Se usi fave fresche, sbollentale 2-3 minuti e togli la pellicina esterna.

Se surgelate, cuocile secondo le istruzioni.

Soffritto aromatico: In una padella, scalda l’olio e fai dorare la cipolla tritata finemente con il rosmarino.

Aggiungi le fave e cuoci per 5-7 minuti, mescolando spesso. Aggiusta di sale e pepe.

Comporre il piatto: Tosta le fette di pane. Distribuisci le fave sopra, aggiungi scaglie di pecorino e un filo d’olio a crudo.

Guarnisci con menta o prezzemolo fresco. Servi subito, caldo, con un bicchiere di vino bianco secco o rosato leggero per un abbinamento rustico ma elegante.

Ci sono tradizioni gastronomiche che non sono soltanto ricette, ma veri e propri racconti di vita. 

In Abruzzo, una di queste storie si chiama Panarda, un’antica usanza (le prime testimonianze la fanno risalire alla seconda metà del Quattrocento) che trasformava la tavola in un luogo di festa, di abbondanza e di comunità.

La Panarda era molto più di un pranzo importante: era un banchetto rituale, un susseguirsi di portate (dalle 20 alle 50) che poteva durare due o tre giorni consecutivi (ma anche quattro), durante i quali gli ospiti restavano seduti a tavola condividendo cibo, vino e conversazioni.

Questa tradizione nasce nella Marsica, in particolare nel piccolo paese di Villavallelonga, in provincia de L’Aquila, in occasione della Festa di Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio. Il termine Panarda, invece, ha un’etimologia incerta: dal greco Pan (tutto) e dall’arabo Har (Caldo); oppure Pane e Larde (Pane e Lardo), una delle tante portate messe a tavola durante il banchetto.  

“Secondo il racconto popolare e più diffuso, invece, un proprietario terriero locale, si fece inconsapevolmente mietere la sua terra da degli sconosciuti che si rivelarono essere poi dei diavoli. Si dice che il santo li abbia messi in fuga e che la moglie del proprietario terriero, come ringraziamento, avesse distribuito il pranzo a metà del villaggio.

Da quel momento la Panarda divenne simbolo di ospitalità e generosità, un rito capace di raccontare l’anima più autentica della cucina abruzzese.

Durante queste lunghe tavolate le portate arrivavano una dopo l’altra, quasi senza sosta. Antipasti rustici, zuppe contadine, paste fatte in casa, carni arrosto, formaggi stagionati e dolci tradizionali: un viaggio gastronomico che poteva superare le quaranta o cinquanta preparazioni. E a fare la guardia, assicurando al padrone di casa che tutti mangiassero tutto, c’era anche un “guardiano di mensa”.

Tra i piatti più rappresentativi non mancavano mai le fave bollite condite con olio, cipolle e lardo, i maccheroni alla chitarra, preparati con la tradizionale chitarra abruzzese e conditi con un sugo di carne, le pallotte cacio e ova, l’agnello cacio e ova, e naturalmente un vino rosso locale.

Ma più del numero delle portate, ciò che rendeva speciale la Panarda era il suo significato: sedersi a quella tavola significava partecipare ad un momento di condivisione profonda, dove il cibo diventava linguaggio di accoglienza e di amicizia.

E qui il tempo scorreva lento, tra racconti, brindisi e profumi che arrivavano dalla cucina. Ogni piatto raccontava una storia: quella delle campagne abruzzesi, delle mani che lavoravano la pasta, delle famiglie che custodivano ricette tramandate di generazione in generazione.

Oggi la Panarda (per ovvie ragioni) sopravvive soprattutto nella memoria e in alcune rievocazioni gastronomiche (a Lanciano, d’estate ed anche in altri borghi abruzzesi), ma continua a rappresentare una delle immagini più suggestive della cultura culinaria abruzzese.

È il simbolo di una cucina generosa, sincera e profondamente legata al territorio, dove la tavola diventa il cuore della casa e il luogo in cui le persone si incontrano.

E forse proprio questo è il messaggio più attuale di questa antica tradizione: rallentare, sedersi insieme e riscoprire il piacere semplice di condividere il cibo e il tempo. (foto di copertina di Guille B. per Unsplash)

I Piatti della Panarda …

Io l’ho modernizzata un pò e ho preparato per voi alcune ricette!

Le Pallotte Cacio e Ova

Polpette preparate con formaggio e uova, semplici ma incredibilmente saporite.

