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L’altro giorno all’Istituto Alberghiero Di Poppa-Rozzi di Teramo la Tavola è stata capace di raccontare molto più di un semplice menu. E’ stata un punto d’incontro tra due mondi gastronomici: l’Abruzzo e l’Ecuador, le tradizioni, i prodotti ed il desiderio di conoscersi attraverso la cucina.

Un’esperienza che ho avuto il piacere di vivere da vicino e che voglio raccontarvi.

Al Di Poppa-Rozzi un pranzo ha concluso la prima fase del progetto internazionale tra la Escuela de los Chefs di Guayaquil e l’Istituto teramano. Tradizioni, formazione e nuove relazioni si sono incontrate in cucina, tra piatti italiani ed ecuadoriani e i vini abruzzesi di Tenuta Morganti.

È questa l’immagine che meglio racconta la giornata del 7 ottobre al Polo Alberghiero dell’Istituto di Istruzione Superiore “Di Poppa-Rozzi” di Teramo, dove un pranzo ha rappresentato un momento particolarmente significativo di “Gusto senza Confini – Italia ed Ecuador: un ponte di sapori, culture e relazioni”.

Il progetto, promosso dalla Camera Binazionale Ecuador-Italia (CBEI) con la collaborazione dell’Ambasciata dell’Ecuador in Italia, dell’IIS “Di Poppa-Rozzi” e della Escuela de los Chefs di Guayaquil, ha portato a Teramo una delegazione di professionisti ecuadoriani per un percorso di formazione, di laboratori e di confronto con studenti e docenti dell’Istituto.

Un incontro che nasce sì dalla cucina, ma che in realtà si prefigge di andare molto oltre, per arrivare a raccontare un’unica storia, ma due territori e due culture lontane.


Dal 5 al 16 ottobre il Di Poppa-Rozzi ospiterà cinque docenti di gastronomia e un docente di sala provenienti dalla Escuela de los Chefs di Guayaquil: gli ospiti ecuadoriani hanno portato con sé prodotti caratteristici della propria tradizione: platano, gamberi, tonno, mais, arachidi e spezie, condividendo con gli studenti teramani tecniche e preparazioni.

Dall’altra parte, la delegazione ha l’opportunità di entrare in contatto con la cucina italiana e, in particolare, con quella abruzzese e teramana, con i suoi prodotti, le sue ricette e la sua cultura dell’accoglienza. Non un semplice corso, dunque, e nemmeno una dimostrazione di cucina.

Piuttosto, uno scambio alla pari, nel quale ciascuno porta qualcosa e torna a casa con qualcosa in più.

È proprio questo uno degli elementi che rendono interessante il progetto: la tradizione non viene considerata qualcosa di statico, ma un patrimonio che può essere conosciuto, condiviso e arricchito attraverso il confronto.


«Vorrei che i ragazzi imparassero l’apertura mentale»

La dirigente scolastica del Di Poppa-Rozzi, Caterina Provvisiero, ha indicato con chiarezza quale sarà il risultato più importante che la scuola vorrebbe lasciare agli studenti al termine di questa esperienza.

«Oltre alle tecniche di cucina o ai segreti di una ricetta ecuadoriana, l’obiettivo più grande è che i nostri ragazzi imparino l’apertura mentale e la curiosità verso la diversità».

Una frase che racchiude il significato più profondo di un’esperienza internazionale vissuta all’interno di una scuola professionale.

«Desidero che portino a casa la consapevolezza che il cibo è cultura, identità e rispetto», ha spiegato la dirigente.

Lavorare fianco a fianco con professionisti provenienti dall’altra parte del mondo significa infatti imparare non soltanto nuove tecniche, ma anche sviluppare capacità relazionali, comunicative e interculturali. E significa comprendere che il mestiere della ristorazione può avere una dimensione internazionale.

«Vorrei che da questa esperienza nascesse in loro il desiderio di esplorare, di viaggiare e di guardare al futuro con un’ampiezza di vedute senza confini».

Un messaggio che va oltre la cucina e che riguarda il modo stesso di intendere la formazione.


Dal Platano al Timballo, la cucina come incontro

Il menu proposto per il pranzo del 7 ottobre ha raccontato bene questo dialogo.

Si parte da alcune preparazioni della tradizione italiana e abruzzese: bignè salato con ricotta, caprino e pomodorini, paninetto al latte con peperoni e uova, formaggio con panko e glassa di aceto balsamico, pallotta cacio e ova e strudel di verdure e salsiccia.

Un percorso che conduce poi verso uno dei piatti più rappresentativi della cucina teramana, il timballo, qui proposto in una versione rivisitata.

Il timballo Teramano rivisitato

Ed è proprio in questo passaggio che il concetto di contaminazione diventa concreto: la tradizione locale non viene messa da parte, ma diventa il punto di partenza per aprire il racconto verso un’altra cultura gastronomica.


Poi, nella seconda parte del menu, arrivano i sapori dell’Ecuador.

Il menu propone le Corviche con tonno, crocchette di platano verde e arachidi servite con tonno stufato all’ecuadoriana.

Un piatto nel quale l’identità ecuadoriana emerge immediatamente attraverso il platano, ingrediente che più racconta l’identità gastronomica dell’Ecuador. Non una semplice banana da consumare come frutta, ma un vero alimento di base, soprattutto nelle regioni della Costa e dell’Amazzonia, presente nella cucina quotidiana e in una grande varietà di preparazioni.

