Il 17 ottobre, nella Sala d’Onore della Villa Reale di Monza, la quarta edizione di UMA ULAFI accenderà i riflettori sulle gastronomie afro-caraibiche. Al centro, il cibo come linguaggio universale capace di raccontare identità, memoria, integrazione e futuro.

Ci sono cucine che raccontano un territorio. E poi ci sono cucine che, attraverso quel territorio, raccontano intere comunità, storie di migrazione, contaminazioni, memorie familiari e nuove identità.

È questo lo sguardo che da anni accompagna UMA ULAFI, un progetto nato per promuovere la pluralità delle gastronomie africane come chiave di lettura culturale e identitaria, mettendole in dialogo con l’Italia.

“Uma Ulafi”, espressione swahili che significa “forchetta golosa”, è oggi anche il nome di una piattaforma culturale sostenuta dall’Associazione Cultura, Cibo & Origini APS, presieduta dalla chef Victoire Gouloubi.

Ed è proprio Victoire, chef italo-congolese, a firmare il concept della quarta edizione, intitolata “LA LUCE – Gastronomia come Energia Culturale”.

Il 17 ottobre, a partire dalle ore 18, la Sala d’Onore della Villa Reale di Monza diventerà così il luogo di un confronto che parte dalla tavola per arrivare molto più lontano: alla cultura, all’identità, alla sostenibilità, all’agricoltura, alla sicurezza alimentare e al rapporto tra popoli e territori.

La scelta della parola “luce” non è casuale.

La luce rende visibile ciò che esiste già, permette di osservare, conoscere e riconoscere. Ed è proprio questa la prospettiva attraverso cui UMA ULAFI guarda alle cucine afro-caraibiche: non come realtà da scoprire secondo uno sguardo esotico, ma come patrimoni culturali complessi, contemporanei e capaci di dialogare con altre culture gastronomiche.

Una cucina, in questa visione, non è soltanto una successione di piatti.

È memoria. È territorio. È agricoltura. È economia. È identità. È anche trasformazione.

Infatti, una delle caratteristiche più interessanti del progetto UMA ULAFI è quella di utilizzare il cibo per aprire una conversazione più ampia sull’incontro tra culture.

Conosciamo insieme la storia di Victoire Gouloubi…

Chef Victoire

Dietro questo progetto c’è una storia personale che rende ancora più significativo il percorso della sua ideatrice. Nata a Brazzaville, nella Repubblica del Congo, Victoire Gouloubi arriva in Italia vent’anni fa. Aveva immaginato per sé un futuro diverso: pensava di iscriversi a Giurisprudenza. La cucina, invece, sarebbe diventata progressivamente il suo linguaggio professionale e personale.

In un settore prevalentemente maschile, Victoire ha costruito il proprio percorso lavorando in hotel e ristoranti stellati, fino a diventare la prima Executive Chef nera in Italia. Un cammino nel quale, come ha raccontato in diverse occasioni, si sono intrecciate professionalità, difficoltà e la necessità di confrontarsi anche con pregiudizi legati al genere e all’origine.

Oggi la sua attività di chef si accompagna a quella di divulgatrice e promotrice di una cultura gastronomica che non vuole essere confinata a una categoria, ma entrare nel racconto contemporaneo della cucina italiana.

Un riconoscimento importante è arrivato nel 2024, quando Gambero Rosso l’ha premiata come Migliore Chef Straniera.

Il programma di UMA ULAFI 2026 riflette questa idea di cucina come strumento culturale.

Ho avuto la fortuna di poterle rivolgere un paio di domande …

1. Victoire, quest’anno hai scelto la parola “Luce”. Che cosa vuoi illuminare, attraverso UMA ULAFI, che ancora oggi rischia di rimanere nell’ombra quando si parla di cucine africane in Italia?

Io voglio illuminare le persone, prima ancora dei piatti. In Italia, le
cucine africane chiamate “la cucina africana” , vengono ancora
raccontate come “etniche”: economiche, di quartiere, legate alla
nostalgia di chi è lontano da casa. Eppure nelle cucine degli  italiani
lavorano ogni giorno cuochi di origine africana, e accanto a loro una
nuova generazione di chef e imprenditori apre locali con un’identità
forte, da Milano a Trento. Pochi però conoscono i loro nomi.

Con LA LUCE voglio accendere i riflettori su di loro, sui saperi che
portano e sui prodotti dell’Africa, dalla manioca al fonio, dal baobab
alla moringa. Sono ingredienti con una storia agricola e culturale
profonda, non curiosità esotiche. Voglio illuminare anche il lavoro
dietro un piatto: filiere, sicurezza alimentare, imprenditoria. Per
questo sul palco, accanto agli chef, ci saranno FAO, ONU e Slow Food. Le
cucine africane non chiedono compassione: chiedono di essere guardate
con la stessa serietà con cui guardiamo qualsiasi altra grande cucina.