  • 200 g pecorino grattugiato
  • 100 g Parmigiano Reggiano
  • 3 uova intere
  • 80 g di pangrattato o pane raffermo del giorno prima
  • prezzemolo (un ciuffetto)
  • 500 ml di passata di pomodoro
  • aglio (due spicchi)
  • olio extravergine d’oliva
  • basilico fresco

Procedimento:

Mescolare pecorino, parmigiano, uova, pangrattato e prezzemolo fino a ottenere un impasto compatto. Con le mani formare piccole polpette e friggerle in olio caldo. Preparare una salsa di pomodoro con aglio e olio e lasciare insaporire le pallotte nel sugo per circa dieci minuti prima di servirle, completando con basilico fresco.

Le Pallotte cacio e Ova

Maccheroni alla chitarra con le pallottine

Per le pallottine:

  • Carne macinata (250 gr)
  • 1 uovo intero
  • 2 cucchiai di parmigiano 
  • Noce moscata 
  • Sale
  • Pepe
  • Prezzemolo 

Per gli spaghetti:

  • 300 gr di farina (mista macinata a pietra)
  • 3 uova medie
  • 2 cucchiaio di olio evo
  • 20 ml di acqua

Per il sugo con le pallottine:

  • Olio per friggere (le pallottine)
  • Cipolla 🧅 
  • 1 bottiglia di pomodoro
  • Basilico 
  • Olio evo
  • Sale  
  • Parmigiano grattugiato o pecorino abruzzese (da spolverare sullo spaghetto)

Procedimento:

Preparare le pallottine, mettendo insieme tutti gli ingredienti e impastando con le mani fino ad ottenere un impasto liscio e omogeneo (come per le polpette). Formare tante piccole polpettine e adagiarle su un piano con carta da forno.

Friggere in olio di semi le polpettine e scolarle su carta assorbente.

Preparare il sughetto di pomodoro. Aggiungere in una padella capiente olio evo, cipolla, pallottine fritte, pomodoro passato, sale e basilico fresco. Tenere sul fuoco 15/20 minuti circa.

Preparare l’impasto per gli spaghetti, aggiungendo in un robot da cucina tutti gli ingredienti fino a formare una palla liscia e compatta. Procediamo con il creare le sfoglie di pasta e poi con gli spaghetti. Cospargere di farina.

Mettere l’acqua sul fuoco, il sale e, al bollire, buttare giù gli spaghetti, mescolando di tanto in tanto affinché non si attacchino tra loro. Scolare e versare la pasta nel sugo, mescolando. Cospargere di parmigiano grattugiato. Servire.

L’Agnello Cacio e Ova

Ingredienti per 6 persone:

  • Bocconcini di carne di agnello (generalmente il cosciotto) 1 Kg e 1/2
  • • Uova 4
  • • Succo di 2 limoni grandi 
  • • Pecorino abruzzese grattugiato 3 cucchiai
  • • Sale q.b.
  • • Pepe q.b. 
  • • Aglio 2 spicchi
  • • Rosmarino 1 rametto
  • • Timo 1 rametto
  • • Alloro 3 foglie
  • • Olio extravergine di oliva 3/4 cucchiai

Procedimento:

Prendere i bocconcini di agnello e trasferirli in una padella capiente assieme all’olio EVO, l’aglio in camicia, il rosmarino, il timo e le foglie di alloro, facendoli rosolare bene. Aggiungere il succo di limone, e lasciarlo evaporare; aggiustare di sale e pepe e continuare la cottura a fuoco lento per 25/30 minuti o comunque fino a quando lo spezzatino non risulterà cotto e morbido. Nel frattempo, in una ciotola sbattere le uova con il pecorino abruzzese grattugiato. Eliminare l’aglio, il rosmarino, il timo e l’alloro dalla carne e versare la cremina sulla carne, mescolando velocemente fino a rendere l’agnello “cacio e ova” cremoso.