Corviche con Tonno

A deguire il Sango di choco con gamberi e cocólon, una preparazione composta da crema di mais tenero accompagnata da gamberi salati e riso croccante ecuadoriano.

Sango di choco con gamberi e cocólon

E ancora il Manisado di maiale, stufato di maiale a base di arachidi accompagnato da platani maturi dolci.

Manisado di maiale

Tre piatti che raccontano un Ecuador gastronomico fatto di ingredienti che per la cucina italiana possono apparire lontani, ma che diventano immediatamente comprensibili quando arrivano a tavola.

È questo, forse, il bello della cucina: trasformare ciò che è diverso in qualcosa che possiamo avvicinare, assaggiare e comprendere.


Un pranzo che ha raccontato due territori

Il menu, quindi, non è stato semplicemente una successione di portate., ma quasi un percorso geografico.

Da una parte ricotta, caprino, peperoni, uova, cacio, salsiccia e timballo, dall’altra platano, arachidi, mais, gamberi e tonno: ingredienti diversi, tecniche differenti, storie lontane, ma tutti riuniti nello stesso pranzo.

A chiudere il percorso, la torta alle creme, protagonista anche del momento celebrativo con la grande torta sulla quale campeggiava una frase che sembra racchiudere l’intero significato della giornata:

“Due terre, un solo cuore”


Nel calice, tutto il sapore dell’Abruzzo

A fare da compagno al percorso gastronomico sono stati i vini di Tenuta Morganti, con il Trebbiano d’Abruzzo e il Cerasuolo d’Abruzzo “Boccadirosa”: due espressioni del territorio che hanno accompagnato il pranzo mettendo nel calice un altro elemento fondamentale dell’identità abruzzese.

Il Trebbiano d’Abruzzo ha accompagnato le preparazioni con la sua freschezza e versatilità, mentre il Cerasuolo d’Abruzzo, con il suo carattere fruttato e la sua piacevole immediatezza, ha portato a tavola uno dei vini più riconoscibili della regione.

Anche il vino, dunque, ha avuto un ruolo nel racconto.

Perché se l’Ecuador è arrivato a Teramo con la propria biodiversità e con i suoi ingredienti, l’Abruzzo ha risposto attraverso il proprio patrimonio agroalimentare, fatto di prodotti, di tradizioni e di viticoltura.


«È uno scambio alla pari»

Il senso di questo incontro è racchiuso ancora una volta nelle parole della dirigente Caterina Provvisiero.

«L’incontro con l’Ecuador offre ai nostri studenti un bagno di realtà straordinario sulla biodiversità e sulla ricchezza di materie prime e tradizioni millenarie che spesso non conosciamo da vicino. Insegna loro l’umiltà dell’ascolto e la capacità di lasciarsi contaminare da sapori, colori e approcci differenti, riscoprendo quanto possa essere creativo l’incontro tra mondi lontani».

Ma lo scambio non procede in una sola direzione.

«L’Italia e in particolare l’Abruzzo offre alla delegazione ecuadoriana il nostro modello di eccellenza e la cultura dell’accoglienza: un patrimonio basato sulla valorizzazione rigorosa della filiera agroalimentare, sul legame viscerale con la nostra terra e su una formazione professionale d’alto livello che unisce la tradizione all’innovazione».

Fino alla frase che più di tutte sintetizza il progetto:

«È uno scambio alla pari: noi portiamo la maestria e la cura del nostro Made in Italy, loro ci arricchiscono con la loro straordinaria identità e passione».


Ma la giornata del 7 ottobre ha avuto anche un significato istituzionale importante: alla presenza dell’Ambasciatore dell’Ecuador in Italia, S.E. Esteban Moscoso Bohman, è stata presentata e sottoscritta una lettera di intenti con l’obiettivo di creare le basi per una futura collaborazione tra Comuni, istituzioni, aziende, scuole e realtà produttive.

L’obiettivo è guardare già al prossimo passo: una possibile delegazione italiana in Ecuador, per portare dall’altra parte dell’oceano non soltanto prodotti, ma competenze, professionalità, tradizioni e conoscenza del territorio abruzzese.

La formazione diventa così il punto di partenza per costruire relazioni più ampie.

«Oggi compiamo un passo fondamentale: la sottoscrizione di una lettera di intenti, che ha un valore simbolico ma fortemente prospettico», ha sottolineato la Provvisiero.

«L’obiettivo è quello di gettare le basi per la costituzione di una futura delegazione italiana che possa recarsi in Ecuador. Vogliamo che ciascun attore del nostro territorio – ognuno per la propria peculiarità – possa trovare in questa sinergia un’occasione concreta».


«Ciò che nasce qui non resta in una ricetta»

Anche l’Ambasciatore dell’Ecuador in Italia ha voluto sottolineare il valore umano di questo percorso:

«Ciò che nasce qui non resta in una ricetta, ma nelle amicizie, nelle esperienze condivise e nella curiosità verso un altro Paese».

È una frase che accompagna perfettamente il senso della giornata.

Una ricetta può essere insegnata.
Un ingrediente può essere scoperto.
Una tecnica può essere condivisa.