2. Tu sei arrivata in Italia vent’anni fa e hai costruito qui il tuo percorso professionale. Oggi, guardando alla cucina afro-italiana, pensi che sia ancora una cucina che deve trovare il proprio spazio oppure è già diventata parte, a tutti gli effetti, della gastronomia italiana contemporanea?

Sono già parte della gastronomia italiana, ma non sono ancora
riconosciute come tale. Questa è la differenza. Sono già dentro le
cucine dei ristoranti, nei mercati, nelle case delle seconde
generazioni, che mangiano italiano e africano senza sentire alcuna
contraddizione. Quello che manca è il riconoscimento: nelle guide,
nella critica, nelle scuole di cucina, nelle scelte degli investitori.

Quando sono arrivata in Italia, una donna africana a capo di una brigata
era impensabile. Oggi lo è un po’ meno, e questo dice che la strada
esiste. Il prossimo passo è smettere di chiederci se queste cucine “si
integrano” e iniziare a riconoscere che stanno già cambiando la
gastronomia italiana dall’interno, come è successo in Francia o nel
Regno Unito. Non chiediamo uno spazio a parte: chiediamo un posto a
tavola, una tavola sostenibile per tutti senza distinzione.

Ma come sarà la serata del 17 ottobre?

La serata si aprirà con un Talk Istituzionale, moderato dal divulgatore Alessandro Cossu, con la partecipazione di professionisti ed esperti internazionali che porteranno prospettive diverse sui temi della sicurezza alimentare, della nutrizione, dei sistemi agroalimentari sostenibili, dell’agricoltura rigenerativa e delle realtà imprenditoriali africane.

Tra i relatori figurano Florence Egal, esperta FAO; Madi Sakandé, presidente di U-3ARC ed esperto ONU; Michele Sofisti, co-fondatore e AD di Nzatu Food Group; Lorena Romero Ferrer, coordinatrice del Network Slow Food Africa; e Laye Dia, pasticcere senegalese e co-fondatore della pasticceria La Mary di Milano.

Un confronto che mostra quanto il tema della gastronomia possa essere ampio quando si decide di guardare oltre il piatto.

Il Premio “Luce Perseverante”

Uno dei momenti centrali della serata sarà l’assegnazione del Premio UMA ULAFI 2026 “Luce Perseverante”, dedicato a un talento della cultura gastronomica afro-italiana. La selezione coinvolge chef che hanno costruito il proprio percorso professionale mettendo in relazione cucine africane e tradizione italiana.

Tra i protagonisti individuati figurano Jean Noël Laye di Loft Bistrot a Milano, Ibrahim Songne di Ibris Focacce e Pizze a Trento, Gilles CoXi, Mohamed Keita e Daniel Bley Blé, chef di Lom – Dopolavoro e parte di Africa Connection Collective.

Il premio diventa così anche un modo per raccontare una gastronomia afro-italiana che esiste già, vive nei ristoranti, nelle pasticcerie, nelle cucine professionali e nelle storie personali di chi ha scelto l’Italia come luogo nel quale costruire il proprio percorso.

Ogni boccone diventa, in realtà, un racconto

A chiudere la serata sarà il Cocktail Party Curatoriale di UMA ULAFI, dove anche qui il cibo assume un significato che va oltre la convivialità. Ogni preparazione diventa infatti un frammento di una storia: ingredienti, tecniche, tradizioni e contaminazioni che possono trasformare l’assaggio in una forma di conoscenza. È una prospettiva che appartiene alla cucina contemporanea, ma che forse trova proprio nell’incontro tra culture una delle sue espressioni più interessanti. Conoscere una cucina significa, in qualche modo, avvicinarsi alle persone che l’hanno portata con sé.

E UMA ULAFI sembra partire proprio da questa consapevolezza: l’identità non è necessariamente qualcosa di immobile, ma può essere plurale, stratificata, contaminata. Può conservare le proprie radici e, allo stesso tempo, dialogare con ciò che incontra.

Accendere una luce significa rendere visibile. Ma anche permettere di vedere meglio. E attraverso il cibo, UMA ULAFI prova a rendere più visibili storie, professionalità e patrimoni gastronomici che fanno ormai parte anche del tessuto culturale italiano.

La serata del 17 ottobre alla Villa Reale di Monza sarà dunque un momento di incontro, ma anche una tappa di un percorso più ampio: quello di una gastronomia che, attraverso le proprie radici, continua a costruire nuove relazioni.

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