L’Agnello cacio e ova

Il Parrozzo

Ingredienti:

  • 6 rossi d’uovo + 6 albumi montati a neve
  • 150 gr di mandorle tostate
  • 150 gr di semolino
  • 3 cucchiai scarsi di zucchero per ogni uovo
  • 2 cucchiai scarsi di mandorle amare
  • buccia grattugiata di 1 limone e di 1 arancia
  • 1/2 bicchierino di succo di limone e di arancia
  • 150-200 g Cioccolato fondente e burro per la copertura

Procedimento:

Preriscaldare il forno a 160 o 170 gradi e imburrare/infarinare uno stampo a semisfera. Tostare leggermente le mandorle e tritarle finemente fino a ridurle in farina. Separare i tuorli dagli albumi. Lavorare i tuorli con lo zucchero finché il composto non diventa chiaro e spumoso. Aggiungere ai tuorli le mandorle tritate, il semolino, la scorza di limone/arancia grattugiata e il liquore. Montare gli albumi a neve fermissima con un pizzico di sale. Incorporare delicatamente gli albumi al composto di tuorli, mescolando dal basso verso l’alto per non smontarli. Versare nello stampo e cuocere per circa 50-60 minuti (fare la prova stecchino). Lasciar raffreddare il parrozzo, poi toglierlo dallo stampo. Sciogliere a bagnomaria il cioccolato fondente con il burro e versarlo sul dolce posizionato su una gratella. 

Piccoli Parrozzi abruzzesi

Dietro la pagina IG “Pizzelle e Fantasia” c’è la passione e la creatività di Rosalia Petrella, blogger abruzzese che ha trasformato l’amore per la cucina di casa in uno spazio digitale dedicato alle ricette della tradizione.

Nel suo profilo social convivono piatti semplici, dolci tipici e preparazioni tramandate nella famiglia, ma raccontati con uno stile genuino e accessibile.

Rosalia Petrella “@pizzelleefantasia”

Attraverso le sue ricette, Rosalia condivide non soltanto procedimenti e ingredienti, ma anche ricordi, esperienze e piccoli segreti della cucina domestica. Tra le protagoniste non potevano mancare le Pizzelle abruzzesi, dolci tipici dell’Abruzzo conosciuti anche con il nome di “ferratelle” o “neole”: sottili cialde dorate, cotte in un apposito ferro decorato, e preparate con ingredienti semplici come uova, farina, zucchero e olio (oppure burro).

A seconda delle zone, possono essere morbide o croccanti, e vengono spesso aromatizzate con anice, vaniglia o limone.

Simbolo delle feste e della pasticceria abruzzese “di casa”, le pizzelle rappresentano perfettamente il legame tra territorio, memoria e convivialità; e proprio da questa tradizione prende il nome la pagina di Rosalia, che, attraverso le sue ricette, racconta la cucina di casa e la cultura gastronomica della regione a cui apparetiene, l’Abruzzo.

Per conoscere meglio la storia di Rosalia e del progetto “Pizzelle e Fantasia”, le ho rivolto qualche domanda.

Come è nata la pagina Instagram “Pizzelle e Fantasia” e quando hai deciso di condividere online le tue ricette?

“Se oggi esiste una pagina Instagram con questo nome – e presto anche un blog – il merito è soprattutto delle mie sorelle. Sono decisamente più “social” di me e hanno intuito il valore della mia proposta, che potrei definire anticonvenzionale: portare una ventata di modernità intorno a una tradizione antica come quella delle pizzelle.

Per me questo progetto rappresenta anche una svolta personale. Dopo la gioia di diventare madre e la scelta di mettere da parte l’affermazione professionale per dedicarmi completamente a mio figlio, ho sentito il bisogno di ritagliarmi uno spazio tutto mio. Crescere un bambino autistico richiede impegno e dedizione costanti, e “Pizzelle e Fantasia” è diventato per me un luogo di gratificazione e di energia, un piccolo spazio creativo che mi appartiene”.

Quanto hanno influenzato la tua cucina le tradizioni familiari e la cultura gastronomica abruzzese?

“Le tradizioni familiari e la cultura gastronomica abruzzese sono il cuore della mia cucina. In un certo senso ne danno la forma.

Uso il ferro per pizzelle per esprimermi in cucina, e quello che utilizzo è stato realizzato artigianalmente da mio padre. Anche quando mi lascio guidare dalla fantasia e sperimento nuove combinazioni, la pizzella resta sempre il simbolo della mia terra e il legame più autentico con le mie radici abruzzesi“.

Qual è la ricetta che rappresenta di più il tuo blog e la tua storia in cucina?

“La pizzella che ho scelto di condividere in questo spazio, con chi mi legge, (La Pizzella salata al formaggio) rappresenta perfettamente la mia pagina e la mia storia.

La cucina è una delle mie più grandi passioni e mi accompagna sin da bambina, quando ero il “secondo chef” di mia nonna ai fornelli di una famiglia numerosa. Con lei ho trascorso moltissimo tempo e proprio osservandola ho capito che la cucina regionale, anche quando appare semplice, richiede dedizione, pratica e cura.