Ma ciò che rimane davvero è la relazione che nasce intorno a quella ricetta.

Un momento dell’incontro del 7 ottobre al Polo Alberghiero “Di Poppa-Rozzi” di Teramo

Un calice di Apollo Cerasuolo d’Abruzzo 2024 di Ausonia accompagna la pizza con costine, aglio e menta da Acqua&Farina. Un incontro tra territori, materie prime e culture gastronomiche che porta un pezzo d’Abruzzo nel percorso di ricerca del pizzaiolo salernitano Rosario Giannattasio.

A Vicenza, l’Abruzzo arriva al tavolo nel calice di Apollo Cerasuolo d’Abruzzo 2024 di Ausonia, prodotto sulle colline teramane e scelto dall’Head Sommelier Loris Spagnolo per accompagnare una delle proposte del percorso degustazione di Acqua&Farina, la pizzeria di Rosario Giannattasio. Un abbinamento che mette in dialogo una pizza di ricerca con un vino espressione del territorio abruzzese.

Rosario Giannattasio

Un incontro apparentemente lontano, quello tra il Veneto, le radici campane del pizzaiolo e il territorio abruzzese. Eppure, proprio la pizza diventa il punto di incontro tra culture gastronomiche diverse, attraverso una cucina che guarda alla tradizione ma senza rinunciare alla ricerca.

A Vicenza, Giannattasio, originario del Salernitano, ha costruito negli anni un progetto nel quale la pizza napoletana diventa materia di studio, di sperimentazione e di racconto. Acqua&Farina nasce nel 2014 e nel marzo 2025 si trasferisce nella sede di viale Francesco Crispi, in uno spazio più ampio nel quale alla pizza si affianca una significativa ricerca sul vino. La carta conta oggi oltre 350 etichette e comprende bollicine, bianchi, rossi, vini naturali e diverse espressioni territoriali.

Il nome stesso del locale racchiude la filosofia di Giannattasio.

Acqua e farina sono due elementi semplici, alla base della pizza. Ma proprio dalla semplicità si possono fare grandi cose

È una semplicità che non significa banalità. Al contrario, rappresenta il punto di partenza di un lavoro fatto di impasti, maturazioni, cotture e materie prime. La tradizione napoletana rimane il riferimento, ma viene interpretata attraverso un percorso personale che porta la pizza verso una dimensione sempre più gastronomica.

L’impasto diventa così il primo elemento del racconto, mentre gli ingredienti vengono trattati non semplicemente come un condimento, ma come componenti capaci di modificare consistenze, profumi, temperature e percezioni.

È una filosofia che trova spazio anche nei percorsi degustazione, pensati per proporre la pizza in una sequenza di assaggi nei quali cambiano ingredienti, consistenze e abbinamenti.

È proprio all’interno di questo percorso che arriva l’Abruzzo.

Tra le pizze proposte, quella con costine, aglio e menta incontra l’Apollo Cerasuolo d’Abruzzo 2024 di Ausonia, un vino ottenuto da Montepulciano d’Abruzzo, da agricoltura biologica e biodinamica. L’azienda lo descrive come un Cerasuolo dai profumi floreali e dalle note di frutti rossi e ciliegia, fresco e di media struttura, indicandolo anche per pizza e carni bianche. 

Pizza costine, aglio e menta

Qui, però, l’abbinamento assume una lettura particolarmente interessante. La pizza porta nel piatto la succulenza e la componente grassa della costina, accompagnate dalla marcata aromaticità dell’aglio. La menta introduce invece una nota balsamica e fresca, capace di alleggerire la percezione della carne e di rendere il boccone più dinamico.

Il Cerasuolo entra in questo equilibrio senza sovrapporsi. La sua freschezza sostiene quella della menta, mentre la componente fruttata accompagna la carne e contribuisce a ripulire il palato.

Pizza costine, aglio e menta e Cerasuolo Ausonia Nocelle di Atri (TE)

Il risultato? Un abbinamento costruito non soltanto sulla concordanza, ma anche sul contrasto e sull’equilibrio: la struttura della costina, la persistenza dell’aglio, la freschezza della menta e il carattere del Cerasuolo procedono insieme, in una sequenza che rende il boccone progressivamente diverso.

Il vino abruzzese, così, non è un semplice accompagnamento, ma è parte del racconto gastronomico.

La presenza dell’Apollo in questo percorso racconta anche la capacità del Cerasuolo d’Abruzzo di uscire dai confini regionali e di confrontarsi con una cucina contemporanea e trasversale. Il vino simbolo della tradizione rosata abruzzese nasce dal Montepulciano, ma nella versione Cerasuolo assume una fisionomia diversa da quella del rosso più strutturato: colore, freschezza, frutto e versatilità ne fanno un vino particolarmente adatto alla tavola.

E la pizza, proprio per la sua struttura composita, rappresenta un terreno interessante per sperimentarne le possibilità.

La proposta di Acqua&Farina parte dalla pizza napoletana, ma guarda alla gastronomia nel suo complesso. Margherita, porcini, tartare e maionese ai porcini, costine, aglio e menta, fino ad altre preparazioni più elaborate, diventano tappe di un percorso nel quale la materia prima viene osservata e reinterpretata.