Oggi, in ogni ricetta che preparo, vivono le mie emozioni più belle. Scelgo con attenzione i ricordi che devono “condirla”, ed è forse questo il motivo per cui le mie preparazioni sorprendono sempre“.

Nella pagina alterni tradizione e creatività: come trovi l’equilibrio tra ricette classiche e nuove idee?

“Un esempio di questo equilibrio è rappresentato dalle mie pizzelle salate. Le definisco “mie” perché sono diverse da quelle tradizionali, solitamente sottili e croccanti, al massimo arricchite con qualche spezia.

Le mie pizzelle salate sono morbide e al formaggio e nascono da un ricordo molto preciso: la città di Perugia, gli anni universitari, la torta al formaggio, il primo sole dopo mesi di nebbia e il viaggio di ritorno verso casa. Sono profumi e sensazioni legati alla Pasqua e ai riti quaresimali che mi riportano alla memoria la mia amata nonna.

Per me la creatività nasce proprio dall’incontro tra memoria e nuove esperienze“.

Che ruolo pensi abbiano oggi i food blogger nel raccontare e preservare le tradizioni culinarie locali?

“Credo che oggi i food blogger possano avere un ruolo molto importante nel raccontare e preservare la cucina tradizionale, soprattutto quelle preparazioni che rischiano di essere dimenticate.

La pizzella è un esempio perfetto: è motivo di grande orgoglio per gli abruzzesi, ma fuori dai confini regionali è ancora poco conosciuta. Mi fa molto piacere vedere lo stupore di chi la scopre per la prima volta o la curiosità di chi si avvicina a questa tradizione grazie alle mie ricette“.

C’è un ricordo legato alla cucina che senti ancora oggi quando prepari una ricetta per il blog?

“Senza dubbio il ricordo più forte è quello di mia nonna. Con lei ho trascorso tantissimo tempo in cucina, osservando, imparando e condividendo momenti semplici ma preziosi.

In quella cucina ho capito che cucinare non significa soltanto preparare un piatto, ma custodire memorie, affetti e tradizioni. Ancora oggi, quando preparo una ricetta per il blog, sento riaffiorare quei profumi e quei gesti che appartengono alla mia infanzia“.

Come immagini il futuro di “Pizzelle e Fantasia”?

“Ho due desideri per il futuro del progetto. Il primo, più immediato, è completare la pubblicazione del blog, attraverso il quale continuare a condividere ricette e racconti legati alla cucina.

Il secondo è un obiettivo più ampio: vorrei contribuire a sfatare l’idea che ferri e pizzelle siano un’attività “da nonne”. Mi piacerebbe che diventassero invece un’arte e un piacere per tutti, donne e uomini appassionati di cucina, proprio come lo sono io”.

Pizzelle salate morbide al formaggio

Ingredienti per circa 30 pizzelle della grandezza di un palmo della mano:

  • 6 uova calibro grande
  • Sale fino q.b.
  • 50 gr di Parmigiano Reggiano grattugiato
  • 50 gr di Emmental grattugiato a scaglie sottili
  • 1 vasetto di yogurt bianco senza zucchero (125 gr)
  • 125 gr di olio di semi di girasole
  • 400 gr di farina 00
  • 1 bustina di lievito istantaneo, per preparazioni salate

Procedimento:

In una ciotola sbatti energicamente, con l’aiuto di una frusta, le uova ed il sale.
Continuando a sbattere ad ogni aggiunta e nel seguente ordine, unisci olio, yogurt, Emmental, Parmigiano, lievito e, infine, la farina.

Fa’ arroventare il ferro, ungilo e adagia l’impasto al centro della piastra inferiore.

Attendi la cottura, ruotando il ferro, di tanto in tanto, e praticando movimenti orizzontali, da sx vs dx e da dx vs sx, per favorire, da entrambi i lati, una distribuzione uniforme del calore.
Sempre che tu non abbia un ferro tondo, la cui superficie sta tutta sulla fiamma.

Deliziose, da gustare calde e fredde, da sole o doverosamente imbottite.

Qualche consiglio 👀:

  • Durante la cottura, riponi le pizzelle su un piano ampio, ricoperto con una tovaglia di cotone, per favorirne il raffreddamento.
  • La conservazione: sconsigliata nei sacchetti di plastica, e’ preferibile nei box di vetro, in frigo.
  • Finche’ le temperature lo consentono, si puo’ pensare di tenerle in un cesto, coperte con un canovaccio, in un luogo fresco ed asciutto.
  • Si consiglia il consumo entro 2 gg dalla preparazione.

Ci sono serate che restano impresse nella memoria non solo per ciò che si mangia, ma per ciò che rappresentano. Il “Gala Charity Dinner Tavola Rasa”, organizzato a dicembre 2025 da UNICEF Italia insieme a La Cucina Italiana (https://www.lacucinaitaliana.it/), è stato proprio questo: un incontro di storie, talenti e valori, in cui la cucina ha dimostrato ancora una volta di essere molto più di un semplice gesto quotidiano.

La cornice non poteva essere più suggestiva: Palazzo Serbelloni a Milano. Entrare nelle sue sale è stato come fare un passo dentro un’altra epoca. Le volte affrescate si rincorrevano sopra le nostre teste, i grandi lampadari scintillavano riflettendo la luce su tavole elegantemente apparecchiate, mentre un’atmosfera calda e vibrante accoglieva ospiti, chef e protagonisti della serata.

Il parterre era straordinario. Tanti chef – molti dei quali stellati – che hanno firmato il menu della cena, trasformando ogni portata in un piccolo viaggio gastronomico. Piatti pensati, raccontati, condivisi. E tra una portata e l’altra, il piacere delle conversazioni, delle nuove amicizie nate attorno alla tavola e di quell’energia speciale che solo gli eventi costruiti con uno scopo importante riescono a generare.

Per me, quella serata aveva anche un significato personale profondissimo.

Sul palco sono stata premiata come vincitrice del contest “La Migliore Ricetta Italiana 2025” per creatività e innovazione, con i miei Vol-au-Vent agnello cacio e ova con crema di pecorino. Un piatto che rappresenta perfettamente ciò che amo della cucina: il dialogo continuo tra tradizione e creatività.

Vol-au-Vent agnello cacio e ova con crema di Pecorino di Carla De Iuliis

Dentro quei piccoli vol-au-vent c’è tutta la mia terra, l’Abruzzo, con uno dei suoi piatti più identitari, agnello cacio e ova, reinterpretato in una forma nuova. Un omaggio alle radici, ma anche alla voglia di sperimentare, di immaginare e di giocare con le consistenze e con le forme.

Il premio mi è stato consegnato dall’Azienda Rana, e salire su quel palco è stato un momento emozionante, reso ancora più speciale dall’accoglienza di Chiara Maci e Francesco Panella, che hanno condiviso con il pubblico l’entusiasmo e lo spirito della serata.

Screenshot
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E poi c’è stato uno scatto che non poteva mancare: quello con Maddalena Fossati Dondero, direttrice de La Cucina Italiana. Un incontro simbolico, perché è stata proprio lei una delle grandi promotrici della candidatura della cucina italiana a Patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO, un percorso durato anni e culminato il 10 dicembre 2025 con il riconoscimento ufficiale. Un risultato storico che celebra la cucina italiana non solo come insieme di ricette, ma come rito sociale fatto di gesti, tradizioni, convivialità e memoria.

Carla De Iuliis e Maddalena Fossati Dondero

Quella straordinaria avventura è raccontata anche nel libro “Prendo fiato. Come ho portato la cucina italiana all’Unesco”, scritto proprio da Maddalena Fossati e pubblicato da Maretti Editore, un racconto appassionato del percorso che ha portato la nostra cucina a diventare patrimonio dell’umanità.

E forse è stato proprio questo a rendere la serata ancora più speciale: la consapevolezza di vivere un momento storico. La cucina italiana era stata riconosciuta patrimonio UNESCO da pochissimi giorni e celebrarla in una sala piena di cuochi, appassionati, professionisti del settore e amici della buona tavola aveva qualcosa di profondamente simbolico.

Tra sponsor, racconti, piatti straordinari e sorrisi condivisi, Tavola Rasa è stata molto più di una cena di gala. È stata una celebrazione della cucina come linguaggio universale, come gesto di cura e come strumento di solidarietà.

Per me resterà un ricordo prezioso: una notte milanese fatta di luce, sapori, incontri e gratitudine.

Un’esperienza unica… di quelle che non si dimenticano.

Screenshot
Carla De Iuliis e Massimo Bottura
Carla De Iuliis con Giorgio Locatelli e Antonino Cannavacciuolo
Noi donne premiate
Con tutti i premiati de La Migliore Ricetta Italiana 2025