La stessa attenzione riservata al cibo si ritrova anche nella carta dei vini, curata in sala dai sommelier e costruita per accompagnare le diverse espressioni della pizza. Il vino non arriva semplicemente accanto alla pizza, ma entra nel ragionamento che precede l’assaggio.

Acqua&Farina racconta, in fondo, una storia fatta di contaminazioni; identità diverse che non vengono messe in competizione, ma vengono fatte dialogare. E così, a Vicenza, tra acqua, farina, impasti e ricerca, può capitare di incontrare un sorso d’Abruzzo.

Quello di un Cerasuolo che accompagna una costina con aglio e menta e dimostra, ancora una volta, come la cucina sappia creare ponti là dove la geografia traccia distanze.

Le mie cene non nascono quasi mai da un menu … ma nascono da un’idea.

A volte da un’immagine che mi colpisce, da un colore, da un ogetto trovato per caso, da un ricordo legato a un viaggio o alla mia famiglia. Ma, altre volte, una cena nasce da un’intuizione arrivata all’improvviso, che comincia a prendere forma nella mia testa molto prima che io sappia cosa cucinerò e cosa porterò a tavola.

E’ così che è nata anche “Bianco e Perle”.

Prima sono arrivate le due parole. Bianco e Perle. Poi l’immagine della tavola.

Le porcellane, i bicchieri, i fiori, le candele, la luce morbida e soffusa della sera. Le piccole perle a fare da filo conduttore, con quella loro eleganza un pò rètro che mi piace tanto.

E soltanto dopo è arrivato il menu.

Perchè, nelle mie cene, spesso è proprio la tavola a suggerirmi cosa cucinare.

Comincio ad immaginare i colori, le consistenze, i contrasti. Penso a qualcosa che sia in sintonia con l’atmosfera che voglio creare. E poco alla volta l’idea iniziale si trasforma in piatti, profumi e sapori. E’ un modo istintivo di progettare una cena, ma anche molto ragionato. Perchè, a dire il vero, dietro una tavola che sembra semplicemente apparecchiata c’è sempre una storia fatta di dettagli.

E per me, la tavola, non è mai soltanto una tavola. E’ un luogo in cui un’idea prende forma e diventa un momento da condividere.

Bianco e Perle. Questa volta il punto di partenza è stato il Bianco. Un bianco non rigoroso, ma morbido, luminoso, elegante, attraversato da diverse sfumature e materiali. E poi le perle, che hanno dato alla serata quel tocco prezioso e femminile che cercavo.

Da lì ho iniziato a costruire tutto il resto.

Anche il menu doveva seguire quella stessa sensazione: piatti insoliti, delicati, eleganti ma non troppo complicati, capaci di alternare cremosità e croccantezza, dolcezza e acidità, terra e mare.

Così la tavola ha suggerito il menu e, a sua volta, il menu ha completato la tavola.

Una cena che prende forma.

E comunque, c’è una parte delle mie cene che amo particolarmente ed è proprio questa: il momento in cui l’idea iniziale è ancora indefinita e comincia lentamente a trasformarsi in qualcosa di concreto. Scelgo i piatti, penso alla mise in place, provo una ricetta (solo a volte, però), cambio un ingrediente, immagino anche come servire una portata.

Qualche volta penso al cadeau per ogni ospite. Un qualcosa di insolito, di nuovo, di inaspettato, che possa completare la cena, offrendo spunti per foto, immagini e che comunque diventi uno dei segni riconoscibili di quella serata…ma, soprattutto un ricordo di quella singola cena A Casa di Carla.

Poi arriva il giorno della cena.

La casa si prepara, le luci si abbassano, si accende il mio albero d’arredamento, la tavola è pronta!

Screenshot

Ah si … le candele: quelle le accendo all’ultimo momento: qualcuna all’ingresso, sulla madia, qualcuna in punti d’appoggio del salone e poi quelle in tavola, in modo tale che durino per tutta la serata e possano così regalare quell’atmosfera soffusa che mi piace tanto per qualche ora.

Ora l’idea non è più soltanto mia … si è trasformata in una serata da vivere insieme.

Gli ospiti devono ancora arrivare e, per qualche minuto, posso guardare la tavola e pensare che quella sera diventerà teatro di una nuova storia.

Il menu di Bianco e Perle

Ho immaginato il menu come un percorso leggero e armonioso. Si comincia con un chupito di ajo blanco, fresco e vellutato, accompagnato da un piccolo crostino di pane a forma di fiore con robiola, uva bianca e mandorle.

Poi il menu prosegue con il cavolfiore e fonduta di Grana, il crostino con la pesca, il risottino alla burrata e limone e i gamberi con crema di cannellini.

Per il dessert ho scelto una mousse delicata allo yogurt e cioccolato bianco, e poi una panna cotta profumata al cardamomo e accompagnata dal gusto intenso del caffè e cioccolato fondente.

Un menu senza la necessità di stupire a tutti i costi.

Piuttosto, la voglia di portare a tavola qualcosa di curato, equilibrato e soprattutto fatto con le proprie mani. Due ricette le voglio lasciare qui, perchè di ogni cena mi piace conservare qualcosa. Non soltanto le fotografie, oppure le dediche delle ospiti sul mio diario, ma anche una ricetta, un’idea, un dettaglio che possa continuare a vivere oltre quella sera.

Gamberi al vapore su crema di cannellini

Per Bianco e Perle ho scelto due preparazioni molto diverse tra loro, ma entrambe rappresentative dello spirito della cena.

Il chupito di Ajo Blanco con fiore di crostino d’uva bianca con robiola e mandorle

Chupito di Ajo Blanco con crostino d’uva, robiola e mandorle

Per la vellutata:

  • 100 g di mandorle pelate
  • 80 g di pane bianco raffermo senza crosta
  • 1 piccolo spicchio d’aglio (o aglio in polvere)
  • mezzo cetriolo
  • 250 ml circa di acqua fredda
  • 50 ml di olio extravergine di oliva
  • 1 cucchiaio di aceto di mele
  • sale
  • pepe, se gradito

Per i crostini:

  • 6 piccole fette di pane morbido
  • 80 g circa di robiola
  • 6-8 acini di uva bianca
  • 1 cucchiaio di mandorle tritate
  • olio extravergine di oliva qb
  • un taglia biscotti a forma di fiore

Procedimento:

Mettere il pane a bagno nell’acqua fredda per qualche minuto.

Nel bicchiere del frullatore riunire le mandorle pelate, il pane strizzato, l’aglio, il mezzo cetriolo, l’aceto e una parte dell’acqua. Frullare fino a ottenere una crema liscia.

Aggiungere lentamente l’olio extravergine di oliva continuando a frullare, fino ad ottenere una consistenza vellutata. Regolare di sale e, se necessario, aggiungere altra acqua.

Lasciare riposare l’ajo blanco in frigorifero per almeno un’ora (deve essere ben freddo).

Nel frattempo ricavare dal pane dei piccoli fiori con uno stampino e tostarli in forno (se si vuole) fino a renderli croccanti.

Spalmare la robiola sui fiori di pane, aggiungere un piccolo pezzetto di uva bianca senza semi e completare con le mandorle spezzettate.

Servire l’ajo blanco ben freddo in piccoli bicchieri o ciotoline, accompagnandolo con il crostino.

Il dettaglio in più: qualche goccia di olio extravergine di oliva e un paio di acini d’uca senza semi e tagliati a metà sulla superficie della vellutata.

Panna cotta al Cardamomo e Caffè

Panna cotta al Cardamomo e Caffè

Per la panna cotta

  • 500 ml di panna fresca
  • 70 g di zucchero
  • 4 bacche di cardamomo
  • 6 g di gelatina in fogli
  • 1 cucchiaino di estratto di vaniglia

Per la salsa al caffè e cioccolato

  • 100 ml di caffè espresso
  • 80 g di cioccolato fondente
  • 30 ml di panna fresca
  • 1 cucchiaino di zucchero, se desiderato

Preparazione

Mettere la gelatina in ammollo in acqua fredda per circa 10 minuti.

Aprire leggermente le bacche di cardamomo e schiacciarle appena (io le ho tenute in infusione in poco latte per tutta la notte), quindi versare la panna in un pentolino insieme allo zucchero, al cardamomo e alla vaniglia.

Scaldare lentamente senza portare a ebollizione. Spegnere il fuoco e lasciare in infusione per circa 10-15 minuti, in modo che il cardamomo possa sprigionare tutto il suo profumo.

Filtrare la panna, eliminando il cardamomo, e aggiungere la gelatina ben strizzata quando il composto è ancora caldo. Mescolare fino a farla sciogliere completamente.

Versare la panna nello stampo in ceramica da crostata, precedentemente inumidito con pochissima acqua, e lasciare raffreddare a temperatura ambiente.

Trasferire quindi in frigorifero e lasciare rassodare per almeno 4-5 ore, preferibilmente per tutta la notte.

La salsa al caffè e cioccolato

Preparare il caffè espresso e versarlo ancora caldo sul cioccolato fondente tritato.

Aggiungere la panna e mescolare fino a ottenere una salsa liscia, lucida e omogenea. Se si desidera una nota più dolce, aggiungere un cucchiaino di zucchero.

Lasciare intiepidire prima di servirla.

Il dettaglio in più: Portare la panna cotta direttamente nello stampo in ceramica, così da conservarne l’aspetto semplice e insieme elegante. La salsa al caffè e cioccolato viene servita a parte, in una piccola ciotola o salsiera, lasciando agli ospiti la possibilità di versarla sulla propria porzione.

Ma torniamo alla cena … quando, secondo me, arriva la parte più bella…

Quando tutto è pronto, il menu diventa quasi secondario.

Perché arriva il momento in cui ci si siede.

Le candele aiutano l’atmosfera, si versa il vino, il brindisi, la foto, qualche piccola ripresa, qualcuno racconta qualcosa, qualcun altro ride.

E la tavola, quella che fino a poco prima era soltanto un insieme di piatti, bicchieri, fiori e decorazioni, comincia finalmente a vivere.

È questo che cerco nelle mie Cene a Casa di Carla.

Non la perfezione.

La cura.

Non una cena da mostrare.

Ma … una cena da ricordare.

La ciambella questa mattina profuma di casa e … di cioccolato!

Dopo la mia Cena “A Casa di Carla” tutta dedicata al CIOCCOLATO non riesco a cucinare altro (ah … intanto devo ringraziare tutte quelle persone che stanno apprezzando la serata … siete veramente tantissimi ☺️ e … vi anticipo subito che più in là ci sarà una replica pazzesca 😉)… 

E comunque il cioccolato ora è dappertutto🤣

Questa ciambella è nata così … cacao “super” in dispensa, yogurt greco in frigorifero, farina 00 e tante gocce di cioccolato fondente. E, credetemi … 

 “Basta una fetta a colazione, una tazza di latte o di caffè e la giornata parte con il sorriso” 😊

Morbidissima con un effetto bicolore: a metà dell’impasto ho aggiunto 2 cucchiai di cacao amaro. 

Una ricetta semplice, sofficissima e perfetta da condividere (in famiglia) oppure … da concedersi tutta per sé!

Ricetta

Ingredienti:

  • 4 uova
  • 200 g di zucchero
  • 300 g di yogurt greco
  • 140 ml di olio di semi di girasole
  • 300 g di farina 00
  • 1 bustina di lievito per dolci
  • 120 g di gocce di cioccolato fondente
  • 2 cucchiai di cacao amaro
  • zucchero a velo o crema di cioccolata per guarnire

Procedimento:

Montate le uova con lo zucchero fino a ottenere un composto chiaro e spumoso. Unite lo yogurt greco e l’olio di semi, continuando a mescolare.

Aggiungete la farina setacciata con il lievito e amalgamate fino a ottenere un impasto liscio. Incorporate le gocce di cioccolato fondente.

Dividete l’impasto in due parti e in una aggiungete i 2 cucchiai di cacao amaro, mescolando bene.

Versate nello stampo da ciambella imburrato e infarinato alternando i due impasti, creando un delicato effetto marmorizzato.

Cuocete in forno statico preriscaldato a 180°C per circa 30-35 minuti (fate sempre la prova stecchino).

Lasciate raffreddare e, se vi piace, completate con una spolverata di zucchero a velo o crema di cioccolata (io le uova di Pasqua in avanzo sciolte al microonde).

Dieci donne.

Un dress code nei toni del marrone e dell’oro. Una tavola pensata nei minimi dettagli e un menu interamente dedicato al cacao e al cioccolato.

Così è andata la serata di “Chocolat”, l’ultimo appuntamento delle cene A Casa di Carla.

Bollicine, cioccolato fondente e fiocchi di sale Maldon, un liquore al cioccolato, piatti insoliti, tante risate e quella leggerezza che nasce quando ci si ritrova semplicemente per stare bene insieme.

Perché le mie cene sono sempre così: un tema da raccontare, una tavola da condividere e piccoli momenti da custodire.

Grazie a tutte per aver trascorso con me un altro pezzetto di strada. ❤️🍫✨

A Casa di Carla, alla fine, non si porta in tavola soltanto il cibo, ma anche l’amicizia, la bellezza e il piacere di regalarsi del tempo.

Guarda qui la galleria fotografica:

Da sx verso dx: Carla Seconi, Martina Maranella, Daniela D’Antonio, Carla Di Giamberardino, Silvia Di Lorenzo, Carla De Iuliis (io), Alessandra Maranella, Maria Di Domenico, Federica Matteucci, Marcella Venere
Il Menu

L’alta cucina italiana incontra la solidarietà nel cuore dell’Abruzzo. Il prossimo 6 luglio Piazza Martiri della Libertà, a Teramo, ospiterà “I Bambini che contavano le stelle”, la cena di gala benefica che riunirà alcuni tra i più importanti chef italiani per sostenere la ricerca sull’encefalopatia ipossico-ischemica infantile.

A trasformare per una sera il centro storico in un raffinato ristorante a cielo aperto saranno le proposte gastronomiche firmate a più mani da grandi protagonisti della cucina nazionale. Un percorso di dodici portate ispirate ai sapori e ai ricordi dell’infanzia degli chef, accompagnato da una selezione di vini italiani e internazionali.

Tra i nomi di punta spicca quello di Mauro Uliassi, tre stelle Michelin del ristorante Uliassi di Senigallia. Accanto a lui ci saranno Sabatino Lattanzi, chef di Achille nel Girone dei Golosi di Teramo, Luciano Monosilio di Luciano Cucina Italiana di Roma, Gianfranco Pascucci del ristorante Pascucci al Porticciolo di Fiumicino, Franco Pepe di Pepe in Grani, Christian Torsiello dell’Osteria Arbustico di Paestum, Mattia Trabetti del ristorante Alto di Fiorano Modenese, oltre ad Andrea Bertini, Marco Cozzi, Ada D’Amato, Antonio Di Feo, Stefania Di Pasquo, Alessandra Di Paolo, Sandro Ferretti e Gianluca Ricci.

«La cucina ha il potere straordinario di unire le persone e, quando questo potere viene messo al servizio della ricerca medica, l’eccellenza diventa speranza», spiegano gli organizzatori Achille Valle e Sabatino Lattanzi. «Siamo orgogliosi della risposta entusiasta degli chef che hanno scelto di sposare questa causa, mettendo la loro arte al servizio di un obiettivo così importante».

Per Lattanzi, la partecipazione alla serata rappresenta anche un’occasione per raccontare il territorio. «L’Abruzzo possiede materie prime straordinarie e una cultura gastronomica autentica che merita di essere valorizzata. Nel mio piatto ci sarà certamente un richiamo ai sapori della nostra terra, interpretati con rispetto ma anche con uno sguardo contemporaneo, perché la tradizione deve continuare a vivere ed evolversi».

L’intero ricavato dell’iniziativa sarà devoluto all’Associazione Eu-Brain, fondata dal professor Luca Ramenghi, responsabile dell’Unità operativa di Patologia neonatale dell’Istituto Giannina Gaslini di Genova. I fondi contribuiranno alla ricerca sull’encefalopatia ipossico-ischemica infantile, una grave sofferenza cerebrale del neonato causata dalla mancanza di ossigeno durante il parto e sulla quale si stanno concentrando studi finalizzati allo sviluppo di nuove terapie.

Dietro l’iniziativa c’è l’impegno di Achille Valle, imprenditore della ristorazione teramana, che insieme a Lattanzi ha voluto dare vita a un progetto capace di trasformare la passione per la cucina in un gesto concreto di solidarietà.

La serata prenderà il via alle 19.30 con un aperitivo di benvenuto e sarà scandita da diversi momenti di incontro e spettacolo. In programma il talk con gli chef moderato dall’autore enogastronomico Andrea D’Aloia, l’intervento di Massimo Corvo, tra i più celebri doppiatori italiani e voce ufficiale, tra gli altri, di Sylvester Stallone, Vin Diesel e Laurence Fishburne, e il concerto in versione intima di Filippo Graziani, legato alla città di Teramo da un rapporto speciale ereditato dal padre Ivan.

L’evento, patrocinato dal Comune di Teramo e realizzato grazie alla collaborazione di numerosi partner del territorio, sarà accessibile esclusivamente su prenotazione fino all’esaurimento dei 250 posti disponibili.

Una serata che promette di andare oltre l’esperienza gastronomica, trasformando il talento e la creatività di alcuni dei migliori chef italiani in un messaggio concreto di solidarietà e speranza per tante famiglie.

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Da sinistra: Achille Valle e Sabatino Lattanzi, gli organizzatori

Una terrazza, il tramonto che colora i calici e quei piatti semplici che sanno subito d’estate🍷
Ieri sera una cena per due, aria tiepida, chiacchiere lente e uno stuzzico fresco e saporito preparato in pochi minuti, dopo una lunga giornata a lavoro, ma capace di trasformare l’aperitivo in un piccolo e piacevole rito.

Base di cetriolo croccante, feta greca cremosa, pomodorini confit cotti in friggitrice ad aria e olive taggiasche. E ancora … olio evo, sesamo, origano, basilico secco e un pizzico di magia estiva.

Il calice? Da Abruzzese, un buon Montepulciano d’Abruzzo, perfetto per brindare alle sere leggere e alle cene all’aperto, come piace a me. Anzi … a Noi!

Bit di feta e cetriolo croccante

  • cetriolo a fette spesse
  • feta greca sbriciolata
  • pomodorini conditi con olio, sale, zucchero, origano e cotti in friggitrice ad aria a 180° per circa 10 minuti
  • olive taggiasche denocciolate
  • olio evo abbondante
  • sesamo e spezie a piacere

Preparazione:

Assemblate tutto, fermate con uno stecchino e servite freddo con abbondante olio evo🍅🍷

Una sala ristorante trasformata in laboratorio di cultura gastronomica, dove tradizione e formazione si sono incontrate in modo concreto. 

Si è svolto il 20 aprile presso l’I.I.S. Di Poppa–Rozzi di Teramo l’evento “Virtù a confronto”, dedicato a uno dei piatti più rappresentativi della cucina abruzzese: le Virtù teramane.

Protagonisti gli studenti del polo alberghiero, impegnati in tutte le fasi dell’iniziativa: dall’accoglienza al servizio, fino al racconto del piatto. Un’esperienza immersiva che ha portato la didattica fuori dall’aula, trasformandola in pratica reale e mettendo alla prova competenze tecniche, organizzative e relazionali.

Al centro della giornata, le Virtù: piatto identitario per eccellenza, tradizionalmente preparato il primo maggio, nato come sintesi tra la dispensa contadina di fine inverno e i primi prodotti della nuova stagione. Una ricetta complessa, fatta di equilibri, tempi e gesti che racchiude il senso più autentico della cucina del territorio.

Sette i ristoratori coinvolti, chiamati a proporre una propria interpretazione del piatto, affiancata da abbinamenti studiati per valorizzarne le caratteristiche. Un confronto diretto tra visioni diverse, in equilibrio tra rispetto della tradizione e slancio innovativo:

  • Piero Cordoni de “La Granseola”, con una virtù di mare ha aperto la degustazione
  • Alessandro De Antoniis di “Cipria di mare”, con la sua virtù di pesce abbinata a Pecorino DOC Vinum Hadrianum di Atri, affinato in anfore realizzate a Castelli
  • Tommaso Melzi chef di “Ebrius”, è la sua virtù accompagnata dal Cerasuolo Ausonia
  • Patrizia Corradetti per il Ristorante  Zenobi
  • Marcello Schillaci de “La Cantina di Porta Romana”, con un cocktail in pairing
  • Mirna Iannetti de “I Tre Archi”, con il nipote Cristiano – giovane Chef, ex studente dell’Istituto Alberghiero e quarta generazione – in abbinamento ad una birra IPA artigianale de “La Casa di Cura”, aromatizzata con luppolo americano e tè verde cinese. 
  • E poi Rosita D’Antonio appassionata di cucina, con le sue delicate virtù abbinate ad un Cerasuolo dell’Azienda Faraone.

Un percorso degustativo che ha evidenziato la versatilità delle Virtù e la capacità dei ristoratori di reinterpretare un piatto storico senza snaturarne l’identità, attraverso tecniche contemporanee e accostamenti originali.

A valutare le proposte una giuria degustativa, chiamata ad esprimersi sull’equilibrio complessivo e sugli abbinamenti. A conquistare il primo posto è stato Alessandro De Antoniis, premiato per l’armonia tra la sua interpretazione e il Pecorino Vinum Hadrianum.

Nel corso dell’evento, la dirigente scolastica Caterina Provvisiero ha sottolineato il valore formativo dell’iniziativa: “Eventi come questo rappresentano un’occasione concreta per gli studenti di misurarsi con la tradizione, comprenderne il significato più profondo e trasformarla in competenza. La cucina è cultura viva: esperienze come questa di oggi insegnano a custodirla e a interpretarla con uno sguardo contemporaneo”.

Particolarmente apprezzata la sinergia con i ristoratori del territorio, che ha reso “Virtù a confronto” un vero momento di dialogo tra scuola e mondo del lavoro. Non solo degustazione, dunque, ma un’esperienza completa, fatta di profumi, gesti e relazioni, in cui il cibo si conferma strumento di trasmissione culturale.

L’iniziativa si consolida così come un appuntamento capace di valorizzare il patrimonio gastronomico locale e, allo stesso tempo, di proiettarlo nel futuro attraverso le nuove generazioni.

Ci sono ricette che sorprendono per la loro semplicità e per l’equilibrio di sapori inaspettati. Questo filetto di maiale al caffè e miele nasce proprio dall’incontro tra due note opposte: l’intensità leggermente amara del caffè e la dolcezza avvolgente del miele. Il risultato è un piatto profumato e armonioso, in cui la carne rimane morbida e saporita, arricchita dal rosmarino e da un sughetto ricco e aromatico.

“L’incontro tra l’intensità del caffè e la dolcezza del miele trasforma un semplice filetto in un equilibrio sorprendente di sapori.”

È una ricetta veloce ma elegante, perfetta per portare in tavola qualcosa di diverso senza complicarsi la cucina. Servito con funghi appena scottati nel fondo di cottura, questo filetto diventa un secondo piatto completo, rustico ma raffinato, ideale per una cena speciale o per sorprendere gli ospiti con un abbinamento originale.

Ingredienti:

  • 1 filetto di maiale di circa 300 gr tagliato a fettine
  •  1 tazzina di caffè espresso 
  • 1 cucchiaio di miele 
  • Olio EVO
  • sale
  • pepe
  • aglio (2 spicchi incappucciati)
  • Rosmarino fresco 

Procedimento:

Rosola il filetto in padella con olio EVO, rosmarino e aglio. Sfuma con il caffè, aggiungi il miele, il sale e il pepe. Cuoci coperto 15 minuti. Il caffè darà profondità e una nota leggermente amara. Servi accompagnato da funghi a fette appena scottati nel sughetto del filetto. Se vuoi aggiungi prezzemolo fresco.

“Le Scrippellette d’oro, baccalà e miele” nascono dall’idea di reinterpretare uno dei simboli più identitari della cucina teramana: le scrippelle. Trasformate in scrippellette fritte, croccanti e leggere, diventano un supporto elegante per la crema di baccalà, creando un piatto che unisce tradizione e contemporaneità.

Il miele d’acacia e la scorza d’arancia creano un ponte aromatico con un vino dolce, tipo moscato, esaltandone le note floreali e agrumate, mentre la sapidità del baccalà mantiene equilibrio e armonia.

Un dialogo perfetto tra memoria e innovazione, che valorizza la cucina abruzzese e l’esperienza del vino.

Il piatto esprime la tradizione abruzzese reinterpretata, mostrando come una preparazione simbolo possa evolvere senza perdere memoria, diventando veicolo di abbinamenti moderni e consapevoli con il vino.

Ingredienti:

Per le scrippellette:

  • 2 uova
  • 60 g farina 00
  • 120 ml acqua
  • 1 pizzico di sale
  • Olio di semi per friggere (io di arachini)

Per il baccalà mantecato:

  • 200 g baccalà già ammollato
  • 1 cucchiaio olio extravergine d’oliva
  • 1 cucchiaio latte caldo

Per completare:

  • 1 cucchiaino miele d’acacia
  • Scorza grattugiata di arancia non trattata
  • Pepe bianco (facoltativo)

Procedimento:

Preparare la pastella: sbattere uova, farina, acqua e sale.

Cuocere le scrippelle sottili in padella. Tagliarle in quadrati o strisce e friggere fino a doratura. Lessare il baccalà, eliminare pelle e lische, mantecare con olio e latte fino a crema liscia.

Comporre il piatto: crema di baccalà sul fondo, scrippellette calde sopra, qualche goccia di miele, scorza d’arancia e pepe. Servire tiepido, accompagnando con un vino dolce, tipo moscato.